Io lo chiamo spriz con la zeta e senza ti. Nel mio Friulistan lo spriz conosce svariate declinazioni: dal tradizionale vino bianco paradossalmente corroborato con il selz, all’Aperol con limone e oliva, fino ai beveroni più improbabili composti da altrettanto improbabili miscugli di superalcolici stemperati in acqua frizzante.
In un’Italia caratterizzata da talibanismo enogastronomico, lo spriz è bevanda poco amata dai gourmet che, infatti, la bollano come il frutto perverso di un ecumenismo che unisce – eresia maxima – il vino all’acqua. In realtà questo malizioso dosaggio di vino e acqua gasata rivela prospettive inattese. Il territorio tradizionale dello spriz combacia grosso modo con lo spazio asburgico. In Italia infatti la culla di questo abbeveraggio corrisponde grossomodo al Nord-Est. Anche le propaggini italiane presenti in Slovenia e Croazia confermano il suo lignaggio imperiale. In Romania invece questa ricostruzione geopolitica entra in impasse: nelle regioni asburgiche della Transilvania e del Banato, infatti, lo spriz rimane un emerito sconosciuto, per ricomparire come da una risorgiva carsica a Bucarest e nel resto della Valacchia, nella maledetta Balcania. Su questa curiosa circostanza aveva ragionato anni fa il filosofo Andrei Plesu in un articolo spiritoso che riconosceva nel consumo bucarestino dello spriz una sorta di anello di congiunzione tra il miraggio della civiltà mitteleuropea e lo spirito balcanico. Secondo Plesu lo spriz rappresenta il vero spirito della bisboccia, il diluente assoluto dello spleen da osteria. Nella sua triplice essenza – vino – acqua – aria- sonnecchierebbe una vera Weltanschauung della convivenza di identità eterogenee. Nel cicaleccio delle bollicine dello spriz, Plesu individuava un tentativo avventuroso di avvicinare il vino alla birra, di conferire alla sobrietà del primo il Witz della fermentazione dell’altra (e questo spiegherebbe la sua discendenza austro-ungarica). Secondo il filosofo romeno, postulato che tutti si beve per il gusto della piccola vertigine, lo spriz offrirebbe l’alterazione dalle prospettive indefinite, permetterebbe la corsa lunga, il record chilometrico, il differimento continuo. Plesu vede in questa poetica del rinvio un tratto tipico dello spirito mitteleuropeo. Io credo che il modo di vivere lo spriz sia totalmente diverso tra Bucarest e, ad esempio, Udine o Trieste. Nel Nord Est italico lo spriz è inteso come una sorta di aperitivo consumato a metà mattino o nel tardo pomeriggio, insomma una premessa a qualcosa, l’introduzione verso un’altra tappa del giorno o della notte. In Valacchia invece lo spriz non premette, sospende. Così almeno lo intesi anni fa sui balconi dello Hanul lui Manuc.
Eravamo io e Mihai (oggi profugo in Lussemburgo). Ad iniziarci a questo rituale c’erano il pomeriggio infuocato di Bucarest, qualche secchiello ghiacciato con Riesling di Jidvei, l’immancabile sifon (= il selz) e la Curtea Veche. Di lì si naufragò oltre la notte alla caccia dei nostri fantasmi. Come dire: svanire è dunque la ventura delle venture…
Archivio per 30 Maggio 2009
Metafisica dello Spriz
Pubblicato 30 Maggio, 2009 AMICI , LUOGHI , Refettorio , Romania 2 CommentiTags: Andrei Plesu, Aperol, Balcania, Banato, Bucarest, Curtea Veche, Friulistan, Hanul lui Manuc, Mihai Bucarest, Mitteleuropa, Nordest, Riesling Jidvei, seltz, selz, sifon, spritz, spriz, Transilvania, Trieste, Udine, Valacchia









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