LA STRADA, IL KEBAB PROIBITO E L’IMAM SVENUTO

ceauseshaormaIeri l’altro  in Italia la  chiamavano legge anti-kebab.  Oggi, se ho capito bene,  si  palesa  come  delibera contro i tavolini. La vicenda  mi avrebbe  interessato  poco, se non che da questa uscita  legislativa insipida ne è scaturito, per fermentazione suppongo, un articolo  speziatissimo a firma di  Pietrangelo Buttafuoco, di cui riporto l’acuto di chiusura:
“Addio ai monti allora, e addio alle patate bollite, ai carciofi arrosto, alle lumache dette crastoni, al polpo bollito e salato, al pane coi ricci e, infine, addio al quarume. Trattasi di cartilagini, amorevolmente cucinate in mezzo al traffico. Trattasi di cose strane che riempiono la pancia, come il pane con la meuza, ossia quella milza che la regola di socialità – alla faccia della cucina molecolare – propone secondo due regole: schetta o maritata. Traduzione: signorina o coniugata. E perciò milza coniugata con pecorino, con ricotta e limone, o con nobile caciocavallo. Ragusano, va da sé”.  Se  l’acquolina è salita alla bocca il resto lo trovate qui. A  me  quell’anarchico al nero di seppia del Buttafuoco ha fatto, prima, vagheggiare un esilio in Sicilia,  e poi, sciogliere un groppo di idee su cibo,  strada,   città,  Romania e  Oriente. L’Oriente rappresentato attraverso l’Impero ottomano è pezzo essenziale della cucina romena, lo dimostra  l’origine turca  di tanto lessico gastronomico. Vado un po’ a caso: mezel, pastrama, patlagea, baclava, susan, caimac, halva, ciorba, iaurt, serbet, cafea, cascaval, ciulama, sarma, fistic, musaca, midie ecc. Persino l’alcolico rahiu ha origini osmaniche (a dimostrazione che il rapporto tra Islam e Turchia è più complesso di quanto si voglia credere). Tra le delizie etimologiche turche  non posso tacere su rahat che in romeno significa sia  “similgelatina dolcissima” sia, attraverso tagliente  ironia  metaforica, “merda”. La potenza della cucina turco-romena  l’ho identificata  parecchi anni fa a Bucarest nell’imam baialdi (credo che in turco si scriva bayildi): l’imam svenuto! Ero a casa di Sanda in  Strada Traian,  quando a tavola fece  il suo ingresso il beato imam: melanzane cotte al forno e farcite con  pomodori, cipolle e aglio saltati in padella, limone, origano, prezzemolo e un pizzico di cannella:  lo svenimento fu assicurato. imam Sanda ora  non c’è più, ma  la porta  verso l’Oriente gastronomico  non si è chiusa. A Bucarest per me la tiene  ben aperta Luminita. Con lei non discuto sull’origine turca della  musaca romena o della ciulama, mi limito a  ingollare queste delizie: sapete com’è Lumi di cognome fa Panait e le sue ataviche origini greche non gradirebbero cedere ai turchi nemmeno i nomi delle pietanze.  Bucarest   è  una capitale molto  kebabbata, ma  ciò che in Italia si chiama  kebab, o kebap  come si preferisce scrivere da queste parti, solitamente si vende sotto il nome di shaorma (le varianti ortografiche si sprecano), o molto più raramente lo si chiama alla greca gyros. Shaorma è la parola  araba (shawarma) che indica  il doner kebap cioè la carne marinata e  impilata  che gira come i famosi dervisci e poi,  tagliata a striscioline, viene impacchettata assieme a una salsetta all’aglio con  vegetali vari nella lipie, un  pane tondo che vagamente potrebbe ricordare la piadina. Kebap invece è il  termine con cui si indicano  vari tipi di carne serviti al piatto. In Romania la  shaorma  è arricchita – onore  al merito –  con  cavolo cappuccio crudo, ma,  ahi me,  in modo improvvido si è  ammesso nelle varianti più laide  l’uso del  ketchup e persino della maionese! Per quanto riguarda   le patatine  fritte,  che io ritenevo orribile innovazione  valacca, ebbene ho scoperto  che hanno fatto la loro apparizione all’interno del panetto cilindrico  parecchi anni or sono in Turchia, spaccando in due il mondo dei “doneristi”: da un lato gli innovatori , dall’altro i tradizionalisti (non serve che io dica da che parte mi schiero, vero?). Qui a Timisoara la shaorma è sicuramente  la  regina dei cibi da strada, ma  è sempre più difficile trovarne delle versioni credibili. Altri alimenti da passeggio  in voga in questa città sono le  placinte (sfoglie  riempite con carne, formaggio, verza ecc.), i langos,  fritelle dal nome magiaro  spalmate con olio all’aglio o  panna acida e formaggio fresco, le pogaci,  focaccine  con i ciccioli oppure la  plescavita (o pleskavitza)  che rappresenta la vendetta serba contro l’imperialismo gastronomico di Mc Donald.  Nel cibo da strada  si cauterizzano le ferite  più o meno profonde  apparse nel corso del tempo  sul mosaico etnico di queste zone:  romeni, serbi, ungheresi, turchi si rispecchiano reciprocamente nell’alterità di questi spuntini.    Consumarli in piedi risulta naturale:  come si potrebbe, infatti,   starsene comodamente seduti innazi  a dei pezzi di  storia ?

9 Responses to “LA STRADA, IL KEBAB PROIBITO E L’IMAM SVENUTO”


  1. 1 lorenzo cairoli 25 aprile, 2009 alle 11:33 pm

    Buttafuoco non avrebbe saputo scriverlo meglio. Questo è il Catrafuse che piace a me, e quella divagazione sull’iman ubriaco, ah!…Anni fa, a Trastevere, aprirono il primo ristorante turco a Roma. Era sponsorizzato dalla sua ambasciata, la voce circolò e cominciarono i boicottaggi. Così era quasi sempre vuoto nonostante il cuoco fosse assolutamente prodigioso. Io ordinav iman ubriaco come antipasto, come contorno e come dessert, più una quarta porzione doggy-bag.

  2. 2 catrafuse 26 aprile, 2009 alle 6:55 pm

    Domnule Cairoli, riverisco. Il discorso si fa interessante: il cuoco turco di Trastevere chiamava veramente il piatto Imam ubriaco? Mi è piaciuta la citazione sul doggy-bag, in romeno un po’ più umanamente si dice “la pachet”, proprio l’altro giorno discutevo con mia moglie Miro di come questa usanza civile in Italia non abbia ancora preso piede…forse ci penserà la crisi.

  3. 3 Helmut Leftbuster 27 aprile, 2009 alle 1:48 pm

    Meticciato come anaffettività estetica e culturale

    Il gusto. La bellezza. L’arte. La poesia. Oltre che esser sacrosante forme di autodeterminazione del Pensiero individuale d’ogni essere libero e pulsante, vivon tutti di quei precisi connotati antropologici che, incrociati a coordinate socio-cultural-geografiche altrettanto nette, ne performano e permeano pienamente forme e significati; e loro differenze.
    Osserviamo il Colosseo: basta porcisi innanzi per bearci della sua bellezza e grandiosità. Ed è lecito farlo gratuitamente, a patto che non si detragga da tale gratuità anche il prezzo dovuto in termini di pieno riconoscimento di ciò che storicamente e socio-antropologicamente ne ha forgiato tali forme e non altre diverse che avrebbero fatto dei medesimi atomi di materia un menhir celtico, o una moschea araba, o un tempio scintoista con i suoi splendidi artigli dorati. Ebbene, tale riconoscimento non può restare un dettaglio, essendone piena determinazione eziologica, etica ed estetica. Amate il Colosseo? Vi beate della sua vista?..Non potrete astenervi dal renderne conto e merito a Romani e Imperatori dell’epoca per avervelo donato e tramandato; e se vorrete continuare a bearvi nel tempo dei medesimi impulsi emotivi che vi trasmette la sua promanazione effettuale (sì, proprio quella che voi tanto apprezzate!), dato che non esistono più i sesterzi per poter ricompensare gli originari artefici di tale meraviglia, abbiate almeno la cura di preservarne la piena identità estetico-culturale, della quale il contesto è parte integrante. Diversamente, l’intero incantesimo tramandatario andrà in frantumi.
    Il problema, ordunque, è che il fondamento di tale riconoscimento non può che essere imperniato sul concetto di affettività culturale e spirituale, per poi poter essere anche tutelato giuridicamente.
    “Affetto” è intervallo ontologico fra astensione affettiva e viceversa, diversamente l’intero binomio contrappositivo perderebbe i suoi connotati ontologici fondamentali, come il battistrada di uno pneumatico, se consumato, non separerà più il momento dell’attrito da quello del rilascio, vanificandone totalmente la preziosa funzione tecnica.
    Se amo la Grecia, per fare un altro esempio, mi astengo da una neutralità affettiva verso la stessa; né diventa sensato amare tutte le terre, giacché significherebbe non amarne alcuna e restare impantanati in una omogeneizzazione affettiva pari a somma algebrica zero.
    Il “parteggiare“, finanche nella sua accezione più prettamente campanilistica, è un’ esigenza umana d’appartenenza territoriale antropologicamente immanente (il calcio docet): e significa amare.
    Un amore generalista e generalizzato, del resto, darebbe luogo ad un’ insana bulimia affettiva monocorde ed asettica, nonché sprezzante di qualsiasi contingenza logica e spirituale.
    Ora, le ragioni geofisiche della archetipa localizzazione antropologica ed antropogenetica planetaria che hanno originato le costanti estetiche e culturali dei vari popoli non possono pertanto essere artificiosamente tradite da questioni ideologiche, né tampoco svendute a meschine ragioni commerciali e mercimoniose. La lingua, ad esempio: ogni parola prende i passi dagli originari suoni – onomatopee – che l’oggetto descritto dal significato produceva al momento dello sviluppo del relativo conio verbale: e allora, come mai in luoghi tanto diversi del globo tali parole sono completamente differenti pur esprimendo un medesimo concetto? Ci sarà una ragione! Se così non fosse, parleremmo tutti alla stessa maniera, dato che gli esseri umani mangiano e cagano tutti più o meno nel medesimo modo.
    Insomma, arriviamo al dunque, ritenendo tale introduzione sin troppo prolissa ai fini della forza espositiva dell‘argomento base: il meticciato, orribile neologismo figlio dei recenti (ma) epocali sconvolgimenti migratori, diciamo pure invasioni fuori da ogni previsione normativa socio-sanitaria e urbanistica, è sostanzialmente pura anaffettività culturale: chi non ama qualcosa di suo, “amicchia” un po’ tutto, e quindi non si affeziona a niente! Chi non è qualcosa non ne è alcuna, e “non essere” è una totale insensatezza logica e quindi affettiva, essendo il sentimento la variazione emotiva positiva verso la scelta di una categoria naturale (figli, fidanzata, compatrioti, coscritti, città natale, amici del cuore, persone scelte).
    Ma lasciamo che sia anche la geometria, dottrina esatta e de-ideologizzata per eccellenza, a soccorrerci nel ragionamento attraverso le sue constatazioni empiriche: per un punto passano infinite rette slegate e senza mèta, e ciò esprime geometricamente fenomenologia anaffettiva; per due punti ne passa una sola, e questo è l’esempio più fenomenico – e fenomenale – di legame.
    Ergo: i sostenitori della massa informe, delle tinte intermedie, dei musi smussati e dimentichi delle tempeste di sabbia o di neve che ne han forgiato in modo X la forma delle palpebre piuttosto che tinto il colore della pelle in modo Y a cagione di esposizioni solari proprie di latitudini ben più marchiate dal sole di altre, gli apostoli di architetture ibride e senza storia, frutto insapore di false esigenze di sintesi culturale imbruttenti ed esteticamente sacrileghe, i “soloni” di un egalitarismo asettico, ipocrita ed innaturale e dell’attuale criminale invasione pasticciata da migrazione, stanno contribuendo ignominiosamente ad annullare ogni valore estetico e sentimentale verso l’essente. In sostanza non amano: disamano, inculturano e distruggono.
    Ed a proposito di invasioni travestite da migrazioni: che dire e cosa aspettarsi da genti che abbandonano senza punto sospirare la propria terra d’origine, madre suprema che solca i ricordi e le emozioni ancestrali di ogni individuo di sempre e per sempre, da dette genti piuttosto considerata indegna matrigna in nome d’una spasmodica ricerca di quell’ipotetico benessere la cui nefasta eco è giunta loro a suon di loschi rintocchi d’un viver più facile di quello che la nascita gl’ha assegnato d’ufficio; ufficio a cui non si può sputare in faccia sol perché l’ingordigia supera la gratitudine verso la Natura, o verso Dio, che dir si voglia.
    Integrazione – unilateralmente forzosa e selvaggia – è rinunzia a ciò che si era, e delitto contro ciò che si vuol diventare senza che tale status c’appartenga di proprio, togliendone quindi inevitabilmente un pezzo al suo legittimo proprietario; è gettare in terra la propria pagnotta e calpestarla nel goffo tentativo di strappare la brioche dalle mani di chi già, legittimamente, per jus sòli, la possedeva da prima: ammesso e non concesso che la prima sia meno buona della seconda, si finisce per non amare né l‘una, né l‘altra: tantomeno l’ultima, che strappata di mano a chi per primo la possedeva, si sfrantumerà nell’insensata violenza dell’atto, per finire marcita a terra, una terra di nessuno!
    E chi si proclama “cittadino del mondo” è solo un hippie figlio di papà che non sa un cazzo né sul valore del termine cittadino, né su quanto sian preziose le naturali differenze che han disegnato, sinora, i confini d’un collinoso e colorato mondo donatoci ben più affascinante di quel deserto meticcio che sta diventando. HELMUT LEFTBUSTER

    • 4 catrafuse 28 aprile, 2009 alle 11:32 pm

      Kedves Elmo,

      malgrado non mi abbia offerto un commento originale e a tono, mi rallegro che ella tessa l’Elogio delle differenze: io, da dilettante, coltivo le identità. Nelle ultime settimane, ho conversato nel mio orto con la Lupa Capitolina colata in bronzo da Ettore Ferrari, massone, repubblicano e in acme fascio. Questa e suoi pargoletti arrivarono nell’attuale Piazza dell’Opera a Timisoara nel ’26, in pompa magna con tanto di epistola accompagnatoria ufficiale: ”Per le comuni origini etniche”, firmato Mussolini, Cavalier Benito, er controcazzo. Ora mi interrogo: com’è che oggi queste comuni origini per molti figli italici della Lupa non contano più nulla, come se la comunanza etnica fosse un diluitissimo rimedio omeopatico, come se tal principio dipendesse dalla cronaca tossica di delitti più o meno efferati, dal ragionar della panza e dal comfort a dispetto della contradizion che nol consente.
      In un altro ordine di idee: mi è sembrato bizzarro che ella possa affermare che gli uomini mangino e defechino allo stesso modo. In fine, taccio, per educazione, sulle onomatopee e sul dubbio gusto del verbo ”performare”.

  4. 5 lorenzo cairoli 23 maggio, 2009 alle 5:47 am

    La pachet letteralmente cosa significa? E da voi è prassi comune come nei ristoranti americani? Si, la chiamava così – iman di certo, poi non ricorso se ubriaco o svenuto

    • 6 catrafuse 23 maggio, 2009 alle 7:16 am

      la pachet significa “al pacchetto”. Portarsi a casa pezzi di pizza, clatite o quant’altro è pratica abbastanza comune in Romania.

  5. 7 Helmut Leftbuster 8 agosto, 2009 alle 11:15 pm

    …già..peccato ne sia passato di tempo da quando gli stanziamenti militari assiepati in Dacia costituivano l’antico baluardo di latinitas fuori porta.

    L’editto di Caracalla è stata la causa prima della caduta dell’Impero Romano, ecco perché oggi non vorremmo si ripetesse quello scempio…

    • 8 catrafuse 15 agosto, 2009 alle 5:51 pm

      …dunque le origini, ciò in cui ci specchiamo e ci differenziamo, sarebbero fioretta galleggiante sul vino della storia andato a male ?


  1. 1 2010 in review « Catrafuse’s Weblog Trackback su 6 gennaio, 2011 alle 8:39 pm

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