Mentre i turioni edibili della giovane letteratura romena diventano sempre più rari e meno succulenti, anche perché ormai in questa nicchia editoriale vige un quasi monopolio della Polirom (che possiede pure la dependance della Cartea Romanesca), nel mondo delle arti visuali tira altra aria…la scena ribolle, si chiacchiera, si critica, si espone un po’ ovunque in Europa e nel resto del mondo. Poi, soprattutto, si vende. Prendiamone uno a caso di questi artisti “tineri” : Serban Savu (classe 1978). L’occhio di Savu è intento a scorgere gesti banali, rituali posticci, frammenti di un peep show sociale che in latenza manifestano l’ansia di una realtà indistinta.
Di qui poi si potrebbe prendere il largo e navigare sui cavalloni del panopticon, che in Romania prima passa attraverso lo stato – il regime comunista-, poi si trasfigura nella maldigerita società dei consumi e quidi risale dal buco della serratura artistico di Savu e di molti suoi compagni d’armi (Victor Man, Mircea Suciu, Cristi Pogacean ecc. tutti della combriccola di Cluj) per offrirsi al nostro sguardo. Frammenti di vita, quelli di Savu, colti da lontano che esprimono la poetica scabra della transizione romena, dove gli sfondi sfocati dominano e i volti scemano in una paradossale tensione.
Savu, secondo alcuni, rielabora la desolazione di Edward Hopper, e ci sta, ma solo se il tutto lo filtriamo con le lenti dell’arte e della società ex sovietica, mettendoci dentro, per quanto possa sembrare sballato, Wilhelm Sasnal, Andro Wekua e un pizzico di (post) Ceausescu.









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