Da pochi giorni si è chiuso il Salone del Libro di Torino. Quest’anno i paesi ospiti erano due: la Spagna e la Romania. La presenza a Torino della Romania può essere letta come il suggello di un’annata davvero eccezionale per le traduzioni in lingua italiana: più di 20 opere apparse nel solo 2011 (fino a qualche anno fa quando se ne stampavano cinque era già festa). Certo, spesso si tratta di libri pubblicati da piccole case editrici e per questo non sempre facilmente reperibili, ma c’è lo spazio per crescere. A Torino, dove ovviamente non sono andato, si sono presentati parecchi autori e volumi romeni, alcuni sono vecchie conoscenze di Catrafuse (vedi Dan Lungu, Ana Maria Sandu o il divertissment grafico poetico della la nobel Herta Müller ecc.), altri nomi quasi affermati come Mircea Cărtărescu o Ana Blandiana. Non sono mancati i vecchi tromboni come Norman Manea e Dumitru Ţepeneag (il primo in verità più noto e apprezzato in occidente che in Romania). C’è stato spazio anche per libri “romeni” inconsueti come la traduzione (dal latino) delL’immagine irraffigurabile della scienza sacro-santa del grande Dimitrie Cantemir curato da Igor Agostini e Vlad Alexandrescu o per opere scomode come il saggio “eretico” di Marco Costa Conducator: l’edificazione del socialismo romeno. Tra le opere dedicate alla Romania, una avrà di sicuro un certo successo, si tratta di “Lungo la via incantata”[1], volume di debutto di William Blacker pubblicato da Adelphi.
Blacker è un giornalista inglese che dopo l’89 ha vissuto per alcuni anni prima in Maramureş e poi in villaggio sassone della Transilvania. Il Maramureş rappresenta un viaggio nel tempo, o meglio fuori dal tempo. In Transilvania, invece, Blacker inizia ad avvicinarsi alla comunità zingara. Gli si apre un nuovo mondo. Dalla storia d’amore con con Marishka nascerà anche un figlio e il libro: “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”. Anche se a volte i toni di Blacker sono un po’ troppo romantici per miei gusti, la sua avventura stimola molte riflessioni. La situazione delle comunità rurali romene è paradossale, un mondo che ha attraversato le tempeste della storia praticamente indenne, svanisce in soli vent’anni sotto i colpi della globalizzazione e lo fa di buona voglia. Lo stesso è avvenuto con i sassoni di Transilvana che, dopo aver creato una civiltà quasi millenaria, in tre decenni sono quasi scomparsi a causa delle migrazioni di massa verso il mito della ricca e libera Germania. E molto si potrebbe dire anche sugli zingari di Romania che in occidente sono stati reinventati (probabilmente per il tornaconto di qualche opera pia) come nomadi. Per entrare nelle atmosfere della via incantata ho tradotto un lungo articolo-intervista di Andreea Pocotila apparso nel 2009 su Romania Libera [2].
La doppia vita William Blaker: per sei mesi scrittore inglese, per sei mesi zingaro romeno
Per sei mesi l’anno William Blacker fa lo scrittore e il giornalista freelance.. Firma i suoi pezzi su pubblicazioni prestigiose come il Times, Daily Telegraph e The Ecologist e vive in Gran Bretagna. Per gli altri sei mesi, lo stesso William Blacker fa il contadino che lavora la terra presso una comunità di zingari insediatasi in un villaggio nei pressi di Sighişoara. Qui il britannico cresce il figlio, nato da una relazione con una giovane zingara di cui si è innamorato perdutamente.
Blacker racconta a Romania Libera come è stato battezzato dagli zingarelli “Signor Uigliam” e come, a dispetto dalle controversie scatenate dalla sua storia d’amore, da molti considerata eccentrica, abbia piantato robuste radici in Transilvania, dove ormai ha rinnovato più di 200 case antiche, abbandonate dai sassoni all’inizio degli anni ’90. L’avventura romena di William Blacker è descritta anche in un libro in cui si narra come ci si può innamorare di un paese con così tanti difetti. Un paese in cui, del resto, era arrivato quasi per caso. Nel dicembre 1989 stava andando a Berlino, per vedere con i suoi occhi il Muro caduto con il crollo del regime comunista. Poi si è diretto in Romania dopo avere sentito della rivoluzione e degli affreschi dei monasteri. E qui è rimasto.
In un paese transilvano nei pressi di Sighişoara, ogni sera la gente si raduna a chiacchierare, in centro, a due passi da “Privat”, la sola bettola del posto. Romeni, qualche sassone e parecchi zingari siedono pigramente su pietre, sulle casse di birra vuote o sulle assi traballanti del ponticello che attraversa il letto secco del vecchio fiumiciattolo. Da “Privat” si sente, come in sordina, una canzone tzigana, e alcune zingarelle ridono e corrono davanti al bar. Altre ballano schioccando le dita a ritmo di musica. Sulla strada, dei vecchi se ne stanno a fumare davanti alle antiche case sassoni, mentre le zingare parlano ad alta voce e gesticolano agitate. Ogni sera, tutti si radunano qui e attendono il ritorno delle mucche dal pascolo.
All’improvviso, i bambini si fermano e corrono verso un uomo che si avvicina in bicicletta: “Signor Uigliam, signor Uigliam!!!”. L’uomo, vestito comodo, ma gradevole, con un berretto bianco di tela e occhiali tondi, viene subito circondato da una da una frotta di ragazzini. Sorride, li prende in braccio, li accarezza. I paesani che se ne stanno davanti ai portoni mormorano: ” è arrivato l’Inglese a vedere l’amante zingara”. Il nuovo arrivato si chiama William Blacker. È nato, 46 anni fa nel sud dell’Inghilterra. Per sei mesi all’anno questo paesino costruito centinaia di anni fa dai sassoni, ed ora abitato soprattutto da zingari, per lui significa “essere a casa”. Vive qui da nove anni ed ha un bambino di 3 anni e mezzo, frutto di una storia d’amore con una giovane zingara del villaggio.
“Signor Uigliam”
Lo scrittore e giornalista William Blacker accetta di raccontare gli eventi che lo hanno portato ad abitare in un paese sperduto della Transilvania, ad una condizione: il nome del paese, quelli del figlio e della della madre non saranno pubblicati. In Inghilterra sta per apparire un libro sugli anni trascorsi in Romania , qui il villaggio si chiama Halma, il figlio Constantin e l’ex amata Marishka. “Per favore usateli anche voi. Altrimenti il mio tentativo di proteggerne l’intimità sarebbe vano. Non voglio che vengano a bussare alla loro porta dei turisti o delle guide che hanno letto il mio libro.”
Signor Uigliam, Villiam o l’Inglese, come lo chiamano i paesani, da molto tempo è parte integrante del luogo. Un giornata della sua vita in campagna non assomiglia affatto a quella dei suoi amici in Inghilterra: lavora i campi tra gli zingari, taglia l’erba con la falce, ripara l’intonaco delle vecchie case sassoni, cadute in rovina dopo la migrazione degli ex proprietari in Germania. La sera, gioca a scacchi con gli anziani del villaggio. A volte Blacker fa visita alla sua ex ragazza, Marishka, la giovane zingara che lo spinse a trasferirsi qui, non lontano da Sighişoara. Sono rimasti in buone relazioni, ma non stanno più insieme da prima che loro figlio nascesse. Per questo, la donna, che ora vive con un altro, cucina e lava ancora i panni dell’inglese. “Al ritorno da un viaggio in Inghilterra l’ho trovata incinta. All’inizio non pensavo di essere io il padre, ma come vede ci assomigliamo come due gocce d’acqua”, dice William, poi abbraccia Constantin che ha ereditato il suo sorriso e i suoi occhi azzurri. Il piccolo vive con la madre insieme alla sua famiglia di zingari musicisti, a pochi minuti dalla casa di Blacker. S’incontrano ogni giorno, mangiano assieme, e più volte l’anno vanno tutti e tre a visitare la famiglia di William in Inghilterra.
Da Berlino a Satu Mare
Marishka ha 31 anni, ha fatto solo le elementari, occhi marroni, sorriso impertinente e non indossa, con delusione dell’inglese, gonne colorate. “Lo chiamo William oppure Inglese. Che dire di lui, è ed è stato abbastanza imbranato”, racconta Marishka ridendo. Si sono conosciuti parecchi anni fa, nessuno dei due ricorda esattamente quando. “Vive qui da così tanto tempo, chi se lo ricorda quando è arrivato?”, spiega la ragazza mentre toglie il bricco del caffè dal fuoco. Il caffè è per William che se ne sta in cortile sotto il gelso della casa dove un tempo ha vissuto assieme alla numerosa famiglia dell’ex compagna. Si sta seduti direttamente sull’erba, le tazzine con loro piattini bianchi sono poggiate con cura su un mucchietto di terra.
“Quando lo vidi la prima volta qui in paese, risi di lui. Abitava da alcuni sassoni e prendeva l’acqua dal pozzo. Con quegli occhiali grandi sembrava spaurito, aveva anche un bastone in mano. Si vedeva lontano un miglio che era straniero”. Questo primo incontro con lo «straniero» avvenne nel 1990, a circa un anno dalla prima visita di Blacker in Romania.
“Ho messo per la prima volta piede in Romania pochi giorno dopo la rivoluzione del dicembre 1989. Avevo lasciato l’Inghilterra con l’intenzione di visitare Berlino, il Muro era appena caduto”, racconta l’inglese. Le notizie in televisione sulla rivoluzione romena e la lettura di alcuni articoli sulla bellezza dei monasteri locali lo spinsero più a est. L’itinerario scelto fu sinuoso: prima passò per la Cecoslovacchia, poi cercò di entrare in Ucraina, ma non gli diedero il visto. Alla fine transitò per l’Ungheria ed arrivò in Romania. “Questo paese mi è piaciuto fin dalle prime chiacchiere scambiate alla frontiera con i romeni. Con loro ho riso e mi hanno spiegato di cosa dovevo preoccuparmi”. Arriva a notte fonda a Satu Mare e dorme in un albergo senza elettricità, con una candela alla reception. Al risveglio rimane a bocca aperta: “Nella piazza centrale della città c’erano solo cavalli e carretti. Mi è sembrato stupendo. Ho pensato che il mondo dovrebbe assomigliare a qualcosa del genere, senza camion orribili”. Blacker aveva già visto l’India e diversi paesi dell’America latina, ma la Romania lo ha affascinato più di qualunque altro posto. “Avevo letto i romanzi di Thomas Hardy e Tolstoj e quando sono arrivato in Romania mi sono detto: «Incredibile, adesso posso vedere con i miei occhi le cose che descrivevano », mi è sembrava straordinario. Inizialmente, ritornavo qui ogni anno per brevi periodi, viaggiando per i paesi del Maramureş e della Transilvania”. Poi, dal 1996, Blacker, zaino in spalla, si trasferisce qui.
Ho riso e pianto con la gente del Maramureş
Fu ospitato da una famiglia di contadini a Breb, in Maramureş. Più precisamente a casa di mihai, figlio di Gheorghe, che era figlio di Ştefan. “Mihai era un uomo affascinante, un vecchio molto saggio. È morto lo scorso anno, aveva più di 90 anni. Mi ha aiutato a comprendere la vita dei contadini. Era un gentleman, come la maggior parte dei vecchi che ho conosciuto nei villaggi romeni”, ricorda William. All’inglese non bastava conoscere la vita dei contadini, voleva diventare uno di loro: “Dovevo farlo prima che l’Occidente arrivasse fin qui. I romeni mi hanno accolto calorosamente, non ho mai incontrato al mondo uomini così ospitali come in Maramureş, sempre pronti a darti da mangiar e ad accoglierti in casa loro”[3]. I ricordi rimasti dei quattro anni trascorsi in Maramureş sono tanti. Tristi, come l’annegamento di alcuni compaesani in un lago vicino, altri allegri, come la visita compiuta in un ufficio del centro di Bucarest, indossando il costume tradizionale del Maramureş. La guardia giurata lo scrutò a lungo, non voleva farlo entrare. “Dovevo ritirare dei soldi lasciati da un amico. Ero vestito come uno del Maramureş, pastrano di montone, colbacco e ciocie, parlavo in dialetto del Maramureş – la sola variante che conoscevo - con uno strano accento, e in più avevo gli occhiali. Lo riconosco dovevo essere una figura piuttosto bizzarra, ma erano i soli miei vestiti invernali. Quando vide i documenti il custode rimase perplesso. «Sei inglese?!», mi chiese con gli occhi strabuzzati. Risposi di sì, ma che vivevo in Maramureş. La cosa gli sembrò divertente e da persona leggermente aggressiva, divenne affabile. Da allora mi salutò sempre dicendomi: «Buon giorno signor Pastore!»”. È rimasto in Maramureş quattro anni. È fiero di avere imparato a falciare, a zappare la terra, a sarchiare. L’inglese, o “Willy”, come lo chiamavano a Breb, ha partecipato ai matrimoni, ai funerali, alle feste, all’uccisione del maiale: “Ho sofferto, ho pianto, ho riso assieme a loro. Ho sempre considerato che i contadini del Maramureş e delle altre zone della Romania vivano per davvero”.
“Mio figlio è per metà zingaro e per metà inglese“
William Blacker è rimasto affascinato dallo stile di vita tradizionale del Maramureş, ma è stato sempre attratto, ineluttabilmente, dalla vita più turbolenta ed esotica degli zingari transilvani. Nel suo libro, “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”, descrive gli zingari come un popolo accattivante, posseduto dal principio del “dolce far niente”, persone che sanno cantare e ballare divinamente e che considerano la vita troppo breve per faticare tutto il tempo. Non sfuggono al suo sguardo nemmeno gli aspetti violenti della loro vita, anzi è stato testimone di diverse risse e accoltellamenti avvenuti tra i membri della comunità, soprattutto nella bettola del paese.
“Si spaccavano le bottiglie di birra in testa, il sangue scorreva sui loro volti, i coltelli perforavano velocemente le budella. Le coltellate erano così rapide che capivi cos’era successo solo a fatto compiuto”, racconta lo scrittore. Nonostante ciò, William Blacker confessa di non aver potuto stare lontano dagli zingari. Per un lungo periodo, l’inglese ha fatto avanti e indietro tra il Maramureş e il paesino della Transilvania dove oggi risiede e dove viveva la giovane zingara di cui si era innamorato. La vita nel paese di Halma ha l’aroma di una telenovela. Lui si innamora di Natalia, una bella zingara, “con i capelli castani, quasi biondi, e con gli occhi color nocciola”.
“Era estenuante. Tutti i giorni, tutte le notti, si andava a una festa. Natalia era un essere piuttosto impulsivo, selvatico, direi. Gli uomini ronzavano attorno a lei e la cosa le faceva piacere”. Ben presto stanco dei casini combinati da Natalia, che era anche poco fedele, William tornò in Maramureş. Venne di nuovo a Halma un anno più tardi, per un’altra ragione. “Ho sempre amato l’architettura di Halma, le case secolari dei Sassoni, abbandonate negli anni ’90 e ora abitate dagli zingari” dice. Scrisse anche un articolo sulla drammatica situazione delle case di Halma e dei villaggi circostanti e ottenne delle donazioni per la loro ristrutturazione. A quel tempo dirigeva la fondazione “Mihai Eminescu”, finanziata dal principe Carlo[4]. “Non so quanti soldi abbiamo raccolto attraverso la fondazione dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, ma furono sufficienti per la ristrutturazione di 200 abitazioni, 40 delle quali a Halma,” spiega William.
Di giorno lavorava alla ristrutturazione delle case del villaggio assieme ad alcuni zingari e la serata andava a bere una birra al bar. Qui, un anno prima, aveva assistito a una scena che non avrebbe più dimenticato. “Natalia aveva un amico molto feroce, si chiamava Lad . Come ogni sera ero andato bere una birra. Parlavo con Marishka, la sorella di Natalia. Stavamo seduti in un angolo mentre Natalia danzava provocatoriamente al centro del bar. Voleva farmi ingelosire. All’improvviso è entrato Lad, io sapevo che era in prigione. Ha tirato fuori un coltello e si è scagliato contro Natalia. Marishka è saltata immediatamente in mezzo a loro. Il coltello le ha squarciato il polso e il sangue è schizzato sulla gente che ballava, creando il caos”. Da quel momento, l’inglese cominciò a pensare a Marishka in modo diverso. Ritornando a Hanima, si ricordò di quella scena. Iniziò a trascorrere sempre più tempo con lei. E così tornò a vivere di nuovo tra gli zingari, anche se in molti gli avevano detto di non farlo. “Alcuni romeni del paese erano aggressivi. A loro non andava a genio che abitassi con gli zingari, che vivessi con Marishka. Gli sembrava scandaloso che avessi scelto di stare con loro. Da parte mia, semplicemente non potevo credere che gli zingari fossero così cattivi, come me li descrivevano”. Marishka e William si trasferirono in una casa comprata da un sassone, poi ristrutturata e dipinta di azzurro. “Quando la nostra casa azzurra fu pronta, io e Marishka abbiamo iniziato una vita spensierata”. Gestivano la casa assieme, andavano a mangiare sui prati o cavalcavano sulle colline vicine, a volte dormivano dal pastore che teneva le loro pecore . Non contava che Marishka avesse fatto solo le elementari e che lui fosse laureato in una prestigiosa università inglese. L’ha convinta, non senza fatica, a leggere. “Le ho dato una traduzione romena di “Orgoglio e Pregiudizio”. Dopo qualche giorno già faceva dei commenti sui personaggi: «Questo Darcy è così arrogante! E riponeva il libro, indignata. Man mano che lo leggeva, il volume diventava sempre più sottile. Utilizzava le pagine per accendere il fuoco. Percorreva il racconto come se fosse un viaggio, erano dei momenti fugaci di piacere, gli stessi che può dare il ballo» racconta divertito lo scrittore inglese.
Accusato di istigare gli zingari alla rivolta
William e Marishka non si sono mai sposati. “Siamo zingari con la casa. Non seguiamo le regole degli zingari con le tende. Io non ho voluto sposarmi. Da noi la gente solitamente non si sposa. Possiamo stare con chi vogliamo, la famiglia non ci impone nulla”, così spiega Marushka la loro relazione. Anche se non erano sposati, dovettero affrontare le cattiverie degli altri abitanti romeni del paese. Volevano allontanare l’inglese da quella che consideravano essere la feccia della società. Minacce, denunce, visite della polizia chiamata da compaesani malintenzionati, non sono servite a nulla. “Trovavano diverse scuse per litigare. Ad esempio, dicevano che i miei gli animali varcavano i loro confini. In realtà non sopportavano che io vivessi con gli zingari. A loro pareva umiliante. Chiamavano anche la polizia che stava sempre dalla parte dei romeni. Un poliziotto una volta mi ha anche detto minaccioso che avrei avuto dei problemi se avessi continuato a stare con gli zingari. Mi ha accusato di istigare alla rivolta gli zingari”, ricorda Blacker.
” È un uomo straordinario”
Ora, dopo molti anni, quei giorni sembrano essere dimenticati. A Halma le acque si sono calmate. Romeni, zingari e tedeschi, tutti parlano bene dell’inglese. Lo straniero sbarcato dal sud dell’Inghilterra ha aiutato il villaggio finanziariamente, ha riparato le case e si è comportato bene con tutti. “È un uomo straordinario. Noi zingari lo abbiamo accolto con amore. L’abbiamo portato alle nostre feste, dove si danza tutta la notte. Gli abbiamo insegnato a ballare e gli piace la nostra musica. Non ha mai evitato gli zingari, anche se molti gli avevano riempito la testa con cattiverie sul nostro conto. Ora va d’accordo con zingari e romeni. William e Marishka non sanno se loro figlio rimarrà per sempre a Halima o se vivrà un periodo anche in Inghilterra, per avere un’educazione migliore. Per il momento l’inglese è soddisfatto per come il figlio vive tra gli zingari del paese. Mentre narra le peripezie degli ultimi 20 anni, l’inglese ogni tanto lo indica, mentre corre assieme agli altri bambini zingari: “Sinceramente, a volte credo che non esista piacere maggiore che starsene di fronte alla casa di Marishka e guardare come gioca con gli altri bambini. Mio figlio è metà inglese e metà zingaro. A volte mi domando come sarà la sua vita qui, in mezzo agli zingari. Sicuramente, sono felice che viva qui, in campagna, anche se questo può sembrare eccentrico”. Certo, la scelta di vivere in un villaggio fuori dal mondo, in un paese ex comunista, è sembrata a molti amici di William Blacker abbastanza eccentrica. “Lo riconosco, i miei genitori non hanno fatto dei salti di gioia. Avevo trent’anni e volevano che avessi un lavoro tranquillo, non che vivessi in un villaggio lontano, in un paese di cui non sapevano nulla. Dopo essere venuti qui, si sono rasserenati”. La sua famiglia è rimasta affascinata dal Maramureş e dal paesino sassone e va d’accordo con Marishka. “Piace a tutti, sembra un posto esotico, ma nessuno rimane. Io invece rimango qui”, dice l’inglese quasi ringraziando. William Blacker non crede che la sua decisione di vivere in Romania sia eccentrica, piuttosto “un po’ romantica”. Ha dovuto spiegare molte volte le ragioni di questa scelta. “Può sembrare romantico, ma, semplicemente, mi sento molto bene qui. È il posto adatto a me”. Forse potrebbe essere una spiegazione il fatto che suo padre, quando lui era piccolo, aveva una fattoria con mucche, pecore e cavalli, poi venduta a causa di difficoltà materiali. “Credo che volessi solo vivere di nuovo in un posto bellissimo”.
[1]il titolo originale è Along the Enchanted Way: A Romanian Story, John Murray Publishers, 2009.
[2] In rete si trova una versione molto ridotta dell’articolo in lingua italiana sul sito presseurop
[3] Per esperienza personale confermo è (o era) proprio così.
[4]La Fondazione Mihai Eminescu, patrocinata dal principe Carlo d’Inghilterra, si occupa del recupero del patrimonio culturale e ambientale dei villaggi della Transilvania. Lo stesso Charles trascorre ogni anno parte delle sue vacanze in un paesino transilvano.





