Archive for the 'AMICI' Category

EROII NU MOR NICIODATA

GLI EROI NON MUOIONO MAI

VITTORIO ARRIGONI Besana Brianza, 4 febbraio 1975 – Gaza, 15 aprile 2011

المقاومة

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Scritture

Mi hanno chiesto di prendere parte  a una serie di incontri di scrittura. Il pretesto sarebbe un progetto europeo dedicato  ai racconti  di chi vive in un altro paese e può utilizzarne la lingua (scritta). Nella pratica la nostra coordinatrice ci assegna dei “temi”,  noi li scriviamo,  poi ci ncontriamo una volta al  mese per leggerli e discuterli.

Qui sotto pubblico il  compitino  intitolato  “Olga” e forse qualcuno dei lettori più fidati sa di che cosa si tratta.

Între camerele situate la parter  ale Căminului G4, una avea o faimă deosebită, era cuibul Doamnei Olga, administratoarea.
Încăperea puterii era luminată  de o lampă din care se împrăștiau niște raze slabe și încărcate cu o nuanță roșiatică care te făcea să crezi că  ai intrat într-un restaurant chinezesc absurd și prost amenajat. Camera  cuprindea obiecte care aparțin unor diferite regnuri domestice: un birou, o canapea, un frigider, un televizor color, un reșou, o oglindă  etc. În fată acestei vesele simbioze de elemente disparate,  privirea alunecă aproape  automat la dreapta, către biroul care  găzduia un tanc de hîrțoage, niște poze înrămate,  o ceașcă de nes fierbinte şi o scrumieră plină ochi cu chiștoace de Snagov. Dincolo de acestă cortină fumigenă se detașa o figură umană  robustă, cu părul creț,  piept generos și dinți consumați precum  țigara care atârna din buzele ei: Doamna  Administratoare Olga sau, pe scurt, Șefa!
Înfățișarea ei era un calc fidel al reputației  de care se bucura  printre locuitori din  Căminul G4. Aceștia o considerau  un fel de Muma Pădurii a Complexului studențesc, o ființă cu o înaltă concentrație  de corupție și de reflexe securisto-comuniste care avea în mână destinul cazării multor studenți și tinere cadre didactice. Viitorul meu de locuitor  al căminului nu depindea  de Olga, deci puteam să am cu dânsa o relație puțin mai neserioasă. Când intram în biroul ei pentru a plăti chiria sau pentru a primi un telefon (evident, Muma Pădurii  G4-ului   avea și atribuția de telefonistă șefă) mi se părea că mă scufundau într-un film de Kusturica și, din consecință,  începeam să recit rolul meu. Mai în glumă, mai în serios, îi ceream o reducere, să o distrez poceam ceva cuvinte în limba română și îi lăudam calitățile    cafelei ei.  Olga din când în când mă întreba dacă puteam să-i duc din Italia lucrurile ciudate  precum: parfumuri, pampers pentru nepotul ei, cosmetice. Inevitabil răspundeam spunând că am fi plecat în Italia abia  peste 3-4 luni și cum s-ar fi descurcat nepoțelul atâtă vreme  fără scutece? Sau dacă între timp dânsa primea o invitație  la o petrecere, oare ar fi mers nemachiată? Olga comenta  obrăzniciile mele  bolborosind ceva şi apoi adăuga: ”Auzi tu ce smecher este italianul ăsta!”
M-am reîntâlnit cu Olga  după câțiva ani, întâmplător, la un supermarket. Eu nu mai locuiam la G4 de mult. ”Daniele, ce mai faci?”, m-a întrebat zâmbind. Din gură ei  însă nu mai apăreau acele  negre  rămășite stomatologice de odinioară, ci o   sclipitoare proteză albă, rodul unei lungi și obositoare cariere  de șefă.

TRE MIE CARABATTOLE

Capita che gli scarbocchi di questa lavagnaccia virtuale col passare del tempo trovino un riverbero nel mondo reale e dunque sono qui a darvene conto: vi aggiorno.

UNO

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.

Nell’agosto 2007  avevo millantato di avviare su Catrafuse una sorta di feuilleton che nei suoi episodi avrebbe incluso la traduzione romena   di Affa Taffa il primo romanzo di Tommaso Cerno, al tempo ancora in forma di scartafaccio. Il primo episodio andò regolarmente in onda e lo potete leggere qui, il secondo rimase nel cassetto. Oggi Affa Taffa è diventato un libro vero, pubblicato da Mimesis Edizioni e  forse di quella mia (o meglio nostra) traduzione potrebbe essercene  realmente bisogno. Ricordo che a casa di Tommy dal brogliaccio  svolazzavano fogli e fogli di Affa Taffa.  Ogni tanto, nel corso di incursioni al termine della notte udinese, mi accennava a qualche personaggio, al gioco tra il dentro e il fuori, al nonno Avelino. Poi un giorno mi chiama e mi fa:  ieri notte l’ho finito, vuoi leggerlo? Detto e fatto.  Di Affa Taffa   che posso dire, se non  ribadire la definizione che diedi al tempo: fresco come una birra Ursus appena spillata.  Per il resto e per saperne di più sapete già come fare, in ogni caso buttate un occhiata qui .

DUE

Una delle scoperte  piacevoli  fatte sulla rete è stata Memoro la Banca della Memoria. Entrato in contatto con i banchieri  dei ricordi ho partecipato quasi per scherzo ad una  selezione di raccontini  dedicati a vecchi conosciuti di persona  organizzata in collaborazione con l’Einaudi.  Per  la raccolta ho staccato e rimodellato un pezzo da  Catrafuse  intitolato: Lo zio Ivan. Alla fine il libro  è uscito si chiama Io mi Ricordo e dentro c’è pure lo zio Ivan (con un piccolo refuso:  Schioppettino diventa Schippettino). Qui potete sapere il resto.

TRE

Nella preistoria di Catrafuse segnalai con dovuta esuberanza  la lettura del libro Raiul Găinilor – fals roman de zvonuri şi mistere di Dan Lungu.  Oggi il volumetto è disponibile anche in lingua italiana  presso l’editore Manni. Un appunto però mi sia concesso:  ma come si fa a tradurmi il nome dell’osteria Tractorul şifonat con Trattore stazzonatoAmmaccato cosa aveva che non andava?  A meno che non si creda che una Dacia un pic şifonată abbia dei problemi di appretto e non di carrozzeria.

Indispensabili

L’altro giorno mi telefona maxmauro dall’Irlanda e mi dice: “senti, è vero che in romeno “mutande” si dice “indispensabili”, che l’ho trovato scritto in un libro di Primo Levi”. Ripresomi dallo stupore per avere visto quel ciclista friulano mentre riportava alla luce del sole una parola da me sotterrata nel bugigattolo della mia memoria linguistica, ho risposto: beh sì gli indispensabili esistono e corrispondono ai nostri mutandoni , ma la gente romena, forse trovando un po’ ridicolo questo nome, preferisce usare il termine izmene. Maxmauro, che è persona a modo e perbene, sa che mangiare a ufo informazioni del genere non è educato, sicché mi ha ripagato la dissertazione sulle mutande romene consigliandomi The Auteurs, una sorta di cinema all’aperto messo in rete, dove se si possiede la carta di credito si possono vedere filmoni per un bianco e un nero (come si dice in friulistan). Le maschere del cinema hanno pensato anche a quelli come me che la carta di credito non ce l’hanno, così a qualche spettacolo ci fanno entrare a gratis. Del resto anche maxmauro deve aver avuto sentore del mio pessimo rapporto con le alte e le basse finanze e subito mi ha consigliato una pellicola gratuita russa “The mother”. Io, però che sono indisciplinato per natura, ho incomiciato a rovistare tra le pizze di questo cinema Roma e ho riportato alla luce i cortometraggi di Jan Švankmajer. Per Food mi chiedevano due euro però! E allora l’ho raccattato da un’altra parte e ve lo propongo qua sotto, sperando che lo Švankmajer mi perdoni

Food (Jídlo, 1992) Jan Svankmajer from EnFilme on Vimeo.

cartelli animali

Parliamo di cartelli. Nelle ultime settimane ne ho raccolto due pezzi: il primo me l’ha spedito Giancarlo Toniutti, che poi è il fratello dell’evocatissimo cavalier dellla Val Sistiana (a sproposito, auguri!). L’altro l’ho raccattato in Romania, dalle parti di Arad, provincia di Interniet. Ecco il primo, la tassonomia toniuttiana recita documento 814 12 febbraio 2010 più un nomignolo quando la realtà supera la realtà (e la fantasia?):

proprio così

Il secondo avvisa e non vieta: “Cittadini ‘mbriaghi!Achtung!”:

ICARO

ICARO
Appartengo, allora, al cielo?
Se no, perché il cielo mi avrebbe fissato
Così, col suo sguardo sempre azzurro,
Attirandomi, con la mia morte, in alto,
Sempre più in alto, nei cieli,
Trascinandomi incessantemente su
Verso le vette, molto sopra l’umano?[…]
Jukio Mishima, Sole e Acciaio.

Poi, siccome nulla vacillava, nulla vibrava, nulla tremava, e rimanevano fissi il giroscopio, l’altimetro e il regime del motore, si stirò un po’, appoggiò la nuca al cuoio dello schienale, e s’immerse in quella profonda meditazione del volo, nella quale si assapora una inesplicabile speranza. Ed ora, come una scolta nel cuor della notte, egli scopre che la notte rivela l’uomo: richiami, luci, inquietudine. Una semplice stella nell’ombra: l’isolamento d’una casa. Una di quelle luci si spegne: è una casa che si chiude sul suo amore. O sulla sua noia. È una casa che cessa di fare segnali al resto del mondo. Antonie de Saint-Exupéry, Volo di notte.

Nel 1944, Ion Dobran a soli 25 anni era già una leggenda dei cieli e con il suo Messerschmitt 109 comandava la Quarantottesima Squadriglia aerei da caccia della Reale aeronautica militare romena. Il 6 giugno 1944 tra le nubi incrocerà il Mustang di Barie Davis pilota americano di cinque anni più giovane. L’aereo americano sarà abbattuto, ma Davis riuscirà a salvarsi. 66 anni dopo i due si sono rincontrati a terra, a Bucarest, guardandosi per la prima volta negli occhi. Dobran laconico ha spiegato: ”Si potrebbe scrivere un romanzo su questa storia ma basta dire questo: Sono felice di averlo abbattuto e ancor più felice che non sia morto”. Berrie ha rispettato lo stesso codice di lealtà: ”È un ottimo tiratore e io sono un uomo molto fortunato. Voleva abbattere il mio aereo, non me”.

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Questo incontro celeste lo dedico all’aviatore-parà Mihai Luca mio fraterno compagno esploratore di bettole balcaniche, oggi, ahi me e ahi lui, deportato in quel di Vienna.

Fuori dal coro

Dieci anni fa tenni dei corsi all’Università di Bucarest. Tre persone resero davvero splendido questo periodo. Al primo posto Mihai Onea, con cui consumavo nottate infinite tra ristoranti, bar, lucky strike senza filtro e gitanes papier mais a parlare di tutto il cinema visto, di tutte le gallerie della città, di tutte le carte e cartacce lette e rilette. Guida diurna, invece, era la mia instancabile Lucetta degli occhi Panait – la greca – che mi scarrozzava per le vie, le viuzze, le case e le chiese più incredibili di questa città. In mezzo ci stava Irina. Irina la incontravo a un corso facoltativo piazzato tragicomicamente alle otto del mattino: io uscivo dalle mie due ore di sonno, mentre lei arrivava direttamente dal turno di notte trascorso al telefono dell’ambasciata russa, gli altri, saggiamente, dormivano. Irina era una romena di Jakutsk – Siberia (non vi sto a spiegare come e perché suo padre fosse arrivato là). Frequentava parallelamente l’Università di Bucarest e quella di Mosca. In Romania – grazie alle strade imperscrutabili che portano dalla Terza Roma a Roma – aveva scelto come seconda disciplina l’italiano. Quasi sempre le lezioni con Irina naufragavano dolcemente verso Est. Come un pirata alla deriva passavo il tempo con lei a parlare di Bulgakov, Rozanov, Brodskj, Ahmatova, Cvetaeva (cioè цветаева), Osip Mandelstam e dell’antimodernismo della prosa di Valentin Rasputin. Capitava di scivolare sulla politica e allora si poteva trascendere fino a Dughin e Limonov … se sapessi dove si trova oggi discuterei volentieri con Irina del nuovo libro di Vasile Ernu (il secondo per la precisione). Partiamo dalla copertina: Alexander Kosolapov, ovvero la tragicità della storia (Lenin) e l’impenetrabilità divina (Cristo) che scortano la leggerezza del nostro presente: Mickey Mouse. Dietro questa paradossale immagine ci sta Ultimii eretici ai Imperiului – Gli ultimi eretici dell’impero, seconda opera di Vasile Ernu. Ernu fa parte di un nutrito gruppo di artisti e scrittori provenienti dall’isola che non c’è: la Repubblica Moldavia. Figure esuberanti, un po’ selvatiche, capaci di scombussolare la quiete del giardinetto culturale romeno Qui basterebbe citare le sferzate del monaco – scrittore Savatie Bastavoi o l’oltranzismo letterario di Alexandru Vakulovski ( lo scorso aprile espulso per due anni dalla Romania perché privo di documenti!) con il suo Cronifogario (Letopizdetz !)…oppure il groviglio punk folk degli Zdob si zdub. La Moldavia attualmente è la parte maledetta della storia romena. È il luogo in cui le ombre del lembo estremo della latinità e dello slavismo si sovrappongono e sciolgono molte delle frigide certezze della Romania contemporanea. Una faglia che continua a produrre profondi interrogativi e pessime risposte. Anche il libro di Ernu si alimenta in modo schietto di paradossi e provocazioni, per sovvertire – non un regime politico – ma le placide sicurezze dell’intellighenzia post-ceausista. “Gli ultimi eretici dell’Impero” si articola attorno a una narrazione epistolare tra Vasiliy Andreevici e A.I., il Grande Istigatore. In realtà lo scambio di missive risulta essere un pretesto per discettare sulla natura della Santa Madre Russia (soprattutto, ma non esclusivamente, nella sua ipostasi comunista), dei suoi rapporti con la “patria muma” romena, delle radici alcolizzate del capitalismo americano, dell’infinita transizione dell’impero sovietico, della ostalgia, del terrorismo e di mille altre cose senza rendere conto a nessuno e, in particolare, allo sviluppo di un possibile racconto. La farcitura dell’opera è tutt’altro che dietetica. Ernu mescola nel suo libro banalità sconcertanti (tipo: “il più importante fenomeno del periodo interbellico è senza se e senza ma l’avanguardia romena” ora, senza se e senza ma, questa affermazione è una puttanata) a sassate impertinenti lanciate nei confronti della mediocrità bancaria contemporanea. Del libro ho amato il tono irriverente e anticonformista, le ripetute citazioni di Varlam Salomov che davvero è uno dei più grandi scrittori di sempre, ma non le castronerie sparate su Solzhenitsyn. Intrigante è la presenza più o meno occulta di Dan Ungureanu che offre delle audaci prospettive geopolitiche attraverso il duo Ilf e Petroff (a proposito il 6 maggio 1976 ore 21 alla TV si trasmetteva proprio le Dodici Sedie di Ilf e Petrov, in Friuli venne giù di tutto e d’allora non siamo più gli stessi). Sempre da questa fonte arrivano pagine acidissime sulla mentalità romena, veri distillati di odio di sé (ura de sine) che caratterizzano da tempi immemori questa nazione. Tra i passaggi destinati a creare sconcerto segnalo quelli dedicati alla presenza delle truppe sovietiche in Romania, il cui ritiro precoce, secondo Ernu, non fu per nulla provvidenziale, anzi segnò in peggio il destino del paese. Oppure le osservazioni statistiche sulla rapidissima moltiplicazione di membri di partito nella Romania comunista e la loro miracolosa scomparsa nel giro di una nottata nel dicembre 1989. Insomma questo volume ci serve una densa seljanka (soleanca) ma lascia i commensali più schizzinosi liberi di scartare i pezzi più indigesti. Mi piacerebbe passare una serata davanti a questo piatto fumante con Vasile Ernu, anche per verificare quanto scrive sullo stile della sbronza russa e su come alleviarne i postumi, sicuramente avremmo molte cose da dirci e poche su cui trovarci d’accordo, ma questo è tipico per chi ama gli eretici.

P.S.

queste quattro righe le dedico fraternamente a Raffaele – mai sfuggito alla scomoda posizione dell’eretico – di cui qualche settimana fa è caduto il terzo anniversario della scomparsa…vesnica pomenire.


settembre: 2018
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