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La macchina del tempo

La macchina del tempo l’hanno inventata a Torino, funziona benissimo e si chiama Memoro la  Banca della Memoria. Si tratta di un sito che raccoglie centinaia di video interviste a persone nate prima del 1940 che raccontano pezzi della loro (e dunque della nostra) vita… Questa splendida iniziativa è portata avanti da quattro giovani piemontesi (che Dio vi benedica!), ma chiunque può caricare filmati con brevi „racconti anziani”. La collezione di personaggi è stupenda: volti, voci, rughe di una bellezza incredibile, che ti fanno davvero riconciliare con il tuo Paese (anche in tempi di effetto papi). Una cosa del genere però in forma cartacea si era fatta anche qui a Timisoara. Il progetto era coordinato da Smaranda Vultur e ha raccolto le memorie delle varie componenti etniche della regione (tedeschi, serbi, slovacchi, ebrei, ungheresi, ma anche italiani, boemi ecc.). Dai racconti con le comunità tedesche (qui li chiamano „svevi”) ne uscì un libro bellissimo dedicato alle memorie dei deportati in Baragan (una sorta di pianura -steppa freddissima d’inverno e caldissima d’estate) Istorie trăită – istorie povestită. Deportarea în Bărăgan. (1951-1956). Sarebbe bello se Smaranda seguisse l’esempio italiano e mettesse a disposizione in rete i racconti raccolti. Per i lettori di Catrafuse ho preso a prestito dalla Banca della Memoria uno dei tanti esilaranti racconti di Giuseppe Picco alias Picu Pacu ( classe 1938) ex ladro più volte ospite delle carceri di Torino: un vero portento di vitalità.

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LA STRADA, IL KEBAB PROIBITO E L’IMAM SVENUTO

ceauseshaormaIeri l’altro  in Italia la  chiamavano legge anti-kebab.  Oggi, se ho capito bene,  si  palesa  come  delibera contro i tavolini. La vicenda  mi avrebbe  interessato  poco, se non che da questa uscita  legislativa insipida ne è scaturito, per fermentazione suppongo, un articolo  speziatissimo a firma di  Pietrangelo Buttafuoco, di cui riporto l’acuto di chiusura:
“Addio ai monti allora, e addio alle patate bollite, ai carciofi arrosto, alle lumache dette crastoni, al polpo bollito e salato, al pane coi ricci e, infine, addio al quarume. Trattasi di cartilagini, amorevolmente cucinate in mezzo al traffico. Trattasi di cose strane che riempiono la pancia, come il pane con la meuza, ossia quella milza che la regola di socialità – alla faccia della cucina molecolare – propone secondo due regole: schetta o maritata. Traduzione: signorina o coniugata. E perciò milza coniugata con pecorino, con ricotta e limone, o con nobile caciocavallo. Ragusano, va da sé”.  Se  l’acquolina è salita alla bocca il resto lo trovate qui. A  me  quell’anarchico al nero di seppia del Buttafuoco ha fatto, prima, vagheggiare un esilio in Sicilia,  e poi, sciogliere un groppo di idee su cibo,  strada,   città,  Romania e  Oriente. L’Oriente rappresentato attraverso l’Impero ottomano è pezzo essenziale della cucina romena, lo dimostra  l’origine turca  di tanto lessico gastronomico. Vado un po’ a caso: mezel, pastrama, patlagea, baclava, susan, caimac, halva, ciorba, iaurt, serbet, cafea, cascaval, ciulama, sarma, fistic, musaca, midie ecc. Persino l’alcolico rahiu ha origini osmaniche (a dimostrazione che il rapporto tra Islam e Turchia è più complesso di quanto si voglia credere). Tra le delizie etimologiche turche  non posso tacere su rahat che in romeno significa sia  “similgelatina dolcissima” sia, attraverso tagliente  ironia  metaforica, “merda”. La potenza della cucina turco-romena  l’ho identificata  parecchi anni fa a Bucarest nell’imam baialdi (credo che in turco si scriva bayildi): l’imam svenuto! Ero a casa di Sanda in  Strada Traian,  quando a tavola fece  il suo ingresso il beato imam: melanzane cotte al forno e farcite con  pomodori, cipolle e aglio saltati in padella, limone, origano, prezzemolo e un pizzico di cannella:  lo svenimento fu assicurato. imam Sanda ora  non c’è più, ma  la porta  verso l’Oriente gastronomico  non si è chiusa. A Bucarest per me la tiene  ben aperta Luminita. Con lei non discuto sull’origine turca della  musaca romena o della ciulama, mi limito a  ingollare queste delizie: sapete com’è Lumi di cognome fa Panait e le sue ataviche origini greche non gradirebbero cedere ai turchi nemmeno i nomi delle pietanze.  Bucarest   è  una capitale molto  kebabbata, ma  ciò che in Italia si chiama  kebab, o kebap  come si preferisce scrivere da queste parti, solitamente si vende sotto il nome di shaorma (le varianti ortografiche si sprecano), o molto più raramente lo si chiama alla greca gyros. Shaorma è la parola  araba (shawarma) che indica  il doner kebap cioè la carne marinata e  impilata  che gira come i famosi dervisci e poi,  tagliata a striscioline, viene impacchettata assieme a una salsetta all’aglio con  vegetali vari nella lipie, un  pane tondo che vagamente potrebbe ricordare la piadina. Kebap invece è il  termine con cui si indicano  vari tipi di carne serviti al piatto. In Romania la  shaorma  è arricchita – onore  al merito -  con  cavolo cappuccio crudo, ma,  ahi me,  in modo improvvido si è  ammesso nelle varianti più laide  l’uso del  ketchup e persino della maionese! Per quanto riguarda   le patatine  fritte,  che io ritenevo orribile innovazione  valacca, ebbene ho scoperto  che hanno fatto la loro apparizione all’interno del panetto cilindrico  parecchi anni or sono in Turchia, spaccando in due il mondo dei “doneristi”: da un lato gli innovatori , dall’altro i tradizionalisti (non serve che io dica da che parte mi schiero, vero?). Qui a Timisoara la shaorma è sicuramente  la  regina dei cibi da strada, ma  è sempre più difficile trovarne delle versioni credibili. Altri alimenti da passeggio  in voga in questa città sono le  placinte (sfoglie  riempite con carne, formaggio, verza ecc.), i langos,  fritelle dal nome magiaro  spalmate con olio all’aglio o  panna acida e formaggio fresco, le pogaci,  focaccine  con i ciccioli oppure la  plescavita (o pleskavitza)  che rappresenta la vendetta serba contro l’imperialismo gastronomico di Mc Donald.  Nel cibo da strada  si cauterizzano le ferite  più o meno profonde  apparse nel corso del tempo  sul mosaico etnico di queste zone:  romeni, serbi, ungheresi, turchi si rispecchiano reciprocamente nell’alterità di questi spuntini.    Consumarli in piedi risulta naturale:  come si potrebbe, infatti,   starsene comodamente seduti innazi  a dei pezzi di  storia ?

VOTO O NON VOTO

Tempo di elezioni qui in Romania. Ieri nell’indifferenza più totale si sono svolte le politiche. Alla fine della giornata ne è uscito un encefalogramma piatto: presenza alle urne 39%!!!!!!!!!!!!! Mi ricordo che ai miei tempi dopo ogni astensione dal voto mi  arrivava  a casa una cartolina  che mi intimava di presentarmi al mio  comune per giustificare l’assenza alle urne…Io non ci sono mai andato e quindi non ho idea a chi si sarebbe dovuto confessare il peccato di astensionismo. Non so manco se e quando sia stata   abolita questa pratica. Certo che se l’usanza italiota fosse adottata qui in Romania in alcuni comuni si dovrebbero fare gli straordinari per scrivere le cartoline destinate agli impenitenti astensionisti. Non oso immaginare cosa accadrebbe se si dovesse anche stare ad ascoltare   le loro giustificazioni. A Timisoara ad esempio l’astensionismo viaggia attorno al 70%! votatCon queste cifre  è  grottesco vedere  i leader dei vari partiti esultare, rivendicare trionfi e future  posizioni di comando. Ma in che sistema solare  vive questa gente? Comunque sia,  le  statistiche uscite  dalle urne romene danno al primo posto  un ibrido composto da Partito Sociale Democratico e Partito Conservatore con circa il 33% (cioè  con il 33% del 39%, ossia poco più del 10% dei voti potenziali!) segue il Partito Democratico Liberale del presidente Basescu con circa il 32%,   al terzo posto il Partito Nazionale Liberale del premier uscente Tariceanu più o meno al 19%, in quarta posizione gli ungheresi dell’UDMR attestati all’incirca al 6%, tutti gli altri rimangono sotto  la soglia di sbarramento del 5%. Le tre “maggiori”  formazioni mimano una pretesa collocazione compresa tra il centrodestra (PNL e PDL) e il centrosinistra (PSD),  in realtà le differenze  tra questi  partiti  non sono ideologiche ma  pragmatiche, dipendenti dai feudi di provenienza e dai gruppetti di vassalli, valvassori e valvassini loro connessi.  La tanto strombazzata riforma elettorale (dal voto di lista al voto uninominale) non è servita a  riconquistare la fiducia degli elettori, anzi ha dimostrato che in realtà il problema non sta nel sistema elettorale ma in quello politico nel suo insieme, in quella cittadella di arroganza, incapacità e malaffare che omogeneamente ingloba tutte le  formazioni parlamentari romene. Per la prossima tornata elettorale  propongo un sistema a lotteria con cui  di certo  si riuscirà a creare un parlamento  più rappresentativo di quello uscito dall’ultimo scrutinio. Mi chiedo infatti che  legittimità   possa avere una maggioranza    (se si riuscirà a formare) che rappresenterà, ad essere ottimisti, meno di un quinto del paese… se sottoposti al giudizio del libero suffragio, nemmeno i governi partoriti da   Ceausescu avrebbero  ottenuto una debacle di questo genere, manco  nel periodo più nero della  dittatura…

Portoghesi

atmVieni a sapere che il mese scorso  a Bologna un controllore su un autobus trova un gruppetto di zingari senza biglietto e comincia ad apostrofarli a maleparole. Dici: beh andarsene in giro senza biglietto non è cosa buona e giusta, ma allo stesso tempo da portoghese pizzicato hai il diritto di non ricevere insulti e apprezzamenti vari. Poi ti spiegano che sulla vettura ci stava tale lindaserra che  colta da impeto civile ha deciso di denunciare l’accaduto, prima con una lettera su Repubblica e poi sul suo blog. Pensi: beh lo stile “lettera al giornale” non è il mio, ma ognuno ha il diritto di aprire un contradditorio negli spazi che ritiene più opportuni sul tema della  buona educazione degli autoferrotranvieri e dei passeggeri. Inoltre l’autobus non è mica un luogo qualunque. Non è forse in un autobus che la mingherlina Rosa Parks sfidò le leggi dell’Alabama sedendosi nella parte del bus destinata ai bianchi? E forse la notizia dei primi moti della cosiddetta Rivoluzione di Timisoara non ha cominciato a viaggiare di bocca in bocca grazie alla gente in attesa del tram non lontano dalla casa del pastore Tokes? Quindi potrebbe essere che la lindaserra abbia colto al balzo l’occasione per lanciare l’allarme: il bus, che è un po’ lo specchio mobile della società, si è globalizzato, ma, a quanto pare, quei primitivi dei controllori sono incapaci di adeguarsi al cambiamento. Ora però scopri che il verificatore (certo che il burocratese ad oscenità lessicali non scherza) dopo la pubblicazione della lettera è stato sospeso dal lavoro (dura lex, sed lex?) e avendo un po’ di tempo libero ha cominciato a scrivere la sua versione dei fatti per poi spedirla alla Repubblica ( qualcuno esagerando chiama questa strana usanza “diritto di replica”). Al quotidiano  nessuno l’ha preso sul serio: preferiscono i monologhi. A questo punto non avendo veramente più nulla da fare, nostalgico, se ne è andato a rileggere i verbali redatti durante le sue “irruzioni” sul bus e, sorpresa, chi ti ritrova? La signora lindaserra! Multata sullo stesso autobus nel mese di settembre e nemmeno insultata! La denuncia civile in salsa bolognese si scioglie in schiumetta rabbiosa e vendicativa. Siamo al capolinea! Un compendio della vicenda lo trovate qui.

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