Fuori dal coro

Dieci anni fa tenni dei corsi all’Università di Bucarest. Tre persone resero davvero splendido questo periodo. Al primo posto Mihai Onea, con cui consumavo nottate infinite tra ristoranti, bar, lucky strike senza filtro e gitanes papier mais a parlare di tutto il cinema visto, di tutte le gallerie della città, di tutte le carte e cartacce lette e rilette. Guida diurna, invece, era la mia instancabile Lucetta degli occhi Panait – la greca – che mi scarrozzava per le vie, le viuzze, le case e le chiese più incredibili di questa città. In mezzo ci stava Irina. Irina la incontravo a un corso facoltativo piazzato tragicomicamente alle otto del mattino: io uscivo dalle mie due ore di sonno, mentre lei arrivava direttamente dal turno di notte trascorso al telefono dell’ambasciata russa, gli altri, saggiamente, dormivano. Irina era una romena di Jakutsk – Siberia (non vi sto a spiegare come e perché suo padre fosse arrivato là). Frequentava parallelamente l’Università di Bucarest e quella di Mosca. In Romania – grazie alle strade imperscrutabili che portano dalla Terza Roma a Roma – aveva scelto come seconda disciplina l’italiano. Quasi sempre le lezioni con Irina naufragavano dolcemente verso Est. Come un pirata alla deriva passavo il tempo con lei a parlare di Bulgakov, Rozanov, Brodskj, Ahmatova, Cvetaeva (cioè цветаева), Osip Mandelstam e dell’antimodernismo della prosa di Valentin Rasputin. Capitava di scivolare sulla politica e allora si poteva trascendere fino a Dughin e Limonov … se sapessi dove si trova oggi discuterei volentieri con Irina del nuovo libro di Vasile Ernu (il secondo per la precisione). Partiamo dalla copertina: Alexander Kosolapov, ovvero la tragicità della storia (Lenin) e l’impenetrabilità divina (Cristo) che scortano la leggerezza del nostro presente: Mickey Mouse. Dietro questa paradossale immagine ci sta Ultimii eretici ai Imperiului – Gli ultimi eretici dell’impero, seconda opera di Vasile Ernu. Ernu fa parte di un nutrito gruppo di artisti e scrittori provenienti dall’isola che non c’è: la Repubblica Moldavia. Figure esuberanti, un po’ selvatiche, capaci di scombussolare la quiete del giardinetto culturale romeno Qui basterebbe citare le sferzate del monaco – scrittore Savatie Bastavoi o l’oltranzismo letterario di Alexandru Vakulovski ( lo scorso aprile espulso per due anni dalla Romania perché privo di documenti!) con il suo Cronifogario (Letopizdetz !)…oppure il groviglio punk folk degli Zdob si zdub. La Moldavia attualmente è la parte maledetta della storia romena. È il luogo in cui le ombre del lembo estremo della latinità e dello slavismo si sovrappongono e sciolgono molte delle frigide certezze della Romania contemporanea. Una faglia che continua a produrre profondi interrogativi e pessime risposte. Anche il libro di Ernu si alimenta in modo schietto di paradossi e provocazioni, per sovvertire – non un regime politico – ma le placide sicurezze dell’intellighenzia post-ceausista. “Gli ultimi eretici dell’Impero” si articola attorno a una narrazione epistolare tra Vasiliy Andreevici e A.I., il Grande Istigatore. In realtà lo scambio di missive risulta essere un pretesto per discettare sulla natura della Santa Madre Russia (soprattutto, ma non esclusivamente, nella sua ipostasi comunista), dei suoi rapporti con la “patria muma” romena, delle radici alcolizzate del capitalismo americano, dell’infinita transizione dell’impero sovietico, della ostalgia, del terrorismo e di mille altre cose senza rendere conto a nessuno e, in particolare, allo sviluppo di un possibile racconto. La farcitura dell’opera è tutt’altro che dietetica. Ernu mescola nel suo libro banalità sconcertanti (tipo: “il più importante fenomeno del periodo interbellico è senza se e senza ma l’avanguardia romena” ora, senza se e senza ma, questa affermazione è una puttanata) a sassate impertinenti lanciate nei confronti della mediocrità bancaria contemporanea. Del libro ho amato il tono irriverente e anticonformista, le ripetute citazioni di Varlam Salomov che davvero è uno dei più grandi scrittori di sempre, ma non le castronerie sparate su Solzhenitsyn. Intrigante è la presenza più o meno occulta di Dan Ungureanu che offre delle audaci prospettive geopolitiche attraverso il duo Ilf e Petroff (a proposito il 6 maggio 1976 ore 21 alla TV si trasmetteva proprio le Dodici Sedie di Ilf e Petrov, in Friuli venne giù di tutto e d’allora non siamo più gli stessi). Sempre da questa fonte arrivano pagine acidissime sulla mentalità romena, veri distillati di odio di sé (ura de sine) che caratterizzano da tempi immemori questa nazione. Tra i passaggi destinati a creare sconcerto segnalo quelli dedicati alla presenza delle truppe sovietiche in Romania, il cui ritiro precoce, secondo Ernu, non fu per nulla provvidenziale, anzi segnò in peggio il destino del paese. Oppure le osservazioni statistiche sulla rapidissima moltiplicazione di membri di partito nella Romania comunista e la loro miracolosa scomparsa nel giro di una nottata nel dicembre 1989. Insomma questo volume ci serve una densa seljanka (soleanca) ma lascia i commensali più schizzinosi liberi di scartare i pezzi più indigesti. Mi piacerebbe passare una serata davanti a questo piatto fumante con Vasile Ernu, anche per verificare quanto scrive sullo stile della sbronza russa e su come alleviarne i postumi, sicuramente avremmo molte cose da dirci e poche su cui trovarci d’accordo, ma questo è tipico per chi ama gli eretici.

P.S.

queste quattro righe le dedico fraternamente a Raffaele – mai sfuggito alla scomoda posizione dell’eretico – di cui qualche settimana fa è caduto il terzo anniversario della scomparsa…vesnica pomenire.

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