Il Principe

Dimitrie Cantemir è una delle personalità più complesse della cultura romena. La sua opera monumentale spazia tra svariate discipline ( storia, filosofia, teologia, musica, letteratura), svariate lingue (latino, russo, romeno, turco) e svariati paesi (quelli che oggi chiamiamo: Romania, Turchia e Russia). In questi giorni sto rileggendo il Sistema o fondamento della religione maomettana (Книга Систима, или Состояние мухаммеданския религии) pubblicato nel 1722 a San Pietroburgo su ordine dello Zar Pietro il Grande. All’epoca in cui Cantemir scrive, in Europa circolavano diversi studi dedicati all’Islam, anzi alcuni di essi, come ad esempio quelli di Ludovico Marracci o di Sir Paul Rycaut, sicuramente vanno annoverati tra le fonti bibliografiche utilizzate dal principe romeno. Nel Sistema però, come fa notare il curatore del volume Virgil Cândea, una volta che si è fatta la tara alle scontate professioni di cristianità e alle inevitabili rampogne contro la “cattiva fede” dello “pseudoprofeta” Maometto, si aprono delle prospettive inattese: più volte l’autore dichiara il suo apprezzamento per diversi aspetti della cultura e della spiritualità musulmana, come non si era mai fatto prima in Europa. Cantemir, oltre alle enormi conoscenze “accademiche”, poteva basare i suoi giudizi sull’esperienza accumulata durante i 23 anni trascorsi a Istanbul, proprio grazie a questo contatto diretto il nobile romeno esprime la sua ammirazione verso alcune delle innumerevoli sfaccettature della civiltà islamica. Le parole che dedica ai dervisci sono forse l’esempio più eloquente di questo inedito riconoscimento di valori:

«Dovendo parlare delle usanze e delle confraternite dei dervisci, davvero mi si fa vergogna, ma dovrebbero vergognarsi tutti gli uomini che si fregiano del nome di Cristo e della croce. Poiché quando tra i miscredenti ignari della verità, la filosofia morale (i cui precetti salvifici, Cristo il Redentore del mondo ha affidato solo ai suoi apostoli) si innalza a simili vette, ossia diviene pratica di buone azioni, e non solamente un vuoto proclama o una supponente speculazione, bensì opera stessa, non posso fare altro, per dire il vero, che proclamarli degni di ogni lode. Loro onorano in primo luogo questo assioma: “nell’uomo assennato non si deve badare alla religione, bensì al comportamento, poiché la religione è lodata da tutti, di per sé” e più oltre “di queste virtù filosofiche e della filosofia che opera il bene che si ritrova presso questi dervisci, affermo che è giusto rimanerne meravigliati».

È la stessa meraviglia che avvolge Cantemir quando descrive la poesia orientale, l’arte calligrafica o l’eloquenza dei predicatori musulmani «che quando spaziano nei loro discorsi sulle virtù morali e sui vizi, si direbbe che il greco Demostene o il latino Cicerone stiano parlando in idioma turco». La musica è forse l’arte “islamica” che più ha amato il principe Cantemir, nel Sistema ne parla così:

Musîkî
Alla poetica segue sempre e ovunque la musica, ma presso i maomettani questa non viene mai insegnata nelle scuole, ma solo individualmente, a domicilio, dai maestri di quest’arte. L’imparano quasi tutti i figli dei dignitari (ma perfino molti uomini comuni, a seconda del desiderio e dell’inclinazione personale verso tale espressione) e gli ulema, ossia tutti i saggi, e tra questi non ne ho mai conosciuto uno che non sapesse suonare qualcosa, o almeno che non comprendesse la musica, perché i popoli turco e persiano (ma non quello arabo) normalmente si allietano assai con la musica. I nomi per la musica sono molti, però più frequentemente si utilizza la parola greca musîkî. La loro musica si divide in tre categorie: vocale, strumentale – che imita con uno strumento quella vocale oppure l’accompagna – e recitativa, propria dei poeti e della lettura del Corano, denominata propriamente kîraat. Potrei scrivere a lungo sulla musica orientale cose non note nemmeno in quei paesi (non si pensi che stia esagerando), perché mi sono impegnato per più di vent’anni in questa disciplina, sia nella pratica sia nella teoria, ma siccome mi sono riproposto non di insegnare, ma di raccontare quanto viene loro insegnato e cosa loro apprendono, lo indicherò in breve. I turchi e i persiani adattano l’intera loro musica ai movimenti celesti e dunque la dividono in 7 voci (che corrispondono ai sette giorni della settimana); queste sette voci (suoni o toni) sono poi suddivisi in 12 mekam (case o alloggi), corrispondenti ai 12 mesi e ai segni zodiacali; e queste case sono divise in quattro şobe, ovvero intervalli [distanze] che corrispondono alle quattro stagioni e al numero degli elementi che, come insegnano gli antichi naturalisti, è costituito il mondo fisico.
Usul
Per quanto attiene alla misura, la musica orientale supera di molto quella occidentale. Poiché ha 24 tipi o generi di misure (chiamate usul), con cui si misura l’andamento e le pause di tempo. Di qui sorge la notevole difficoltà di eseguire un brano correttamente e perfettamente con la voce o con uno strumento. Ogni autore, infatti, si sforza di comporre , a piacimento, in modi e misure quanto più difficoltose, tant’è che l’inesperto in tale misura non riuscirebbe mai ad eseguire il pezzo, anche se lo sentisse mille volte. Ecco perché i compositori orientali nemmeno posseggono note per indicare le voci e per misurare il tempo (che invece sono cosi tanto e agevolmente usate dagli europei), poiché se qualcuno conosce a perfezione l’usul, può cantare una melodia senza errori e senza l’aiuto di quelle note, se l’ascolta due o tre volte dal suo autore o dal suo maestro.
Per risolvere questa difficoltà, quando vivevo a Costantinopoli ho elaborato, portandolo a termine come mi ero riproposto, un libro (che ho dedicato all’attuale sultano Ahmed [Ahmed III 1703-1730], grande amante della musica, materia in cui è molto ferrato), scritto in lingua turca, sottoponendo in esso le indicazioni teoriche dell’intera musica a determinate regole e canoni, e trascrivendo le note in caratteri arabi per facilitarne l’uso e l’esecuzione, elucidando (almeno lo spero) in modo migliore la teoria, tant’è che ora gli stessi turchi affermano che l’esecuzione e la teoria musicale sono diventate molto più facili e chiare.

Il libro citato da Cantemir è il Kitab-ı İlmü’l-Musıki alâ Vechi’ l-Hurufât (Il libro della scienza della musica in base alle lettere), un’opera che contiene più di 300 brani musicali raccolti durante il suo soggiorno a Istanbul. Jordi Savall qualche anno fa ha rimesso in musica parte del patrimonio contenuto nel Kitab qui si può vederne il risultato. Ai cultori inoltre consiglio di digitare su youtube la voce Kantemiroglu, si aprirà un mondo intero. Da questo mondo io ho scelto una danza moldava arrivata chissa quando fino in Turchia, raccolta da un moldavo (Dimitrie Cantemir) e riproposta dopo qualche secolo da un turco (Ihsan Özgen).

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