À la guerre comme à la guerre

À la guerre comme à la guerre[1]

I tipi di Voina sono passati da Bucarest, dove hanno presentato la loro azione itinerante Voina Wanted per sostenere la causa di due membri del gruppo da tempo passati alla macchia in Russia. Voina significa “Guerra” e per Oleg Vorotnikov e Natalia Sokol la guerra è cominciata nel 2005. Più tardi si sono uniti a loro Alexei Plutser-Sarno e Leonid Nikolaev e una schiera di accoliti più o meno anonimi. L’ideologia del gruppo secondo Plutser-Sarno “è una complessa miscela di punk, anarchia e strafottenza. Di fatto all’infuori della rivoluzione, ce ne sbattiamo di tutto”. Due anni fa Vorotnikov e i suoi disegnarono sull’asfalto del ponte Liteinyi di San Pietroburgo un cazzo alto 65 metri e largo 27. L’enorme pene si rizzò in verticale di notte, quando il ponte si aprì per consentire il passaggio delle navi sul fiume Neva. Davanti ad esso il palazzo dei servizi di sicurezza, mai coincidenza fu più chiara, se ne parlò in mezzo mondo. Nel 2007 i soldati di Voina faranno irruzione in un Mc Donald’s della capitale lanciando gatti contro i dipendenti dell’odiata multinazionale, i felini e i clienti non gradirono. Un anno dopo “celebreranno” l’elezione di Medvedev (“orsacchiotto” in russo) con un’orgia collettiva nel Museo Statale di Biologia di Mosca. Come dire: possiamo anche fotterci da soli. Sulla facciata del parlamento russo, una notte, i guerrieri ci proiettano un gigantesco Jolly Roger verde. Bello spettacolo.

Gogliardia, provocazioni, un po’ di cattivo gusto, ma non solo. In “Colpo di palazzo” quelli di Voina decidono di ribaltare sette macchine della polizia nel centro di San Pietroburgo, mal gliene colse. Oleg e Leonid sono arrestati e le accuse sono pesanti, rischiano sette anni di gattabuia. A pagare la cauzione è Banksy, l’artista “fantasma” delle strade di Londra: 120.000 dollari, 20.000 per uscire di galera e 100.000 per tirare a campare (secondo Alexei Plutser-Sarno invece questa somma è stata utilizzata per aiutare altri non ben identificati prigionieri politici). Per festeggiare il capodanno qualcuno del gruppo organizza Mento-Auto-Da-Fé, ossia dà fuoco a un cellulare della polizia. Per loro è arte: “Tra arte e provocazione non esistono né confini, né altri tipi di interazione. Si trovano su piani diversi, in mondi che non si incrociano mai. Voina agisce nell’ambito di un’arte eroica, monumentale, superiore. E proprio perché le leggi attuali sono talmente cretine che le autorità considerano i nostri capolavori illegali” spiega un po’ delirando Plutser-Sarno, l’ideologo del gruppo, che poi, utilizzando una metafora tolkeniana, puntualizza: “noi partiamo dalla premessa che le proteste in Russia, ne siamo convinti, non possono svolgersi in modo pacifico, perché al potere ci stanno degli orribili mostri, orchi di Mordor e mutanti di Gollum. E gli orchi di Mordor non cederanno mai il potere attraverso i negoziati, bisogna picchiarli, bisogna prenderli a calci…” Sabato scorso parte del gruppo artistico russo è atterrato a Bucarest per promuovere la campagna Wanted Voina, cioè per appendere in diversi punti della città un telone che raffigura la faccia del latitane Oleg dietro le sbarre. Il primo tentativo avviene al museo di arte contemporanea di Bucarest (che è all’interno del Parlamento!), ma Casa Poporului è così grande che ti ci vorrebbe un telescopio per capire che quel lenzuolo bianco e nero è una opera d’arte, anzi è la guerra. Meglio allora stendere Oleg a terra, ma a questo punto arriva una cane randagio che ci si addormenta sopra. Sonnecchia come i gendarmi che stanno attorno al Parlamento.

La guerra è rimandata alla sera, sul fronte del festival del film documentario One World Romania. Qui i ribelli russi mostrano un filmetto autocelbrativo di scarsa qualità dedicato alle loro azioni e alle loro persecuzioni. Ad un certo punto sullo schermo si vede il figlio di Oleg Vorotnikov e Natalia Sokol, Kasper, due anni. Sta in braccio a un poliziotto mentre i genitori vengono fermati dalle forze dell’ordine. Come nelle peggiori pellicole di propaganda, sui sottotitoli si legge: “Kasper, manifestante di due anni, è arrestato dalla polizia”. In sala la scena è commentata ad alta voce da un ragazzo che sbraita: “Siete dei vigliacchi! Usare un bambino in una manifestazione che può trasformarsi in violenza, usarlo come scudo, vigliacchi”. I soldatini russi non ci stanno e replicano “Il vigliacco sei tu, vieni qui sul palco a dire queste cose…” Detto e fatto, solo che appena il contestatore dei contestatori mette il piede sulla scena si prende due ceffoni da Alexei Plutser-Sarno, l’intellettuale del gruppo – capirai. Ne segue un accenno di rissa a malapena sedata dagli organizzatori. Imbarazzo, stupore, ma niente scuse. Su Hot News, Vlad Mixich si domanda, non senza ragione, se le sberle assestate all’ignaro spettatore facciano parte del geniale programma artistico del gruppo Voina. Morale: se vuoi fare la guerra, falla, ma poi non piangerti addosso e soprattutto lascia dalla nonna i bambini.

[1] la foto di Bucarest l’ho presa dal blog del signor Ursulean; mentre le citazioni dei rappresentanti di Voina dall’articolo di Vasile Ernu apparso su Critic Atac

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