Il dottor Dabic

Karadžić se lo sono preso in autobus. Aveva un nome nuovo, Dragan Dabic e dei documenti fabbricati a quanto pare in Romania.

Per vivere faceva il medico alternativo, l’esperto in energie sottili… non esattamente quello che ci si attenderebbe dal ricercato numero uno o numero due del tribunale dell’Aja. Non è poi che si nascondesse così tanto, anzi ci hanno fatto credere che tenesse  pure un sito internet un po’ malandato: www.

dragandabic.com. Appariva a conferenze, consigliava e discettava sul corpo e sullo spirito. Esiste una sproporzione abissale tra l’immagine di guru balcanico assunta in latitanza e quella di stratega di stragi e massacri affibbiatagli dai mass media di mezzo mondo e dal tribunale internazionale. Rimango scettico davanti alle sentenze annunciate in anticipo, di fronte a verdetti a senso unico , ai tribunali dei vincitori e inorridito innanzi alle semplificazioni del prêt-à-porter politico-mediatico con cui si riassume la tragedia dell’ex Jugoslavia in uno scontro tra la bestialità (dei Serbi) e l’umanità (degli altri). Per non farsi cullare nelle acque placide dell’unanimismo precotto, propongo due letture sul caso Karadzic. Curiosamente gli autori sono due triestini. Il primo è Adriano Sofri – un garantista ?- che parte con un titolo banalmente ammiccante a un celebre libro dedicato al processo Eichmann e poi dipana un racconto tagliente, pieno di certezze, di giudizi lapidari. Il secondo è un pediatra, non ci offre molte verità, ma quello che narra non l’ha appreso de relato, Karadzic l’ha conosciuto sul campo di battaglia.

La banalità di Karadzic

Quando ho saputo della cattura di Karadzic era già notte, l’altroieri. Ho esitato a chiamare i miei amici di Sarajevo, è gente che lavora, che ha famiglia, va a dormire presto. Poi ci ho ripensato. Infatti a Sarajevo non dormiva nessuno. “Festeggiavano”, dicono i telegiornali, e mostrano immagini di auto in corteo e ragazzi che saltano nelle strade, come per una vittoria calcistica. Non saprei usare quel verbo, “festeggiare”, e non darei troppo peso a quelle immagini. Proverei a figurarmi altre persone, o quelle stesse al ritorno alle loro case, costrette, dopo il chiasso, a ricordare le mille e una notti trascorse nel lutto nel freddo e nella disperazione, rotte dal fragore continuo delle bombe, strette nel coprifuoco e nel buio. Non darei il nome di festa al sentimento dei cittadini di Sarajevo, non li chiamerei felici o contenti o esultanti. Li immagino ritornati, ciascuno per proprio conto, o abbracciando mogli e mariti, genitori e figli, alle notti nere di tanti anni fa. Con questo sentimento ho accolto anch’io l’arresto, scandalosamente tardivo, di quell’uomo mediocre e ridicolo, con le sue miserabili poesie e il suo certificato di enuresi notturna, la sua cresta vanesia e il suo eloquio da bordello, promosso dalle circostanze e dalla complicità dei potenti del mondo al rango di spaventoso boia. Quello che hanno finalmente arrestato, su un autobus, come si dice, o chissà in quale altro angolo qualunque, è l’uomo ridicolo e mediocre. Le persone di Sarajevo –e di Srebrenica, e della Bosnia martoriata- si sono ricordate, come ogni notte, degli anni in cui il loro ridicolo concittadino, salito dalla valle alle belle montagne che la circondano, era diventato l’impresario di un assedio e una strage senza fine, il ricattatore ricattato dell’altro improvvisato dittatore nazionalcomunista di Belgrado, l’interlocutore in doppiopetto e forfora dei capi di Stato e dei signori delle Nazioni Unite a Ginevra. Dite pure che abbiano “festeggiato”, i sarajevesi e le donne di Srebrenica, purché la festa sia fatta di amarezza e pianto e schifo e nostalgia della morte di quelli che morirono. Così festeggio anch’io la cattura di quel miserabile, e mi auguro che i potenti di turno non cedano di un millimetro prima che Ratko Mladic, il boia colossale, venga preso anche lui, nel cesso di un’osteria, o nell’ambulatorio di un odontotecnico abusivo. Giornata storica, hanno detto ieri. Gente pomposa, che dorme bene. Non hanno ancora pensato abbastanza alla storia, questi dilettanti di maiuscole. I sarajevesi, le donne di Srebrenica, sanno che cos’è la storia, di notte, tardi, prima di riuscire a prendere sonno, e sognare, forse.

Adriano Sofri

Radovan Karadzic, un ricordo

In un momento in cui il mondo esulta per la cattura del “criminale” Karadzic, penso sia onesto proporre un’immagine di “minoranza” dell’ uomo.

Nei primi anni ’90 ebbi l’occasione di parlargli molte volte. In una affrontai il tema dei crimini di guerra di cui era accusato. Gli dissi “neanche mia moglie mi crede quando le dico che non mi sembri un criminale”; lui mi rispose che nei primi giorni della guerra civile “cittadini uccisero altri cittadini”, e che nessuna autorità era abbastanza forte da fermare il massacro. Quando lui prese in mano la situazione i massacri furono fermati. Per dare a mia moglie un messaggio concreto della sua buona fede mi consegnò un documento in cui mi permetteva di attraversare le linee serbe con bambini musulmani da portare in Italia per cure.

Quando i croati sfondarono il fronte occidentale migliaia di profughi serbi stavano scappando dai territori invasi. C’era una ragazza croata con un tumore in fase terminale che voleva morire tra le braccia di sua madre, abitante a Banja Luka. Per una croata viaggiare contro la corrente dei serbi in fuga era un grosso problema, e nemmeno importanti organizzazioni internazionali erano riuscite ad aiutarla. Io chiesi aiuto a Karadzic e lo ottenni. Degli amici veneti e triestini la misero su di un aereo per Belgrado; qui venne presa in carico da miei colleghi serbi che la nascosero per una notte in un ospedale, quindi iniziò il suo viaggio verso Banja Luka in una ambulanza messa a disposizione dai serbo-bosniaci. Io la precedevo di qualche chilometro per trattare il suo passaggio ai vari posti di blocco. La ragazza era molto coraggiosa e strinse la vita tra i denti, rifiutandosi di morire prima di aver visto sua madre. Alla fine arrivò a casa della madre e poche dopo ore morì come aveva chiesto. I serbo-bosniaci mi diedero una medaglia quale segno di riconoscenza per aver dato loro l’occasione di mostrare la loro vera natura.

Prima che la guerra volgesse in favore dei croati e dei musulmani la sacca di Bihac era assediata dall’esercito di Mladic e la gente stava per morire di fame. Io fui contattato da alcuni membri del Quinto Corpo d’Armata musulmano per una missione di soccorso alla popolazione di Bihac. Avevano riempito due camion con cibo, in particolare zucchero, ma non sapevano come passare attraverso le linee serbe. Nemmeno l’ONU era riuscita ad ottenere i permessi. Io offrii una cena a Zagabria ad un membro dello stato maggiore croato e ottenni da lui il permesso di passare attraverso il territorio croato, fino al confine di Moscenica con la zona occupata dai serbi.

Arrivai poi a Pale di sera e chiesi di parlare con Karadzic; era occupato con il Gruppo di Contatto europeo, e mi fu chiesto di aspettare. Nell’attesa molto lunga fui invitato a cena in una sala piena di soldati e funzionari del governo serbo-bosniaco. A metà della cena mi accorsi che i presenti si irrigidivano, mentre alla mie spalle la voce di Karadzic: “cosa vuoi questa volta?” Io riuscii a malapena ad ingoiare un grosso boccone e balbettai: “i bambini di Bihac stanno morendo di fame, tu non li lascerai morire, vero?”

Karadzic sospirò e mi diede il permesso di passare con i camion, ma mi raccomandò di fare attenzione perchè “quelli erano terroristi”. Io ebbi il coraggio di rispondergli “è proprio quello che dicono di te”.

Così fui in grado di guidare i due camion con targa croata con due autisti musulmani attraverso la Croazia e la Republika Srpska. Nessun osò torcere un capello ai miei autisti. Ebbi solo un problema con un funzionario dell’ONU che mi denunciò per violazione dell’embargo contro la Serbia, avendo io una tanica di benzina in macchina… Poi i due camion riuscirono a passare dentro la sacca di Bihac, altri camion li seguirono nelle settimane seguenti, poi i musulmani cercarono di rapirmi, ma questa è un’altra storia.

Quando il Tribunale dell’Aja emise il primo mandato di cattura contro Karadzic la motivazione era quella di essere stato il comandante in capo dell’esercito serbo che si era reso responsabile di quei crimini. Chissà se qualcuno ricorda che una settimana prima di Srebrenica il giornalista del Piccolo di Trieste, Maranzana, aveva scritto un articolo in cui definiva Karadzic un presidente ormai praticamente spodestato (da Mladic, per ordine di Milosevic?) quasi prigioniero nella sua residenza di Pale. La mia impressione è che il Tribunale, in ossequio a chi pagava lo stipendo ai suoi giudici, abbia emesso il mandato di cattura un po’ frettolosamente, inventandosi gli unici crimini di cui Karadzic poteva certamente definirsi innocente. Io non so se Radovan abbia rubato da bambino la marmellata o se abbia mai ordinato di uccidere qualcuno nella sua vita; posso solo testimoniare che l’uomo che io ho conosciuto mi ha sempre concesso di aiutare bambini di entrambe le fazioni senza alcuna discriminazione. Non ebbi mai l’impressione di parlare con un mostro.

Marino Andolina

pediatra (Trieste)

L’articolo di Sofri padre l’ho preso a casa di suo figlio

Quello di Marino Andolina a casa degli amici di Karradzic

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