Bucarest brucia?

Tra tutti i commenti sugli scontri di Bucarest io ho scelto (e tradotto) una voce fresca recuperata dal Blog di Vlad Ursulean. Per facilitarne la lettura ricordo semplicemente che, purtroppo, Basescu è il presidente in carica della Romania e che Arafat non è Yasser, ma Raed, il medico di origine palestinese che ha messo a punto il sistema del servizio ambulanze in Romania e che si è opposto al diktat presidenziale per la privatizzazione totale della sanità. I luoghi citati invece si trovano tutti nel centro di Bucarest. Buona lettura.

I giovani addormentati lanciano pietre. “Siamo incazzati neri”
di Vlad Ursulean

Chi sono i teppisti, chi sono i bastardi, chi ha devastato il centro di Bucarest? Ieri sera mi sono ritrovato in mezzo agli scontri di strada, ho evitato sassaiole, ho ingoiato una tanica di lacrimogeni, sono fuggito dai celerini, stavo per essere linciato da alcuni concittadini. E ho scoperto con stupore la risposta: è proprio la “generazione addormentata”, i giovani apatici, quelli che bazzicano per i pub e salvano il mondo con un like. Questa volta l’hanno salvato agitando i pugni verso i celerini, innalzando barricate e lanciando sampietrini.

Suona strano, dopo aver sentito su tutte le tv che si tratta solo di teppisti, di ultras, messi lì da chissà chi cazzo per rovinare la bellezza di una protesta pacifica. I primi scontri sono stati davvero provocati da un gruppo del genere. Poi i celerini hanno caricato spingendolo verso Piazza Unirii. Ed è accaduto qualcosa di bizzarro.

Alle 9.30, in Piazza dell’Università una voce si rincorre. Pare che in Piazza Unirii ci siano i veri casini, là ci si legna con i celerini. Non ne avevo molta voglia, mi sembrava una protesta ultra-stracca e manovrata, ma qualcosa mi ha spinto fin là. E non ero solo.

Un sacco di gruppetti si staccano dalla massa che grida Abbasso Basescu, passano per il sottopassaggio e confluiscono in un torrente di persone alimentato da tutte le stradine del centro storico. Dallo slargo della lupa capitolina non si può passare, c’è un cordone di celerini. Un tipo se ne sta di fronte a loro e sbraita verso quei caschi: “Aho, io non sarei qui se avessi di che nutrire mia figlia!” Facciamo il giro per altri vicoli, dove è pieno di agenti della polizia locale molto rilassati, alla fine troviamo una breccia solo alla locanda Hanul di Manuc.

“Che cazzo?!”
Quando arrivo in Piazza Unirii resto paralizzato e mi viene la pelle d’oca. In mezzo alla strada ci sono due grandi roghi, più lontano si alza una colonna di fumo, verso il mcdonalds, si sentono dei botti come durante un bombardamento e, ooh, urla terribili …

Una squadra di celerini vestiti da tartarughe ninja mi passa vicino di corsa. Uno grida alla radio di adottare nonsoche posizione di lotta di fronte a H & M … Aho, sei pazzo? A Bucarest? Avevo visto cose del genere a Londra, ma qui? “Che cazzo?!” Grida uno dal marciapiede, rispecchiando i miei pensieri.

Mi metto a seguire di corsa i gendarmi, passiamo vicino al secondo rogo, qui fanno una piccola deviazione per affibbiare un po’ di mazzate a quelli che attraversavano la strada, poi si uniscono a un’altra squadra e bloccano la strada di fronte al centro commerciale Unirea. Partono verso il parco Tineretului battendo i manganelli sugli scudi. Fuori dal sottopassaggio li accolgono le pietre. Alcuni ragazzi con sciarpe sul volto escono da dietro un palazzo e li bombardano.

Rispondono con due colpi di lacrimogeni e con dei fuochi d’artificio che gettano scintille dappertutto, spettacolare, come a capodanno. Allora questi erano i botti, penso sollevato, ma non faccio a tempo a finire il ragionamento che devo ficcarmi dietro una macchina per non prendermi una nuova ondata di pietre.

“Siamo incazzati neri!”
I celerini si ritirano. A cento metri, davanti alla millenium bank, alcuni ragazzi devastano la fermata dell’autobus. Spaccano tutti i vetri con delle grosse mazze. Se li incontrassi per strada ti verrebbe da da chiedergli ripetizioni di matematica. Occhiali, capelli ben pettinati, dolcevita vintage, abiti da sfoggiare per le feste.

Inseguiti da tutti gli angoli della piazza approfittano del ritiro dei celerini e si raccolgono all’incrocio del mcdonalds. Scacciano a sassate anche l’ultima camionetta dei celerini, poi esplodono in ovazioni che durano diversi minuti. Arafat! Libertà! Via i bastardi! Sembrano ipnotizzati, camminano sorridendo, come a Capodanno.

Saranno circa 300 persone. Hipster, quelli dell’arcobaleno, loschi metallari, la gente variegata che di solito si può vedere in Lipscani. Sono il pubblico target delle grandi aziende, i consumatori ideali. Ora però non consumano più, distruggono. “Siamo incazzati neri!” grida uno quando la folla se ne ritorna verso l’Università, facendo scorta di sampietrini.



“Basta foto, piglia un sasso!”

Dalle case lì intorno entra nella folla anche una schiera di squatters, rabbiosi perché le hanno prese dalle guardie mentre se ne andavano tranquilli per strada. Li hanno presi per zingari… In prima linea ci stanno i tanto vituperati ultras, a prima vista una decina di persone. Non li si riconosce dai vestiti, anch’io indosso giubbotto, cuffia nera e sciarpa fino al naso per difendermi dai lacrimogeni. Si vede però che sono meglio organizzati, sanno come si muovono i celerini, sono i soli che hanno esperienza di scontri.

All’incrocio con via Coltea ci imbattiamo nei celerini. Si confrontavano con alcune persone, quando hanno visto la folla si sono ritirati verso l’ospedale. Hanno creato un cordone lungo tutta la strada e ci accolgono con due lanci di lacrimogeni e dei fuochi d’artificio spettacolari. I giovani replicano a sassate e cominciano a costruire barricate. Le recinzioni tra le corsie del viale si riempiono una ad una di gruppetti di ragazzi che le sconquassano fino a farle cadere, per poi gettarle su barricate simili a una diga di castori.


“Sti ignoranti ci hanno mandato contro i celerini”

Quelli rimasti più indietro trovano altre attività ricreative. Un tizio scrive con lo spray nero un LIBERTÀ lungo quanto la strada. Una ragazza con borsa a bisaccia “Hello Kitty” a stento trattiene le lacrime quando dice al suo ragazzo: “Questo non se ne va, oh, qualsiasi cosa si faccia!” Dietro di loro, un tizio vestito elegantemente, con un sacchetto in mano, solleva una pietra spigolosa e la accarezza nel suo palmo, ne verifica la tessitura, come fosse un oggetto extraterrestre. Altri giovani discutono di politica. “‘Sti qui non c’hanno manco un po’ di cultura, ‘sti ignoranti c’hanno mandato contro i celerini!” Assomigliano proprio agli studenti che qualche tempo fa hanno occupato la Facoltà di storia. Tutti calpestiamo un tappeto di scatarrate cui abbiamo contribuito diligentemente ogni volta che abbiamo ricevuto in regalo dei gas lacrimogeni.

È facile dire la colpa è dei supporter, in realtà i manifestanti erano molto diversi. Sia quelli che agitavano striscioni, sia quelli che lanciavano pietre. Presso la statua dell’Università c’era un gruppo frichettoni con un pezzo di cartone su cui c’era disegnato solo un grande cuore. In piazza Rosetti un gruppo di supporter spaccava i vetri di una Dacia del Ministero degli Interni, e dieci metri più in là degli hipster occhialuti e anticapitalisti fermavano le macchine e urlavano: “Dove andate? Scendete a protestare! ”

Forse sono stati tutti provocati e manipolati. Ma sulle strade si diffondeva la loro rabbia, vera come il gas dei lacrimogeni. Rabbia per i corrotti, gli incompetenti, per un sistema che li maltratta e li caccia dal loro paese. Questa rabbia non era fasulla. E la gente imparava a rilanciare i lacrimogeni contro i celerini con la stessa naturalezza con cui si impara a giocare a Farmville.

“Ehi, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

Indietro a Via Coltei, la situazione diviene disperata. I manifestanti hanno resistito a numerosi assalti, ma ora i celerini si avvicinano anche dall’altra parte, da piazza Unirii. “Ci prenderanno, oh, nel mezzo, come delle minchie!” grida un tizio sfigurato dalla disperazione. Tutto diventa più brutale. Si sfasciano cartelloni pubblicitari. La fermata presso Sfantul Gheorghe è fatta a pezzi. Con bastoni, pietre, ferri raccolti da terra. Uno è salito su un’edicola e scardina una telecamera di sorveglianza, poi la sfascia in tripudi. Gli slogan diventano più radicali. “Facciamo il culo anche a quelli delle tv, che fanno milioni sulle nostre spalle!”

Improvvisamente, un tizio si accorge che ho una videocamera in mano e un’altra sulla testa e che ho filmato tutto. Si precipita verso di me e gli altri lo seguono. “Ehi, sono giornalista!” riesco a dire prima che questi si piantino sul mio petto, spintoni, uno afferra la videocamera, gliela riprendo, gli do uno strattone e faccio un salto indietro, poi appaiono altre persone che mi difendono – “Ooh, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

“Far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo!”

Auguro un felice anno nuovo ai miei salvatori e me la svigno per le stradine, aggirando i celerini che avanzano battendo le mazze sugli scudi. È il momento perfetto per la ritirata, perché questa volta li caricheranno per bene. Il ministro degli Interni ha approntato un’unità di crisi, si inviano rinforzi, le truppe speciali di pronto intervento si infiltrano nel centro.

Di fronte al Circolo Militare, in un androne accanto a Pizza Hut, decine di giovani circondati dalle forze speciali stanno rannicchiati . Nessuno si muove, sembrano dieci polli congelati. Uno degli agenti urla agitando il manganello: “A me lanci pietre, eh? Per far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo! “Quando vede la mia telecamera si precipita verso di me con il manganello. Gli ficco sotto gli occhi la tessera di giornalista e si rilassa un po’, abbassa il manganello e mi spinge via con la bici e tutto il resto.

Gustave Le Bon in azione

Entro in un bar del centro storico, dove si sono radunati molti giornalisti per discutere su che cazzo sia successo. Al nostro tavolo sta anche uno di quelli che la TV aveva descritto come un ultras. “Che macello, amico! ! Gustave Le Bon in azione” Ingoia un sorso di birra e aggiunge sorridendo: “Oh ma quanto costerà uno spot per detersivi nel prime time della rivoluzione”?

All’una e mezza me ne torno a casa. Viale Brătianu è uno specchio, la nettezza urbana lavora da fare invidia al servizio ambulanze, ti accorgi appena che è accaduto qualcosa. Sembra che il vento abbia soffiato un po’ troppo forte.

Le puttane sono al loro posto sui viali, passando accanto a loro, mi ricordo divertito della frase che questa notte mi ha levato più volte dai guai: “faccio solo il mio dovere!”

Le foto e l’articolo Tinerii adormiți aruncă cu pietre. “We are fucking angry!” sono di Vlad Ursuleanu la traduzione è mia.

1 Response to “Bucarest brucia?”


  1. 1 Stuart Merl 11 luglio, 2015 alle 10:42 am

    Enjoyed every bit of your blog post.Really thank you! Will read on…


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