Lo iezen, il Friuli e i sassoni

Timisoara, sarà stato dieci anni fa. Suona il telefono. “Mandi o soi Dino[*]”, dice qualcuno dall’altra parte. “Dino cui ?[**] – chiedo io. “Dino Fedele! O soi vignût in Romanie par cirî une femine, une todescje de Transilvanie! Pueditu judami ?[***]” Io Dino non l’avevo mai incontrato prima, ma incuriosito dalla missione che si riproponeva e dal suo radicale monolinguismo friulano gli do un appuntamento per il giorno dopo. Eccolo, occhialini, camicia a scacchi, salopette e pedule ai piedi: un boscaiolo. Vuole andare in Transilvania per trovare una contadina sassone da sposare e da condurre in Friulistan. E così si apre un pomeriggio lungo e friulano. Mi racconta parecchie cose: da chi aveva avuto il mio numero, pezzi della sua vita, i casini di un fratello finito male. Mi parla anche degli anni passati in Africa e di come i negri catturavano i topi per cucinarli con il pomodoro, non male aggiunge. Ma soprattutto mi chiede delle sassoni. Tutto in friulano, anche l’Africa e i suoi topi (lis pantianis). Aveva una strana teoria o forse un’ultima speranza: credeva che le sassoni conservassero una sorta di purezza contadina, la stessa che in Friulistan ormai era venuta meno. Pasolini che incontra Darré, non male aggiungo. Poi arriva il quesito fatale: “ma par to cont, se o cjati une sassone e le puarti in Friûl e là e viôt che il gno vicin al va a tor cul Mercedes e jo invezit o ai dome une Dyane, je e scjampe cun lui?[****] Mi blocco per un attimo, da qualche parte tra il Friûl, l’Africa e la Transilvania e gli dico: “Dino, metimi di bevi ancjemò un got”[*****].

[*] Ciao, sono Dino.
[**]Dino chi?
[***]Dino Fedele! Sono venuto in Romania per cercare una moglie, una tedesca della Transilvania! Puoi aiutarmi?
[****]Ma per te, se trovo una sassone e la porto in Friuli e poi là vede che il mio vicino va in giro in Mercedes mentre io ho solo la Dyane, lei scappa con lui?
[*****]Dino, versamene ancora un goccio…

Non so se poi Dino trovò la sassone, però gli voglio dedicare questo articolo scritto qualche anno fa da Ruxandra Hurezean. La traduzione e le note sono mie, l’originale invece lo trovate qui.

Perché nemmeno dopo vent’anni la Romania non è riuscita a riempire il vuoto lasciato dall’esodo dei sassoni?[1] Ora, infatti, i villaggi sassoni della Transilvania sono quasi vuoti. Le case, un tempo ben ornate, cadono a pezzi e dai cortili sobri dei tedeschi si sente parlare lo zingaro. Chi oggi volesse attraversare l’Altopiano della Transilvania alla ricerca delle radici delle nazioni che hanno creato la cultura e la civiltà di questa regione, oggi i tedeschi non li troverebbe più. 
È stato difficile scovare gli ultimi sassoni di Richiș (Reichesdorf). Due famiglie in tutto. La prima dopo essere andata in Germania è ritornata. L’altra è sempre rimasta qui, sebbene tutti suoi parenti vivano là. Qui non c’è più nessuno con cui parlare la loro lingua, ma nemmeno hanno più molto tempo per parlare.
Hans Schaas di Richiș coltiva la terra da solo: la ara, la semina e ne raccoglie i frutti. I vicini vengono da lui a comprare le patate, un leu al chilo. Johanna, sua moglie, le pesa nel cortile, ne riempie una sporta, parla poco, prende i soldi e li mette nel grembiule. Hans e Johanna sono anziani, hanno le mani ruvide, sono secchi, alti, con i volti luminosi, gli occhi vivaci. Entrambi sono sempre affaccendati attorno alla casa. Johanna prepara le conserve per l’inverno, prepara il pastone per i maiali, mentre Hans parla della partenza dei suoi fratelli per la Germania.
Perché se ne sono andati i sassoni?
Glielo dico io perché se ne sono andati. Le racconterò una storia. Mi dispiace che la venga a sapere da me. Non ho più granché da vivere. Volevo dirlo da parecchio tempo quello che penso. Non credo che a nessuno possa importare della mia esistenza, ma se lei è venuta fino a qui il momento è arrivato.

Allora, sulle colline vivono uno iezen e una volpe. Lo iezen ha le zampe corte e grosse, mangia solo erbe e frutta, non è carnivoro. Scava per bene la sua tana. La volpe ha zampe magre e agili, corre veloce, caccia, ha un buon odore, ma non scava. Ogni primavera lo iezen prepara la sua tana. La volpe lo teme. Una mattina, scruta da lontano, poi, di nascosto, scende a far i bisogni davanti alla tana. Lo iezen annusa, ma che può farci? La volpe fa lo stesso anche la mattina seguente. E anche il giorno successivo. Fino a quando lo iezen non sopporta più l’odore e se ne va. Abbandona la sua tana, che rimane alla volpe. La volpe è la storia, la storia che per più mattine di seguito l’ha fatta davanti alla porta dei sassoni.“
Il mattino delle volpi
„Durante la seconda guerra mondiale, i nostri sassoni sono stati mandati in Crimea a lottare. Questo è stato il primo mattino. Poi si è fatto un accordo con lo stato tedesco e hanno cominciato a rimandarli a casa in congedo. Appena arrivavano li arruolavano nell’esercito tedesco, nelle SS. Gli altri, malati o feriti, li spedivano in Germania, là i sassoni hanno iniziato a scoprire i parenti tedeschi. Nell’esercito tedesco a loro tatuavano il gruppo sanguigno sulla mano. Dopo il passaggio con i nuovi alleati, i sassoni li riconoscevano da quel segno ed erano considerati collaborazionisti. Nel 45, 46 e 47, ai sassoni, in quanto collaborazionisti, hanno espropriato tutto! Sono rimasti solo con le loro donne. Sono arrivati i comunisti e i sassoni che, sia chiaro, furono i primi in Europa a diventare proprietari (infatti giunsero in Transilvania proprio perché diedero loro della terra), non possedevano più la cosa maggiormente amata: le loro proprietà! Durante il comunismo ho lavorato nell’Impresa Agricola di Stato a Medias, ho mangiato salame di soia come tutti. Poi è arrivata la rivoluzione e la democrazia. I terreni con cui la gente era entrata nelle Cooperative Agricole di Produzione sono stati restituiti ai vecchi proprietari. Ai sassoni però le proprietà erano state confiscate con un altro decreto, prima che si formassero le Cooperative Agricole di Produzione. Il loro caso ricadeva sotto un’altra legge! E questo che mattino era? Lo iezen non ce l’ha più fatta. Se ne è andato, ha abbandonato la casa di una vita, i maiali nei porcili, le galline al loro destino. Se ne è andato.”
Il trattore di Hans
„Quando la mattina mi affaccio sul portone di casa, non riconosco più la gente. Allora rientro, salgo sul trattore e comincio a lavorare. Lavoro finché non ce la faccio più dalla stanchezza. Mi piace la terra. Io ho avuto fortuna. I miei prima del ’45 non avevano intavolato i loro terreni e quindi non sono stati sequestrati, poi sono entrati nella Cooperativa Agricola e per questo ho potuto recuperarli. Sei ettari. Li lavoro con il mio trattore. Lo vede? È un Ferguson! È praticamente fatto con le mie mani.
Nei primi anni, 90, vengono dei tedeschi e ci dicono che ci avrebbero aiutato se ci associavamo. Io però non voglio più saperne di associazioni e non ci entro! Altri lo fanno. Da loro arriva di tutto, arrivano anche tre bei trattori, sono magnifici! Io vedo il mio. Penso, è splendido!, Mi piace da morire! Lo chiedo, non me lo danno, è dell’associazione! Vado a Medias a chiederlo ancora, non e poi no! Vado a Bucarest e lo chiedo là. Non si può! Nel frattempo, il bel trattore se ne sta sotto la tettoia, nessuno lo usa. Gli altri erano già scomparsi. Al mio spariscono le ruote, il volante e altri pezzi. Lo visito quasi ogni giorno. Il bel trattore sempre più scassato. Ad un certo punto sotto la tettoia ingombra e allora lo tirano fuori, sotto la pioggia. Una grondaia sgocciola su di lui. Gli anni passano, continuo a visitarlo, è mezzo coperto dal fango. Che pena faceva, mi veniva da piangere! Che peccato, sono passati 10 anni e sta lì a arrugginire, io avrei potuto lavoraci!
Un giorno, alla guida dell’Associazione arriva un tedesco sveglio. Viene a sapere delle mie insistenze, mi chiama, mi dà il permesso di prendermi il trattore. Lo porto a casa: era distrutto. L’ho rifatto pezzetto per pezzetto. Quanto l’avevo desiderato! Lui è il mio compagno d’armi. Con lui parlo il tedesco, mi capisce…“. Hans  conosce la storia, sa come si è fatta la riforma luterana, sa chi era re Géza [2] o con chi studiò Honterus[3]. Hans è un meccanico appassionato. Ha anche un invenzione, ma non ne vuole parlare… Hans non appartiene né alla Germania né alla Romania. Hans è un uomo che si è liberato della storia. Uno iezen che ha sfidato la volpe.

Perché non se ne è andato lo iezen Johann
„Ci sono vari motivi. Tenterò di riassumere. Conosco la Germania. Ho due figli là, entrambi hanno una buona posizione. Ho molti parenti. Li ho anche visitati. Là ho scoperto di avere il cancro. Dopo l’operazione, nel ’93, ho deciso di ritornare a casa mia, a Richiș. Non ha senso aggiungere altro: credo di essere ancora vivo perché abito dove sono nato, tra queste colline incredibili, qui, sulla mia terra. Non voglio usare grosse parole. Lei potrà capire di più da sola”

Nota Hans sapeva come si dice iezen in romeno, ma tentando di farsi capire a un certo punto ha detto Dachs (tasso), ma forse tenuto conto di come suona „iezen” potrebbe essere Wiessel (donnola). Forse ha pensato alla donnola e ha parlato del tasso. Solo Hans sa cos’è uno iesen.

[1] I cosiddetti sassoni sono una popolazione di origine germanica che si è stabilita nel sud e nel nord-est della Transilvania a partire dal 1100 per difendere i confini orientali del regno di Ungheria. Dopo secoli di permanenza in questa regione oggi la comunità è quasi scomparsa a causa della massiccia migrazione verso la Germania avvenuta tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90.

[2]Re Géza II di Ungheria, fu il sovrano che chiamò i primi coloni sassoni in Transilvania.

[3] Johannes Honterus (1498 – 1549) fu un intellettuale umanista transilvano di origine sassone. A lui si deve la diffusione della riforma luterana tra i tedeschi di Transilvania e un contributo essenziale per l’introduzione dell’arte della stampa in questa regione.

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1 Response to “Lo iezen, il Friuli e i sassoni”


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