ELABUGA

Elabuga (si legge Ielabuga) è una località del Tatarstan che durante il periodo sovietico ospitò un grosso lager per prigionieri politici e poi di guerra. Ad Elabuga furono spediti i soldati italiani che rifiutarono le lusinghe dei loro connazionali al soldo dei sovietici (storie che non si imparano a scuola). Nella città di Elabuga viveva tra gli sfollati Marina Svetaeva, la grande poetessa. Faceva la sguattera e attendeva di essere inghiottita dal gulag: preferì impiccarsi, nell’agosto del 1941.
Elabuga è anche il titolo di un romanzo breve a fumetti realizzato da Alexandru Talamba “Tamba” (disegni e sceneggiatura) e George Dragan (solo scenaggiatura), un’opera unica  nell’angusto spazio della fumettistica romena,  che sorprende per l’originalità (ma anche per il coraggio) di alcune scelte narrative. Il racconto è suddiviso in quattro parti racchiuse da pagine nere su cui s’innalza la silhouette grigia di un corvo. Ogni capitolo è introdotto da un versetto dei salmi e da un’immagine simbolica che ne anticipa i contenuti: una mitragliatrice, un vagone bestiame, la torretta del lager, una pala piantata nella neve. La prima parte è ambientata durante la battaglia di Stalingrado (preannunciata dall’apparizione di un corvo), qui un giovane ufficiale della Wehrmacht, il protagonista della storia, conduce i suoi uomini alla conquista di un avamposto sovietico. Il punto di vista della narrazione è dunque affidato a uno dei vinti della seconda guerra mondiale  che i luoghi comuni del mainstream storico-culturale, solitamente, relegano tra gli eterni malvagi. Le scene degli scontri tra Tedeschi e Sovietici sono spesso decostruite attraverso sovrapposizioni di più piani: rapide zoomate su dettagli addossate a prospettive panoramiche con tonalità che variano tra l’ocra e il marrone chiaro. I dialoghi sono scarni, quasi fossero inudibili, perché immersi nella baraonda degli spari e delle esplosioni e delle loro onomatopee.
Il capitolo successivo verte attorno alla deportazione dei soldati tedeschi verso il gulag di Elabuga: inizialmente  in un vagone merci, con disegni dominati da tonalità scure (tra nero e viola) e da ossessivi giochi di ombre, poi, attraverso una lunga marcia nell’inverno siberiano verso il gulag, illustrata attraverso  tinte che spaziano tra l’azzurro e il grigio tempestate dall’ossessiva presenza del bianco della neve, diffuso abilmente con una sorta di dripping su tutte le immagini. Il dialoghi in questo frangente sprofondano in un discorso interiore frammentato e portato  fino ai confini del nichilismo.
Nella terza parte è racconta la vita disperata dei detenuti, le angherie dei guardiani contro “i nemici del popolo” e l’incontro del capitano tedesco con un misterioso visitatore. Questi racconta al prigioniero che sul luogo in cui sorge il lager, un tempo si ergeva un grande monastero, poi raso al suolo dai sovietici. Si tratta di una rivelazione che lo porta a scavare all’interno della sua baracca per trovare le tracce del vecchio luogo di culto e iniziare un percorso di rinascita spirituale. Disseppellisce una bibbia, icone, suppellettili sacri e, in fine, una croce. Più scava in profondità, più il guerriero d’un tempo si stacca dalla realtà atroce del gulag, ormai decimato dal tifo e travolto da una violenta bufera di neve. La “liberazione” occupa l’ultimo capitolo del racconto: rapidi primi piani, tavole bianche e senza parole in cui la figura del protagonista sembra sprofondare.
In appendice sono raccolte una serie di tavole sparse ispirate all’opera stessa.
Ion Manolescu ha dedicato recentemente a questo fumetto un lungo e dettagliatissimo articolo, apparso sulla rivista Romania Literara, in cui si forniscono alcune delucidazioni sulla gestazione dell’opera:
Tra le fonti di ispirazione rivendicate dagli autori,  una merita una particolare attenzione. Si tratta dell’intervista di Alex Constantinescu, ex detenuto del lager sovietico di Verhoiansk, concessa, ad 82 anni, alla giornalista Ioana Moldoveanu e pubblicata sul „Jurnalul Naţional” dell’8 giugno 2004 con il titolo: La mia vita è un romanzo. L’intervista ricostruisce l’evasione dal campo sovietico a cui partecipò Constantinescu nel 1944 assieme a un gruppo di giapponesi e tedeschi. Ospitatati in una casa in Siberia, i fuggiaschi festeggiarono il Natale della loro vita: „I giapponesi strapparono dalle loro camicie dei fili colorati con cui agghindarono un alberello di mezzo metro, i tedeschi cantarono «O, Tannenbaum!», Constantinescu disse una preghiera, un giapponese recitò qualcosa nella sua lingua. «In quel momento, tutti avevamo la stessa religione, la stessa speranza ed eravamo protetti dallo stesso Dio».

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