Romania in rivolta creativa

 

A meno venti anche la rivoluzione può attendere. E allora si può approfondire e raccogliere un altro tassello per comprendere le recenti rivolte romene. Nello scritto che segue (la traduzione è mia)  Vintila Mihailescu [1] svolge alcune riflessioni sui moti di gennaio. La  formula  “generazione della rivolta creativa” non mi piace  granché, ma  il testo offre molti spunti stimolanti, non necessariamente vincolati solo allo scenario romeno.

LA GENERAZIONE DELLA RIVOLTA CREATIVA[2]

La rivolta di gennaio sorprende, e il sonno della comunicazione genera strane visioni. I partiti al potere inizialmente hanno sognato un teppismo periferico, poi una strumentalizzazione politica sotterranea, simulando il dialogo con il resto del paese. Una volta svegliatisi, hanno usato un linguaggio enigmatico. L’opposizione ha sognato di capitalizzare la rivolta popolare e, presagendo che si tratta solo di un sogno, sembra non volersi svegliarsi. Dalla loro sala di rianimazione, i sindacati sembravano pronti ad alzarsi dalla brandina, ma le gambe non hanno retto. In funzione della propria fede e della propria sensibilità, gli intellettuali hanno sognato esegesi sia attraverso la filiera eroica delle manifestazioni di Piazza Università del 1990, sia in chiave satirica alla Caragiale, sminuendo esteticamente il fenomeno. Una maggioranza triste e intorpidita si è voltata dall’altra parte, domandandosi abulica “e chi ci mettiamo al posto loro?”, mentre una minoranza “sulla cresta dell’onda” ha attraversato un piccolo incubo: “ci mancava solo questo, ora peggiorerà il rating del paese!”. Infine, imitando la necessità di vigilanza, diversi commentatori universali hanno applicato un modello epidemiologico, spiegando tutto tramite la proliferazione di eventi tipo “primavera araba” o “Occupy”. Solo la televisione è riuscita a trasformare il tutto in uno show mediatico, a volte professionale e con commenti pertinenti. Forse chimerici, tutti questi discorsi sembrano incapaci di ottenere una comprensione sociale.

In primo luogo questa rivolta non può essere inquadrata globalmente in una sola compagine, non le si può applicare una sola etichetta, definitiva. SE questo perché, da un lato, si tratta di una sorta di war in progress, un divenire, e non uno stato momentaneo; dall’altro, perché la rivolta non è… solo una: sui due marciapiedi di Piazza Università, ad esempio, sono diverse. O, con una rappresentazione metaforica, le differenze possono essere illustrate grazie al seguente esperimento involontario: distribuendo una dozzina di sticker con diversi messaggi di protesta, alcuni „organizzatori“ hanno rilevato che le persone più anziane sceglievano soprattutto quelli con scritto „Via il Governo!“, mentre tra i giovani hanno avuto maggiore successo slogan come “Il vostro disprezzo/la nostra rivolta”. Non è la stessa cosa e, al limite, nemmeno la stessa rivolta.

 


Qual è la peculiarità di questa rivolta?

Un primo suggerimento lo ricaviamo, un po’ inaspettatamente, da un … musicologo: si tratta dell’analisi delle proteste e l’arte degli slogan popolari, realizzata da Marian Balasa-Marin. Senza volere entrare nei dettagli “tecnici” della ricerca, merita un po’ di attenzione un’osservazione essenziale dell’autore: “Al di là di discorsi, interviste, dichiarazioni, perorazioni politiche e promozione televisiva (ignorando la violenza e gli abusi parassitari), forse la forma di protesta più interessante è ciò che la stampa chiama lo “slogan intelligente”. Poiché, specialmente in combinazione con lo scandire, la finezza intellettuale, fa il paio con la sensibilità, con l’esaltazione, con l’arte”. L’argomento è convincente e alla portata di tutti. Qui si sottolinea un aspetto che ha colpito molti, generando però solo riflessi di tipo sensazionalistico: la creatività di questa ribellione, in particolare della sua “componente giovane”. Si può parlare dunque, con sufficiente rigore, della prima rivolta creativa in Romania, nel senso utilizzato per parlare delle “città creative” e delle loro varie forme di intervento militante-artistico nel paesaggio urbano, che sono apparse ultimamente anche nelle nostre maggiori città.

Va anche detto che esiste una continuità tra la “rivolta senza motivo” messa in piedi qualche tempo fa alla Facoltà di Storia e l’attuale “rivolta creativa” di Piazza Università: anche se i “motivi” non sono ancora tradotti in “scopi” precisi (sebbene alcuni stiano delineandosi), l’azione in sé è una sorta di learning by doing, di alfabetizzazione politica di una generazione costretta a diventare autodidatta. Perché questa è la grande rottura che si è verificata in queste settimane: la negazione, non di un politico o di questo o quel gesto politico, ma del linguaggio politico, Non vogliamo essere solo trascinati a votare, vogliamo stabilire un linguaggio per la comunicazione sociale comune e permanente. E questo “linguaggio” non è apolitico, rifiuta solamente l’egemonia del politichese, per riconquistare lo spazio dialogico del politico. Spoliticizzata dal disprezzo e dal disincanto, questa nuova generazione ritorna alla politica, ma imparando per conto proprio la Lingua del pensiero critico, con cui sogna di creare il nuovo supporto del gioco politico in Romania e attraverso cui intende affermare la propria autenticità. Ogni cittadino è il proprio politico! – scandivano in questi giorni dei giovani. Il rifiuto in blocco dell’establishment è il rifiuto di un idioma compromesso, non la rabbia, ancorché giustificata, verso uno o l’altro dei suoi “fruitori”. Come evidenziava Florin Poenaru[3] , uno degli esponenti della “rivolta creativa”, anche la fede quasi mistica nel tecnocrate salvatore, “sebbene profondamente politica, non fa altro che perpetuare la spoliticizzazione e quindi impedisce la costruzione di un vocabolario politico comune e complesso”. Per arrivare a una conclusione che dovrebbe far riflettere gli abbonati al pensiero prêt-à-porter: “quindi, bisognerebbe cambiare prospettiva: non conta quello che vuole dirci Basescu nel ruolo di presidente-capro espiatorio, ma le domande e le richieste che formuliamo noi come società “.

L’attuale “Rivolta creativa” dunque sembra avere un significato di lunga portata, che va al di là del bubbone che scoppia, essendo (anche) una rivolta per, non solo contro qualcosa. In primo luogo, si tratta della scuola creativa di una nuova generazione, che prende coscienza di sé e che ritorna alla politica, come una minoranza, certo, ma “qualificata”, competente e disposta a lottareper un altro tipo di dialogo tra potere e società.

“Sa qual è per me la cosa più importante?” – mi domandava, retoricamente, nei giorni scorsi, una manifestante di Cluj. Sentire che siamo una generazione!

[1] Vintila Mihailescu è un antropologo, docente presso la Scuola Nazionale di Scienze Politiche e Amministrative di Bucarest.

[2] L’articolo è apparso nel n. 416 (2-‘8 febbraio del settimanale Dilema veche.
[3]Il testo integrale di Poenariu si trova sul sito Critic Atac.

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2 Responses to “Romania in rivolta creativa”


  1. 1 Paolo 9 febbraio, 2012 alle 5:44 pm

    Questo pezzo di Vintila Mihailescu è effettivamente interessante; sono molto d’accordo sul discorso di rottura nella comunicazione, per la prima volta in 20 anni le diverse popolazioni di Bucarest si appropriano di spazi per parlare di politica al di fuori del linguaggio volgare e arrogante che la loro classe digerente ha espresso e che hanno dovuto subire.

    Rispetti, soprattutto per l’essersi preso del tempo per tradurre l’articolo. Saluta da Bucarest.
    Paolo


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