Eli Lotar (1)

È il 5 dicembre 1966, Alberto Giacometti ha appena chiuso la porta del suo atelier. Non la riaprirà più. All’interno, sul tavolo, avvolta da un panno bagnato, ha lasciato la scultura a cui stava lavorando: è il Lotar III. Lotar siede con le mani poggiate sulle ginocchia, gli occhi sono quelli sbarrati di chi guardandosi allo specchio ha scoperto il nulla, le labbra strette rimandano al silenzio di chi vede la vita svanire. È l’immagine della fine, è la fine. Il Lotar III diverrà la paradossale maschera mortuaria di Giacometti che spirerà di lì a poco (12 gennaio 1967). Ma chi era Lotar? Facciamo un passo indietro. Siamo all’inizio del secolo scorso, una giovane donna romena, Constanta Zissu, è mandata in Francia per nascondere l’imbarazzo di una gravidanza imprevista. Il futuro padre è il giovane monaco ortodosso Iosif, Ion Nicolae Theodorescu da laico, Tudor Arghezi nella sua prossima esistenza da poeta. Eliazar-Lotar viene al mondo a Bondy vicino a Parigi il 30 gennaio 1905, ma il mondo sembra quasi non volerlo. Constanta Zissu ritorna a Bucarest, il piccolo viene rimpallato tra i nonni materni e la madre di Arghezi, il quale nel frattempo se ne va per cinque anni a bighellonare per l’Europa. Eli-Lotar cresce, i genitori si sposeranno solo nel 1912, per divorziare nel 1915. Con Bucarest e con il padre non lega. Essere il figlio di Arghezi, forse il maggiore poeta romeno del ‘900, potrebbe aprirgli  le porte dei vari circoli letterari della capitale,  potrebbe aiutarlo a stringere amicizie, ma a lui non interessa. Il suo sguardo punta verso Parigi. E a Parigi arriva nel 1925 con l’intenzione di fare cinema. Lì ha pure una ricca cugina da parte di madre, Roma Aron. E proprio nell’appartamento della famiglia Aron Eli-Lotar conoscerà un’altra fuggiasca. È Germaine Krull, fa la fotografa, a ventotto anni ne ha viste già molte. Espulsa dalla Baviera per attività comunista, ripiega per amore in Russia. Le va male e finisce alla Lubjanka come controrivoluzionaria. Espulsa anche dalla Russia ripara a Berlino, frequenta gli ambienti dada, poi arriva ad Amsterdam con il regista Joris Ivens. Lo sposa. Se ne va a Parigi, senza Joris. E qui incontra Lotar:
«Fu qualche giorno più tardi, a un pranzo da Roma, che incontrai Eli Lotar. Eli era molto bello, aveva un profilo greco, occhi neri e una dolcezza nel volto che faceva quasi male guardarlo. Doveva avere tra i ventitré e i venticinque anni, era figlio del poeta nazionale rumeno, molto noto in Europa. A causa di complicazioni nei rapporti familiari Eli era venuto in Francia senza lasciare nessun recapito. Viveva a Parigi da due anni ormai, apparentemente senza fare niente. “Cerca lavoro” diceva Roma, “ma non ha abbastanza tempo. Bello com’è , un giorno o l’altro troverà qualcosa”. Gli parlai di fotografia. “Lei fa la fotografa di moda?” “Sono agli inizi, cerco un nuovo modo di fotografare.” Mi disse che gli sarebbe piaciuto provare: “Forse è la mia strada, chi lo sa?”» [1].
Quella sera ritornarono a casa a piedi, attraversarono Parigi, parlando di tutto e di niente, si piacquero subito. Si rincontrarono: Eli divenne il suo assistente e il suo amante. Passione, fotografia e soldi pochi:
«Lotar aveva una stanza minuscola, quasi completamente trasformata in camera oscura; nel letto si sviluppavano i film e si mettevano ad asciugare. [… ] Per giorni e giorni non uscimmo dal nostro quartiere, era un mondo a parte. La sera andavamo nei piccoli ritrovi di Pigalle; il nostro preferito era “La boule noire”, un lungo corridoio con dei tavoli, dove suonava una buona orchestra con accordeon e pianoforte [… ] Eli era un ballerino infaticabile, adoravo ballare con lui, ballavamo tutte le sere fino alla chiusura del locale» [2].
L’occasione per sfondare arriva grazie a Lucien Vogel che ha appena fondato VU, una rivista d’attualità decisa a narrare il mondo attraverso le immagini attorno alla quale si raccolgono i migliori occhi del tempo: Brassaï, Man Ray, André Kertész, Maurice Tabard, Henri Cartier-Bresson, Laure Albin-Guillot e altri ancora. Il primo servizio della coppia Krull-Teodoresco è dedicato alla Tour Eiffel. Germaine racconta:
«Trovammo una porticina con scritto “Divieto di accesso”. “Andiamo a vedere!” C’erano ruote, cavi, pistoni, ferri, scale traballanti. [… ] Eli [… ] scorgeva tanti particolari: teste di pulegge, viti, rotoli di fil di ferro, me li mostrava e io fotografavo» [3]. L’immagine simbolo di Parigi apparirà su VU destrutturata in sbarre, grovigli di cavi, bulloni, ingranaggi, ombre dando vita a una provocante frammentazione della modernità. Fu un successo. Seguiranno altre serie fotografiche dedicate ai porti di varie città, ai clochard, alle strade di Parigi. Lotar ormai è una figura nota negli ambienti dell’avanguardia parigina e inizia a fotografare anche da solo. Celebri le immagini di Aux Abbattoirs de la Villette, utilizzate nel 1929 da Georges Bataille per illustrare la rivista Documents, nello specifico la voce Mattatoio del suo Dizionario Critico, pubblicate più tardi anche dalla rivista surrealista belga Variétés e dalla già menzionata Vu. Sono immagini crude con al centro la violenza informe della macellazione e il suo cinico addomesticamento industriale. A Eli piace anche sperimentare con i fotomontaggi, come quelli realizzati per il volumetto di Antonin Artaud e Roger Vitrac Le Theatre Alfred Jarry et l’Hostilite Publique[4]. Sembra che ci sia la sua mano anche dietro allo sprezzante ritratto fotografico realizzato da Jacques-André Boiffard per il pamphlet polemico contro il “papa” del surrealismo André Breton, sottoscritto, fra gli altri, da Raymond Queneau, Robert Desnos, Vitrac e dai due Prévert[5].

Continua

[1] Germaine Krull, La vita conduce la danza, Firenze, Giunti, 1992, p. 144.
[2] Germaine Krull,ivi, p. 146.
[3] Germaine Krull,ivi, p. 148.
[4] Parti del volumetto sono riprodotte qui.
[5] Il ritratto e i dettagli del “cadavere” di Breton si possono gustare qui.

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2 Responses to “Eli Lotar (1)”


  1. 1 maria luisa 26 gennaio, 2011 alle 5:57 pm

    In attesa della seguente parte 🙂

  2. 2 catrafuse 30 gennaio, 2011 alle 10:40 pm

    Finalmente è arrivata, si parla anche delle Canarie!


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