Archive for the 'ARTE & co.' Category

Viaggio per l’aldilà

Crulic – Drumul spre dincolo (La strada per l’aldilà) è un documentario di Anca Damian dedicato alla vicenda di Claudiu Crulic un giovane romeno morto, nel gennaio 2008, in un carcere di Cracovia dopo un lungo sciopero della fame, nell’indifferenza più totale delle autorità polacche e romene. La regista romena ricostruisce questa storia di ordinaria e crudele ingiustizia attraverso una splendida animazione, nonostante un budget limitatissimo. La scelta di rinunciare alla forma documentaristica tradizionale, a favore di una tecnica insolita come quella dell’animazione, amplifica la forza emotiva del film e coinvolge immediatamente lo spettatore nel mondo di Crulic. La squadra di animatori che ha realizzato il film è formata da giovani artisti romeni: Dan Panaitescu, uno dei piloni del film, Raluca Popa, Dragoş Ştefan, Roxana Benţu e Tuliu Oltean Forse però la vera colonna portante del documentario non è costituita dalle immagini, ma dalla narrazione dell’attore Vlad Ivanov, nato nella stessa zona di Claudiu Crulic, che attraverso le linee melodiche dolci e rustiche del dialetto moldavo riporta in vita la voce del giovane romeno. Crulic/Ivanov ci accompagna lungo le tappe salienti della sua esistenza e della sua disavventura giudiziaria con un monologo frammischiato di malinconia, ingenuità, dolore e soffusa ironia. Un bellissimo e straziante omaggio a tutti i Crulic o ai Cucchi finiti, per davvero finiti, nel silenzio nelle nostre galere.

 

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Cineforum

La madre e la morte (1911) di Arrigo Frusta è un film che mi ha sorpreso per densità narrativa, per lo sperimentalismo pionieristico di alcune immagini e soprattutto per la capacità di trasformare una storiella moraleggiante in un fantasy dalle atmosfere inquietanti.

CINEFORUM

Da un po’ di tempo youtube offre la possibilità di inserire dei filmati lunghi sul suo sito. Per chi ha tempo e voglia di cercare già si trovano parecchi film in versione integrale. Non chiedetemi perché a youtube sia consentito tenere questo materiale on line e ad altri siti no: non si sa. Io comunque approfitto della  situazione e inizio un piccolo cineforum. Siccome non intendo trasformare Catrafuse in un multisala, al massimo inserirò un film al mese. Inoltre tenterò di  caricare  cose di non semplice reperibilità (insomma l’ultimo film di Giordana qui non lo vedrete). Un’altra regola che mi sono imposto è di diffondere  film in lingua originale con aggiunta di sottotitoli in italiano o/e romeno (su youtube i sottotitoli si avviano cliccando sull’icona rossa CC). Il primo pezzo che propongo è un film francese Le Trou (Il Buco) del 1960. È il racconto di un’evasione ripreso dall’omonimo libro autobiografico di José Giovanni. E quella di Joseph Damiani (il suo vero nome)   è stata proprio una vita da film, fatta di mala, di affari poco puliti, colpi andati male,  una condanna a morte, galera (quella vera) e poi due grazie una da parte dello stato, l’altra da parte d’un capo mafia corso. E poi il debutto letterario, proprio con Le trou, a cui seguiranno  parecchi volumi e sceneggiature. Il Buco è il suo primo scenario messo in film da Jaques Becker nel 1960. la pellicola rimane un capolavoro del genere “carcerario”, capace di descrivere al meglio l’amalgama di energia, amicizia, illusioni e  tradimento che avvolge un  gruppo di detenuti in cerca di evasione. Un bianco e nero perfetto, potenziato dall’espressività naturale di gran parte degli attori, con un   ritmo narrativo  sostenuto da un sonoro potentissimo fatto  di picconate, di muri che si sgretolano sotto la furia di chi vuol tornare   libero.

ELABUGA

Elabuga (si legge Ielabuga) è una località del Tatarstan che durante il periodo sovietico ospitò un grosso lager per prigionieri politici e poi di guerra. Ad Elabuga furono spediti i soldati italiani che rifiutarono le lusinghe dei loro connazionali al soldo dei sovietici (storie che non si imparano a scuola). Nella città di Elabuga viveva tra gli sfollati Marina Svetaeva, la grande poetessa. Faceva la sguattera e attendeva di essere inghiottita dal gulag: preferì impiccarsi, nell’agosto del 1941.
Elabuga è anche il titolo di un romanzo breve a fumetti realizzato da Alexandru Talamba “Tamba” (disegni e sceneggiatura) e George Dragan (solo scenaggiatura), un’opera unica  nell’angusto spazio della fumettistica romena,  che sorprende per l’originalità (ma anche per il coraggio) di alcune scelte narrative. Il racconto è suddiviso in quattro parti racchiuse da pagine nere su cui s’innalza la silhouette grigia di un corvo. Ogni capitolo è introdotto da un versetto dei salmi e da un’immagine simbolica che ne anticipa i contenuti: una mitragliatrice, un vagone bestiame, la torretta del lager, una pala piantata nella neve. La prima parte è ambientata durante la battaglia di Stalingrado (preannunciata dall’apparizione di un corvo), qui un giovane ufficiale della Wehrmacht, il protagonista della storia, conduce i suoi uomini alla conquista di un avamposto sovietico. Il punto di vista della narrazione è dunque affidato a uno dei vinti della seconda guerra mondiale  che i luoghi comuni del mainstream storico-culturale, solitamente, relegano tra gli eterni malvagi. Le scene degli scontri tra Tedeschi e Sovietici sono spesso decostruite attraverso sovrapposizioni di più piani: rapide zoomate su dettagli addossate a prospettive panoramiche con tonalità che variano tra l’ocra e il marrone chiaro. I dialoghi sono scarni, quasi fossero inudibili, perché immersi nella baraonda degli spari e delle esplosioni e delle loro onomatopee.
Il capitolo successivo verte attorno alla deportazione dei soldati tedeschi verso il gulag di Elabuga: inizialmente  in un vagone merci, con disegni dominati da tonalità scure (tra nero e viola) e da ossessivi giochi di ombre, poi, attraverso una lunga marcia nell’inverno siberiano verso il gulag, illustrata attraverso  tinte che spaziano tra l’azzurro e il grigio tempestate dall’ossessiva presenza del bianco della neve, diffuso abilmente con una sorta di dripping su tutte le immagini. Il dialoghi in questo frangente sprofondano in un discorso interiore frammentato e portato  fino ai confini del nichilismo.
Nella terza parte è racconta la vita disperata dei detenuti, le angherie dei guardiani contro “i nemici del popolo” e l’incontro del capitano tedesco con un misterioso visitatore. Questi racconta al prigioniero che sul luogo in cui sorge il lager, un tempo si ergeva un grande monastero, poi raso al suolo dai sovietici. Si tratta di una rivelazione che lo porta a scavare all’interno della sua baracca per trovare le tracce del vecchio luogo di culto e iniziare un percorso di rinascita spirituale. Disseppellisce una bibbia, icone, suppellettili sacri e, in fine, una croce. Più scava in profondità, più il guerriero d’un tempo si stacca dalla realtà atroce del gulag, ormai decimato dal tifo e travolto da una violenta bufera di neve. La “liberazione” occupa l’ultimo capitolo del racconto: rapidi primi piani, tavole bianche e senza parole in cui la figura del protagonista sembra sprofondare.
In appendice sono raccolte una serie di tavole sparse ispirate all’opera stessa.
Ion Manolescu ha dedicato recentemente a questo fumetto un lungo e dettagliatissimo articolo, apparso sulla rivista Romania Literara, in cui si forniscono alcune delucidazioni sulla gestazione dell’opera:
Tra le fonti di ispirazione rivendicate dagli autori,  una merita una particolare attenzione. Si tratta dell’intervista di Alex Constantinescu, ex detenuto del lager sovietico di Verhoiansk, concessa, ad 82 anni, alla giornalista Ioana Moldoveanu e pubblicata sul „Jurnalul Naţional” dell’8 giugno 2004 con il titolo: La mia vita è un romanzo. L’intervista ricostruisce l’evasione dal campo sovietico a cui partecipò Constantinescu nel 1944 assieme a un gruppo di giapponesi e tedeschi. Ospitatati in una casa in Siberia, i fuggiaschi festeggiarono il Natale della loro vita: „I giapponesi strapparono dalle loro camicie dei fili colorati con cui agghindarono un alberello di mezzo metro, i tedeschi cantarono «O, Tannenbaum!», Constantinescu disse una preghiera, un giapponese recitò qualcosa nella sua lingua. «In quel momento, tutti avevamo la stessa religione, la stessa speranza ed eravamo protetti dallo stesso Dio».

Lo sguardo di Willy

Fanculo amici, famiglia, studenti, fanculo. Per due giorni mi immergo nelle 11.000 fotografie che Willy Pragher ha lasciato all’archivio pinco-pallino del Baden-Wuerttemberg. Pragher nasce a Berlino nel 1908, è mezzo romeno e mezzo tedesco e tra Romania e Germania cresce. Negli anni trenta si trasferisce a Bucarest, fa il fotografo per un’azienda ma soprattutto per sé stesso e per noi che oggi guardiamo i suoi scatti. Lo attraggono i contrasti e in Romania ne trova una fonte di infinita bellezza. C’è proprio tutto questo paese splendido e matto nelle immagini di Pragher: la Bucarest delle ebbrezze moderniste e delle periferie pezzenti, i suoi artisti, la ressa sui marciapiedi, i balletti e le ballerine, i fasti, lo scazzo del meriggio in riva ai laghi o sui tetti dei grand hotel, l’afrore dei mercati e della strada, la sublime banalità del quotidiano. Poi stadi, sport, calcio, industria, Benito, Adolfo e Re Michele. Il Danubio e le sue inondazioni, la fluitazione, il mondo anfibio del Delta, i Carpazi, la Moldavia, il Banato con il suo groviglio di etnie, la Transilvania e le fortezze sassoni. Ma anche guerra, i fronti dell’est,i soldati tedeschi nella capitale e Harald Kreutzberg che danza per loro, la rivolta dei legionari, i voli di Irina Burnaia e le bombe di quelli che oggi chiamiamo alleati. Eppoi Odessa, Cernăuți e tutto il resto. Il fiume in piena delle sue immagini ovviamente non ci racconta nulla dei quattro anni (1945-1949) passati, in quanto tedesco di Romania, in un lager in Siberia. Se per assurdo là avesse trovato una macchina fotografica col suo sguardo Willy avrebbe fiutato anche l’ultima usma di vita per stanarla e ammirarla, senza piagnistei, senza risentimenti: ad occhi spalancati.

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À la guerre comme à la guerre

À la guerre comme à la guerre[1]

I tipi di Voina sono passati da Bucarest, dove hanno presentato la loro azione itinerante Voina Wanted per sostenere la causa di due membri del gruppo da tempo passati alla macchia in Russia. Voina significa “Guerra” e per Oleg Vorotnikov e Natalia Sokol la guerra è cominciata nel 2005. Più tardi si sono uniti a loro Alexei Plutser-Sarno e Leonid Nikolaev e una schiera di accoliti più o meno anonimi. L’ideologia del gruppo secondo Plutser-Sarno “è una complessa miscela di punk, anarchia e strafottenza. Di fatto all’infuori della rivoluzione, ce ne sbattiamo di tutto”. Due anni fa Vorotnikov e i suoi disegnarono sull’asfalto del ponte Liteinyi di San Pietroburgo un cazzo alto 65 metri e largo 27. L’enorme pene si rizzò in verticale di notte, quando il ponte si aprì per consentire il passaggio delle navi sul fiume Neva. Davanti ad esso il palazzo dei servizi di sicurezza, mai coincidenza fu più chiara, se ne parlò in mezzo mondo. Nel 2007 i soldati di Voina faranno irruzione in un Mc Donald’s della capitale lanciando gatti contro i dipendenti dell’odiata multinazionale, i felini e i clienti non gradirono. Un anno dopo “celebreranno” l’elezione di Medvedev (“orsacchiotto” in russo) con un’orgia collettiva nel Museo Statale di Biologia di Mosca. Come dire: possiamo anche fotterci da soli. Sulla facciata del parlamento russo, una notte, i guerrieri ci proiettano un gigantesco Jolly Roger verde. Bello spettacolo.

Gogliardia, provocazioni, un po’ di cattivo gusto, ma non solo. In “Colpo di palazzo” quelli di Voina decidono di ribaltare sette macchine della polizia nel centro di San Pietroburgo, mal gliene colse. Oleg e Leonid sono arrestati e le accuse sono pesanti, rischiano sette anni di gattabuia. A pagare la cauzione è Banksy, l’artista “fantasma” delle strade di Londra: 120.000 dollari, 20.000 per uscire di galera e 100.000 per tirare a campare (secondo Alexei Plutser-Sarno invece questa somma è stata utilizzata per aiutare altri non ben identificati prigionieri politici). Per festeggiare il capodanno qualcuno del gruppo organizza Mento-Auto-Da-Fé, ossia dà fuoco a un cellulare della polizia. Per loro è arte: “Tra arte e provocazione non esistono né confini, né altri tipi di interazione. Si trovano su piani diversi, in mondi che non si incrociano mai. Voina agisce nell’ambito di un’arte eroica, monumentale, superiore. E proprio perché le leggi attuali sono talmente cretine che le autorità considerano i nostri capolavori illegali” spiega un po’ delirando Plutser-Sarno, l’ideologo del gruppo, che poi, utilizzando una metafora tolkeniana, puntualizza: “noi partiamo dalla premessa che le proteste in Russia, ne siamo convinti, non possono svolgersi in modo pacifico, perché al potere ci stanno degli orribili mostri, orchi di Mordor e mutanti di Gollum. E gli orchi di Mordor non cederanno mai il potere attraverso i negoziati, bisogna picchiarli, bisogna prenderli a calci…” Sabato scorso parte del gruppo artistico russo è atterrato a Bucarest per promuovere la campagna Wanted Voina, cioè per appendere in diversi punti della città un telone che raffigura la faccia del latitane Oleg dietro le sbarre. Il primo tentativo avviene al museo di arte contemporanea di Bucarest (che è all’interno del Parlamento!), ma Casa Poporului è così grande che ti ci vorrebbe un telescopio per capire che quel lenzuolo bianco e nero è una opera d’arte, anzi è la guerra. Meglio allora stendere Oleg a terra, ma a questo punto arriva una cane randagio che ci si addormenta sopra. Sonnecchia come i gendarmi che stanno attorno al Parlamento.

La guerra è rimandata alla sera, sul fronte del festival del film documentario One World Romania. Qui i ribelli russi mostrano un filmetto autocelbrativo di scarsa qualità dedicato alle loro azioni e alle loro persecuzioni. Ad un certo punto sullo schermo si vede il figlio di Oleg Vorotnikov e Natalia Sokol, Kasper, due anni. Sta in braccio a un poliziotto mentre i genitori vengono fermati dalle forze dell’ordine. Come nelle peggiori pellicole di propaganda, sui sottotitoli si legge: “Kasper, manifestante di due anni, è arrestato dalla polizia”. In sala la scena è commentata ad alta voce da un ragazzo che sbraita: “Siete dei vigliacchi! Usare un bambino in una manifestazione che può trasformarsi in violenza, usarlo come scudo, vigliacchi”. I soldatini russi non ci stanno e replicano “Il vigliacco sei tu, vieni qui sul palco a dire queste cose…” Detto e fatto, solo che appena il contestatore dei contestatori mette il piede sulla scena si prende due ceffoni da Alexei Plutser-Sarno, l’intellettuale del gruppo – capirai. Ne segue un accenno di rissa a malapena sedata dagli organizzatori. Imbarazzo, stupore, ma niente scuse. Su Hot News, Vlad Mixich si domanda, non senza ragione, se le sberle assestate all’ignaro spettatore facciano parte del geniale programma artistico del gruppo Voina. Morale: se vuoi fare la guerra, falla, ma poi non piangerti addosso e soprattutto lascia dalla nonna i bambini.

[1] la foto di Bucarest l’ho presa dal blog del signor Ursulean; mentre le citazioni dei rappresentanti di Voina dall’articolo di Vasile Ernu apparso su Critic Atac

Il Jazz di Sergiu Celibidache

Nei giorni scorsi mi è capitato tra le mani un libro che mi ero ripromesso di leggere da parecchio tempo: “Sergiu Celibidache, scrisori către Eugen Trancu-Iaşi”[1]. Il volume raccoglie le lettere inviate nel corso  di quarant’anni (dal 1939 al ’79) dal grande  direttore d’orchestra romeno all’amico di gioventù  Eugen Trancu-Iaşi e una corposa addenda che include varie testimonianze sugli anni romeni del maestro.
ImmagineSu Sergiu Celibidache si è scritto e detto moltissimo. Gli aneddoti attorno al suo ossessivo perfezionismo, le polemiche  sferzanti con i colleghi, l’avversione  verso le   incisioni discografiche o l’intransigenza caratteriale nel bene e nel male ne accompagnano immancabilmente  il ricordo.  Come  dire,  agiografia e maldicenza  sono gli esiti scontati della biografia del genio  e questo volume lo conferma  ampiamente. Meno noti, anzi  sconosciuti, sono gli albori musicali di Celibidache nella Bucarest interbellica. Il  libro  di Trancu-Iaşi  permette di abbozzare una   parzialmente ricostruzione degli anni “romeni”  del maestro, offrendo dei dettagli a volte sorprendenti.  Celibidache era di  Roman, come  Max Blecher e mia suocera,  una cittadina di provincia colta ma distante dall’agitazione intellettuale bucarestina.  Una volta  giunto  nella capitale, questo  giovane   dall’aspetto  singolare    bazzica   nei caffè di Calea Victoriei,   tira a far tardi con    tutti i ribelli della musica, dell’arte, della letteratura e  con loro sogna e progetta nuovi orizzonti.  Sete di gloria ma anche  fame vera, per vivere Celibidache di giorno  suona il pianoforte nella  scuola di danza del suo primo grande amore: Iris Barbura, ballerina  espressionista nata ad Arad nel 1912, formata  alla scuola  di Vera Karalli negli anni ’30, suicida a Ithaca nel 1969. Di notte si esibisce improvvisando  jazz al caffè  Atlantis e in altre bettole. Ha talento e  un impresario lo vorrebbe  ingaggiare per  un’orchestrina di musica leggera al grand hotel La Fayette.  Rifiuta. I soldi    non contano, a lui   interessa il jazz.  In questa musica scopre un punto di partenza verso composizioni più complesse.  “Celibidache  –  come ricorda l’amico Petru Comarnescu [2] – possedeva qualcosa in più rispetto ai giovani snob della capitale. Dalle  sue discussioni si comprendeva  immediatamente come affrontava  le formule  di composizione jazzistiche.  Era  ossessionato da melodie che  improvvisava in stile hot, per poi svilupparle in polifonia”. Parecchi anni dopo qualcuno  ricorderà  ancora le sue performance  a Balcic sul Mar Nero nell’osteria del turco  Mahmut, il covo estivo  della vivace  e squattrinata bohème bucarestina: “Nella taverna   ci avvolgevano delle strane melodie jazz. Al piano malandato suonava un giovane compositore, silenzioso, elegante e sobrio, caro a tutti gli artisti di Balcic. Si chiamava Sergiu Celibidache”[3] .  “Suonava il piano usando molto il pedale, colpendo con con forza i tasti, creando effetti che miravano a strabigliare l’ascoltatore”[4] . Le radici del jazz per lui allignavano nella musica di Bach e riusciva a dimostralo nelle notti trascorse a   pigiare  i tasti dei più scassati pianoforti delle bettole di Bucarest.  È ancora Petru Comarnescu a fornire dettagli  sull’esperienza jazzistica del futuro direttore d’orchestra: “Sono diventato amico di Celibidache  grazie al jazz colto  che entrambi ammiravamo,  poi Johann Sebastian Bach avrebbe  ben presto cementato ed elevato questa amicizia e la nostra stima reciproca.  […] Mi aveva raccontato che un giorno, mentre passeggiava per Iasi, canticchiando  una  melodia jazz  semisconosciuta, un signore inglese o americano gli chiese come faceva a conoscere quel pezzo,  per niente noto, ma di grande fattura artistica.  Di fatto non era un pezzo ma un’armonizzazione  in stile hot che riproduceva il gusto del tempo. Ma più di tutte le nuove armonie, dei brani che mi suonava e commentava, fu la lettera di Duke Elligton a rilevarmi la competenza musicale di Sergiu. Aveva composto  un pezzo jazz e lo aveva inviato a New York al Duca”. Ellington gli rispose: non solo era   rimasto colpito dalle sue intuizioni musicali, ma gli sarebbe addirittura piaciuto   sperimentarle in qualche nuovo pezzo. “Si trattava una composizione che  partiva dal jazz e arrivava a Johann Sebastian Bach. Era qualcosa di insolito che mi faceva pensare molto.  Ogni volta che incontravo Sergiu Celibidache  comprendevo che il jazz per lui era solo un punto di partenza,  si preoccupava  continuamente  dei problemi della musica polifonica, della grande arte della sinfonia cui voleva apportare nuove espressioni e modalità”.
Della  passione jazzistica di Celibidache dovrebbe esistere addirittura un disco.  In una lettera spedita  nel febbraio 1941 da  Berlino all’amico Ginel Trancu-Iaşi  si legge: “Qui tutto va bene. Musica perfetto. Ti ho inciso un disco, te lo  spedirò alla prima occasione. Non so che ne farai è assolutamente strampalato”. In nota il destinatario della missiva precisa: “Si tratta del primo disco inciso da Sergiu Celibidache . Conteneva  dei ritratti  musicali a ritmo di jazz composti  per  i suoi amici”. Il disco è menzionato  anche  nell’articolo già citato  di  Petru  Cormanescu: “Ho sentito che ha composto una serie di “ritratti musicali” , in cui rappresentava noi, gli amici romeni, Iris Barbura, me e  gli altri. Mi hanno detto che sono eccezionali. Non li ho ascoltati, anche se, a quanto pare, li ha pubblicati su un disco che avrei dovuto ricevere”. Lo stesso Celibidache ritornerà  su queste composizioni  in una lettera del 1945 (quindi  a quattro anni dall’incisione del disco): “desidero, prima di tutto, rivelarti un segreto di cui ti prego di non farne alcun uso. I miei  Dummenlieder  non si riferiscono a nessuno, non sono scritti con l’intenzione  di  fare delle caricature o di metter in note  personalità oppure qualità spirituali. Attraverso le mie domande ho solo  tentato di fissare la fantasia di chi ascolta. Non c’è nessun personaggio. Li ho inviati solo con l’intento di abituare il vostro udito a materiale un po’ più astratto. Come un’arte visiva che  non cerca parole per esprimersi, anzi proviene dall’esterno, dalla sfera  in cui gli uomini non possono più implicarsi e intervenire.  Rispetto alla musica, Ginel, devi imparare solo una cosa. La musica è un’arte con leggi proprie: Eigen Gesetzmäßigkeit. Chi non conosce le leggi della musica  (non su carta o dai libri, ma attraverso intuito e perspicacia) non può scrivere musica”.  
Quest’anno cade il centenario  della nascita di Sergiu Celibidache, mi piacerebbe se  le varie manifestazioni che gli saranno dedicate   potessero aprirsi  con il crepitio di questo vecchio disco fantasma e delle sue canzoni sciocche.
[1] Sergiu Celibidache, scrisori către Eugen Trancu-Iaşi a cura di Fabian Anton, Cluj-Napoca, Eikon 2003.
[2] Petru Cormanescu (Iași, 23 novembre 1905 – București 27 novembre 1970) è stato  un saggista, scrittore e un noto anglista nella Romania interbellica. I ricordi relativi all’amicizia con Celibidache si trovano nell’articolo Cariera excepţională a lui Sergiu Celibidache, pubblicato in  Timpul il 9 novembre 1945 e nel volume Chipurile şi priveliştile Europei, Cluj 1988, entrambi riprodotti in addenda alla raccolta epistolare.
[3] Il ricordo è contenuto nel libro di Alexandru  Baciu, Din amintirile unei secretar de redacție, Bucarest, 1997.
[4] Il ricordo appartiene a Lucia  Dem. Bălăceanu.


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