Archive for the 'DORMIENTI' Category

Memorie

Canto LXXIV

L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del

contadino

Manes! Manes fu conciato e impagliato,

Così Ben e la Clara a Milano

per i calcagni a Milano

Che i vermi mangiassero il torello morto

DIGENES, διγενές, ma il due volte crocifisso

dove lo trovate nella storia?

eppure dite questo al Possum: uno schianto, non una lagna,

uno schianto, non una lagna,

Per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle.

Ezra Pound 1945

Canto LXXIV

The enormous tragedy of the dream in the peasant’s bent

shoulders

Manes! Manes was tanned and stuffed,

Thus Ben and la Clara a Milano

by the heels at Milano

That maggots shd/ eat the dead bullock

DIGENES, διγενές, but the twice crucified

where in history will you find it?

yet say this to the Possum a bang, not a whimper,

with a bang not with a whimper,

To build the city of Dioce whose terraces are the colour of stars.

Ezra Pound 1945

SFORTUNATO IL PAESE CHE NON HA EROI

Timișoara 17 dicembre 1989:

1. Andrei Maria, 25 anni, casalinga, sul Ponte  Decebal. Bruciata al crematorio.

2. Aparaschivei Valentin, 48 anni, autista, Calea Girocului.

3. Apro Mihai, 31 anni,  carpentiere, Calea Girocului. Bruciato al crematorio.

4. Avram Ioan Vasile, 40 anni, responsabile del controllo qualità, Opera.

5. Balmuș Vasile, 26 anni, operaio, Cattedrale. Bruciato al crematorio.

6. Balogh Pavel, 69 anni, pensionato, Str. Transilvaniei angolo con Str. Reșita. Bruciato al crematorio

7. Bărbat Lepa, 43 anni, contabile, Piazza  Libertății. Bruciata al crematorio.

8. Banciu Leontina, 39 anni, operaia, sul Ponte Decebal. Bruciata al crematorio.

9. Belehuz Ioan, 41 anni, ferroviere, Str. 13 Decembrie. Bruciato al crematorio

10. Belici Radian, 25 anni, pompiere, Mercato 700. Bruciato al crematorio

11. Bonte Petru Ioan, 22 anni, operaio, Str. Transilvaniei. Identificato nel gennaio  1990 nella fossa comune  del Cimitero degli Eroi.

12. Botoc Luminița, 14 anni, studente, Calea Lipovei. Identificata nel gennaio  1990 nella fossa comune  del Cimitero degli Eroi.

13. Căceu Margareta, 40 anni, impiegata, Cattedrale. Bruciata al crematorio.

14. Căceu Mariana Silvia, 37 anni, impiegata, Cattedrale.

15. Carpin Danut, 29 anni, parchettista, Calea Aradului. Bruciato al crematorio

16. Chorosi Alexandru, 24 anni, operaio, presso l’Opera. Bruciato al crematorio

17. Ciobanu Constantin, 43 anni, operaio, Str. Transilvania (nel terrazzo dell’abitazione). Bruciato al crematorio

18. Cruceru Gheorghe, 25 anni, operaio, presso l’Opera. Bruciato al crematorio

19. Csizmarik Ladislau, 55 anni, professore di musica, Opera. Bruciato al crematorio

20. Ewinger Slobodanca, 21 anni, operaio, sul Ponte Decebal. Bruciata al crematorio.

21. Fecioru Lorent, 38 anni, operaio.

22. Ferkel-Suteu Alexandru, 43 anni, saldatore, Calea Girocului. Bruciato al crematorio

23. Florian Antoniu Tiberiu, 20 anni, studente, Campus Universitario. Bruciato al crematorio

24. Girjoaba Dumitru Constantin, 24 anni, elettricista,  Cattedrale. Bruciato al crematorio

25. Grama Alexandru, 18 anni, operaio, Calea Aradului.

26. Hațegan Petru, 47 anni, elettricista,  presso l’Opera. Bruciato al crematorio

27. Ion Maria, 57 anni, pensionata, Calea Girocului (in macchina). Il marito afferma che le spararono anche all’ospedale.

28. Iosub Constantin, 17 anni, studente, Cattedrale. Bruciato al crematorio

29. Iotcovici Gheorghe Nutu, 25 anni, tornitore, Opera. Bruciato al crematorio

30. Istvan Andrei, 42 anni, operaio, Cattedrale.

31. Juganaru Dumitru, 37 anni, mosaicista, Calea Girocului.

32. Lăcătuș Nicolae, 28 anni, operaio, Piazza  Traian. Bruciato al crematorio

33. Luca Rodica, 30 anni, impiegata, Calea Girocului. Bruciata al crematorio.

34. Lungu Cristina, 2 anni, Calea Girocului.

35. Mardare Adrian, 20 anni, operaio.

36. Mariș Ștefan, 40 anni, meccanico, Calea Girocului.

37. Miron Ioan, 58 anni, pensionato, Calea Lipovei. Bruciato al crematorio

38. Motohon Silviu, 35 anni, aiutante artigiano, Str. Ialomita. Bruciato al crematorio

39. Munteanu Nicolae Ovidiu, 25 anni, studente, Campus universitario. Bruciato al crematorio

40. Nagy Eugen, 17 anni, studente, Calea Girocului. Bruciato al crematorio

41. Opre Gogu, 30 anni, elettricista, Opera. Bruciato al crematorio

42. Osman Dumitru, 24 anni, barista, Opera. Bruciato al crematorio

43. Otelița Aurel, 34 anni, operaio, Calea Lipovei (nella propria abitazione). Bruciato al crematorio

44. Păduraru Vasile, 30 anni, operaio.

45. Pinzhoffer Georgeta, 35 anni, operaio, Calea Lipovei.

46. Popescu Rozalia Irma, 55 anni, pensionata, investita da un blindato presso il Ponte  Decebal.

47. Radu Constantin, 33 anni,  tornitore, Calea Girocului. Bruciato al crematorio

48. Sava Angela Elena, 25 anni, operaio, Cattedrale. Bruciata al crematorio.

49. Sava Florica, 33 anni,  commessa, Piazza  Traian.

50. Simicin Nicolae, 32 anni, operaio, Calea Lipovei.

51. Sporer Rudolf Herman, 33 anni, imbianchino, Calea Lipovei. Bruciato al crematorio

52. Stanciu Ioan, 42 anni, operatore chimico, Cattedrale. Bruciato al crematorio

53. Tako Gabriela Monica, 10 anni, scolara, Bd. Republicii.

54. Tasala Remus Marian, 23 anni, attrezzista e stampatore, Piazza  700 (con una ferita superficiale alla fronte). Accompagnato da amici all’Ospedale Provinciale, fu ritrovato con  una ferita d’arma da fuoco all’ospedale.

55. Todorov Miroslav, 25 anni, operaio, Str. Vasile Alecsandri.

56. Țîntaru Teodor Octavian, 21 anni, elettricista,  Ponte Decebal.

57. Varcuș Ioan Claudiu, 15 anni, studente, Calea Girocului.

58. Wittman Petru. Bruciato al crematorio

59. Zabulica Constantin, 30 anni, operaio, Piazza  Stefan Furtuna. Bruciato al crematorio

60. Blindu Mircea. Fucilato presso la Stazione   Est dal  milite Atomii Radu.

61. Zornek Otto, 53 anni, imbianchino. Ufficialmente dichiarato disperso. Probabilmente  fu bruciato assieme agli altri al crematorio.

62. Pisek Stefan. Ufficialmente dichiarato disperso. Probabilmente  fu bruciato assieme agli altri al crematorio.

63-70. Certificati medici non ritirati (del gruppo delle persone cremate). 5 di questi certificati potrebbero appartenere agli individui bruciati al crematorio rimaste senza certificato medico (la loro morte è stata stabilita tramite testimonianze), ossia  Csizmarik Ladislau, Florian Antoniu Tiberiu, Ewinger Slobodanca, Ianos Paris, Radu Constantin.

Timișoara 18 dicembre 1989:

1. Ciopec Dumitru Marius, 20 anni, meccanico elettricista, Calea Girocului.

2. Ianoș Paris, 18 anni, disoccupato, Calea Girocului. Bruciato al crematorio

3. Leia Sorinel Dinel, 23 anni, operatore chimico, Cattedrale. Identificato nel gennaio  1990 nella fossa comune  del Cimitero degli Eroi.

4. Mariutac Ioan, 20 anni, operaio, Cattedrale.  Identificato nel gennaio  1990 nella fossa comune  del Cimitero degli Eroi.

5. Nemțoc Vasile Marius, 19 anni, operaio, Cattedrale.

Timișoara 19 dicembre 1989:

1. Curic Veronica, 32 anni, casalinga, Mercato 1 Maggio (Iozefin).

2. Reiter Edita Irina, 39 anni, impiegata, Bd. Tinereții.
Immagine

Cititorilor în limba română recomand acest articol (care este și sursa mea iconografică pentru acest mic act de cinstire)

Stampa del Capitano

Oggi ascoltando alla radio la rassegna stampa dei quotidiani italiani, mi è rimbalzato all’orecchio il nome di Corneliu Zelea Codreanu. Era associato a quello di Chiara Colosimo. Codreanu so chi è, mentre della Colosimo non sapevo nulla. Alla fine ho capito che è giovane, è una ex pugile, è una ex cubista, è la nuova capogruppo del PDL alla regione Lazio, ma soprattutto ho compreso che qualche anno fa ha concesso un’intervista durante la quale, alle sue spalle, appariva un “affresco” su cui si poteva leggere una citazione tratta da un libro di Codreanu e ammirare una riproduzione un po’ maldestra del suo volto. La frase appiccicata alla parete recitava così:

Per noi non esiste sconfitta e capitolazione, giacché la forza di cui vogliamo essere gli strumenti è invincibile per l’eternità

Sull’incontro fortuito tra la pugilatrice del PDL e il Capitano ha ritenuto opportuno esprimere la sua opinione Riccardo Pacifici, il rabbino capo di Roma, che sul Corriere di oggi esordisce alla grande: «Non ho visto quelle immagini, ma su Codreanu non ci sono dubbi: i movimenti a lui ispirati, che stanno prendendo piede in Romania, Ungheria e Grecia rappresentano un serio pericolo per la libertà e l’Europa». Pacifici non ha dubbi, io invece ho una una certezza: non sa chi è Codreanu. Sarebbe interessante avere delucidazioni sui fantomatici movimenti politici in ascesa che si ispirano a Codreanu, in particolare su quelli ungheresi! Ancora più intrigante sarebbe se Pacifici spiegasse quali sono le fonti delle sue informazioni storiche, soprattutto quando afferma: «Codreanu era un fanatico cattolico che propagandava una visione del Cristianesimo preconciliare che prevedeva una sudditanza anacronistica verso (sic) la religione ebraica…» Peccato che Codreanu fosse ortodosso (come il 90% della popolazione romena del resto) e che l’Ortodossia sia l’elemento centrale della “dottrina” della Legione dell’Arcangelo Michele. A voler essere precisi poi, il testo “incriminato” non appartiene nemmeno a Corneliu Codreanu, ma a un articolo di Ion Moţa, intitolato “La Icoana” (All’Icona) pubblicato sul primo numero della rivista “Pământul Strămoşesc” nell’Agosto 1927, in cui si tratta appunto del primato dell’esperienza spirituale ortodossa sulla militanza politica [1]. Ora la domanda sorge spontanea: perché la gente parla di cose che non conosce? Perché nel nome della lotta all’antisemitismo una persona può sciorinare dotte idiozie senza timore di essere corretto o contraddetto?

[1] Se ne parla anche qui

SIORE CELESTE

SIORE CELESTE

Ai aflat? A murit Siore Celeste!
Cu aceste cuvinte verișoara mea, Fabi, mă întâmpina în fiecare an, când, spre sfârșitul lunii august mă reîntorceam din vacanță.
A murit? Şi cum a murit?
Mai întrebam eu, lăsând obișnuitul ”Îmi pare rău” lipit de cerul gurii, pentru că, la urma urmei, era un băboi urât, mereu îmbrăcată în negru şi dispusă să protesteze împotriva jocurilor noastre de pe stradă. Simpatică sau antipatică, bătrâna neagră făcea parte din compania de personaje ciudate care animau cartierul meu şi dispariția ei constituia un eveniment care ar fi remodelat echilibrele acestui mic univers.
Cum? E ce vrei, să fi avut vreo 90 de ani. A murit şi gata, a crăpat, ţac-pac.
Replică telegrafic Fabi.
Şi înmormântarea?
S-a făcut, au îngropat-o un-doi…
Şi pisica cui îi rămâne?
Cui îi rămâne? Nu se ştie, deocamdată stă acolo cu menajera ei.
Fără doar şi poate, însă, după câteva zile de la aceste revelații, zăream silueta cocoșată şi neagră a Doamnei Celeste în timp ce meşterea în spate ferestruicii casei ei: era mai bătrână şi mai neagră ca niciodată, dar totuși vie. Atunci fugeam la verișoară-mea țipând:
Fabiiii, Siore Celete este…
vie…. te am păcălit!
Urmau schimburi de complimente destul de colorate.
Acest ritual se repeta ciclic în fiecare an, vara se termina şi Siore Celeste murea:
Ai aflat, începea Fabi ascunzând cu greu un zâmbet sub buzele ei
… că a murit Siore Celeste, o anticipam eu ciupind coardele ironiei.
Fabi, îşi reconstruia repede o faţă serioasă, şi insista:
Anul aceasta a murit pe bune, jur!
Şi apoi scanda fiecare literă, ca într-o autopsie fonetică:
M-O-A-R-T-Ă
Normal, după câteva zile, baba apărea în faţa mea ca o fantomă care şi-a greşit culoarea la cearşaf.
– Fabiii, Siore Celeste…
– …n-a murit, ştiu – adăuga batjocoritor – te-am păcălit din nou
Discuția noastră reîncepu după un an:
Siore Celeste a murit!
Înc-o dată? Hai, las-o baltă!
Nu, de data asta e adevărat, jur!
Da, jură, jură, oricum bătrâna o să apară mai sănătoasă ca înainte.
Atunci, du-te să vezi.
Nu, nu mă aduc, nu vreau să fiu fraierit.
Cum vrei, însă moartă rămâne.
Într-adevăr acea pată neagră nu şi-a mai încrucișat cu privirea mea, dar mie îmi rămâne îndoiala că de fapt n-a murit, ci că pur şi simplu, cu complicitatea verișoarei mele, a ieșit din acest mic teatru.

SIORE CELESTE

Ma non sai cosa è successo? È morta Siore Celeste!
Erano queste le parole con cui mi accoglieva ogni anno mia cugina Fabi al mio ritorno dalle vacanze, verso la fine di agosto.
É morta? E come è morta ?
Chiedevo io, lasciando però il mi dispiace incollato al palato, perché quella, in fondo, era una vecchiaccia, sempre vestita di nero e pronta a protestare contro i nostri giochi stradali. Simpatica o antipatica, la vecchia nera però era parte integrante della compagnia di personaggi bizzarri che popolava il mio quartiere e la sua scomparsa rappresentava un evento che avrebbe rimodellato gli equilibri di questo piccolo universo.
Beh come, avrà avuto 90 anni; è morta e basta, schiattata, crepata.
Tagliava corto Fabi
E i funerali?
Già fatti, in fretta…
E il gatto a chi rimane?
A chi rimane? Non lo so, per il momento sta là con la servetta.
Immancabilmente però, passato qualche giorno da queste rivelazioni, scorgevo la figura gobba e nera di Siore Celeste trafficare dietro la finestrella di casa sua, vecchia e nera più che mai, ma ancora viva. Allora correvo da mia cugina urlando:
Fabiiii, Siore Celeste è …
viva…. ci sei cascato !
Seguivano scambi di complimenti colorati e saporiti.
Il rituale si ripeteva ogni anno al mio rientro dalle vacanze, l’estate si chiudeva e Siore Celeste moriva:
Ma lo sai, attaccava Fabi trattenendo a stento un sorriso sotto le labbra
…che è morta Siore Celeste, l’anticipavo io pizzicando le corde dell’ironia.
Fabi, ricostruita la serietà del volto, insisteva
Quest’anno è morta per davvero, te lo giuro
e poi scandiva le lettere come per eseguire un autopsia fonetica:
– M-O-R-T-A-
Immancanbilmente di lì a pochi giorni la vecchiona mi sarebbe apparsa come un fantasma vestito con il lenzuolo sbagliato.
Fabiii, Siore Celeste …
Non è morta – aggiungeva beffarda – te l’ho fatta ancora una volta.
Il discorso l’avremmo ripreso tra un anno e infatti:
Siore Celeste è morta
Ancora? Ma dai
No guarda che questa volta è morta per davvero, giuro!
Sì giura, giura, tanto la vecchia salta fuori più sana di prima.
Vai a vedere allora.
No, che non ci vado, mica voglio fare la figura dello scemo
Eh va beh, comunque morta rimane.
Effettivamente quella macchia nera non entrò più nel mio sgurdo, anche se a me rimane ancore oggi il dubbio che non sia morta ma, complice mia cugina se ne sia andata dal mio piccolo teatrino.

EROII NU MOR NICIODATA

GLI EROI NON MUOIONO MAI

VITTORIO ARRIGONI Besana Brianza, 4 febbraio 1975 – Gaza, 15 aprile 2011

المقاومة

Eli Lotar (2)

Tra gli avanguardisti parigini si girano anche molti film e Lotar se ne era partito dalla Romania proprio per far cinema. Il primo contatto con il grande schermo arriva frequentando la casa del vecchio anarchico Augustin Hamon a Port Blanc in Bretagna. Ty an Diaoul, La Casa del Diavolo, l’aveva provocatoriamente battezzata Hamon. Qui bivaccavano spesso artisti, scrittori, rivoluzionari d’ogni risma e qui Lothar incontra Jean Painlevé, un giovane biologo, tentato dall’arte d’avanguardia e con la passione per i documentari scientifici che gli offrirà di occuparsi delle riprese di alcuni suoi cortometraggi. Lotar filma gamberi, aragoste, paguri e altri creature marine, sono riprese meticolose e innovative che danno vita a delle opere a tratti quasi astratte e cariche di fascino. Le cose tra i due non finiscono bene: litigano per un presupposto errore tecnico del cameraman e si mandano reciprocamente a quel paese. Poco male, per Lothar una nuova occasione si presenta immediatamente: Joris Ivens, ex marito di Germaine Krull e regista engagé, ha bisogno di un operatore per le riprese di film dedicato ai lavori di prosciugamento dello Zuiderzee su in Olanda. Rientrato in Francia  si occupa della fotografia nel film di Pierre Prévert L’affaire est dans le sac. Poi  riparte per una nuova avventura cinematografica. Questa volta l’iniziativa è del  drammaturgo surrealista Roger Vitrac, che nel 1931 porta con sé Eli Lotar, come capo operatore e direttore della fotografia, e Jacques-Bernard Brunius, come assistente, in Grecia. I tre viaggiano a bordo di una nave da crociera noleggiata dalla Neptos, società guidata a Parigi dal greco Hercule Joannidès, un armatore visionario che spesso collegò gli affari all’arte che era amico di Vitrac. Lo scopo del viaggio era di fare un documentario, o piuttosto un film sperimentale dedicato alle isole Cicladi e ispirato alla figura dello scrittore Raymond Roussel. Il film, che è andato perduto, venne proiettato una sola volta nel marzo 1932 nella sala Les Miracles, davanti ad un pubblico composto dai frequentatori dell’avanguardia artistica e letteraria parigina.  Nello stesso anno si mette in viaggio con il regista trotzkista Yves Allégret per la Spagna. Eli ha già lavorato con il regista francese occupandosi delle immagini di Prix et Profits, un cortometraggio di denuncia, dedicato alle disavventure socioeconomiche di una patata che passa attraverso a tutte le storture della filiera che va dal produttore al consumatore.
Questa volta si parte per la Spagna, Allégret ha appena letto un saggio dedicato alle Hurdas, una delle più povere e arretrate regioni della penisola iberica e vi vorrebbe girare un documentario. I due però sono arrestati con l’accusa di essere dei pericolosi comunisti. In loro favore interviene il sindacato francese, vengono rilasciati ed espulsi dalla Spagna. A questo punto però decidono di non rientrare in Francia ma di recarsi alle Canarie, là, fingendosi turisti, sarà più facile girare un film. Da questo soggiorno nasce il documentario Ténériffe in cui, attraverso la voce narrante di Jacques Prévert, si metteranno in rilievo, non senza una dose di ironia, i contrasti sociali presenti nell’isola. Rientrato in Francia Eli racconta la disavventura sulle Hurdas a Luis Buñuel che, affascinato da questa regione, decide di farne un film. La pellicola sarà prodotta grazie all’artista anarchico Ramón Acín che aveva appena ritirato una vincita alla lotteria (!). I soldi, come spiega Buñuel, comunque sono pochi e il lavoro è duro: “Una volta pronto per iniziare le riprese, ho chiesto a Pierre Unik di venire giù da Parigi e diventare il mio assistente. Eli Lotar era il mio cameraman, la cinepresa l’abbiamo presa a prestito da Yves Allégret. Avevamo solo ventimila pesetas e abbiamo dovuto fare tutto in un mese. Quattromila se ne andarono per una Fiat usata, che io stesso riparavo ogni volta che si rompeva. Abbiamo dormito in un albergo spartano con camerate da dieci che era stato allestito all’interno di un convento sconsacrato chiamato Las Batuecas. […] Si partiva per le riprese ogni mattina prima dell’alba, due ore di macchina, poi si proseguiva a piedi, armati del nostro equipaggiamento sulle spalle. Quelle montagne sgraziate mi affascinavano, così come la povertà e l’intelligenza dei loro abitanti. Ero stupito dal loro attaccamento feroce a questo paese sterile, a questa terra “senzapane”[1].
Las Hurdes/Tierra sin pan è un documentario di cui la “Bibbia” Morandini dice: “In questo film di contrasti (fotografia di Eli Lotar) la violenza delle immagini, degne di Goya, ha come contrappunto l’apparente indifferenza del commento del poeta Pierre Unik e la musica di Brahms […] e citando il critico Marcel Oms aggiunge: “Lo considero più importante di L’âge d’or perché… contiene tutti i furori di Luis, tutte le sue ossessioni, tutte le sue ragioni di lotta”[2]. In pochi però sottolineano che in realtà il film di Buñuel discende direttamente dalla vicenda che portò Allegrét e Lotar a girare Ténériffe e che molto del “furore” di questo documentario è dovuto all’abilità di quest’ultimo.

Eli è in maniche corte dietro la macchina da presa

In Francia Eli continua avere una vita sentimentale agitata. Attorno a lui girano sempre un sacco di donne e anche per questo la Krull decide di lasciarlo. Eli si sposa con “Lala” Elisabeth Makovska, pittrice e fotografa, ma soprattutto militante del Partito Comunista Francese che, dopo la guerra, si occuperà delle relazioni culturali con l’Unione Sovietica.
Da questa posizione privilegiata riuscirà a far lavorare Eli con il Ministero dell’Aria e dell’Esercito guidato dal “compagno” Charles Tillon, deputato-sindaco di Aubervilliers, una cittadina alla periferia di Parigi. Tillon incarica Lotar di girare un documentario sulle condizioni del proletariato di Aubervilliers nell’immediato dopo guerra, per denunciare lo stato in cui il precedente regime aveva lasciato gli abitanti della periferia francese. Il documentario sarà accompagnato da un testo di Jacques Prévert che per l’occasione scrisse anche tre poesie poi messe in musica da Joseph Kosma. Il cortometraggio, non privo di una sua poesia, ottenne anche una selezione al festival di Cannes e verrà “esportato” attraverso i canali della propaganda anche verso i paesi socialisti. Sarà questa l’occasione per Eli di ritornare in Romania dopo quasi trent’anni di assenza.
A Bucarest avrà modo di incontrare anche il padre, ormai quasi ottantenne. Del ritorno del “figliol prodigo” non vi sono molte testimonianze. Vlaicu Bârna, nel suo Între Capsa şi Corso, dedica lacune pagine al soggiorno di Lotar nella capitale: “Compresi chge, nel 1956, il nostro ospite si sentiva come a casa […] Alloggiava in un hotel, certo, ma percorse spesso la salita che portava al Martisor (la casa del padre), sopra la città, nel seno della famiglia e della natura. Da questa visita si strinsero una serie di amicizie con Dida e Scarlat Callimachi, con Al. Rosetti, Eugen Jebeleanu e Cicerone Theodorescu, con Radu Popescu e con il sottoscritto”[3].
A Parigi invece la stella di Lotar sta tramontanto, i compagni d’un tempo si allontanano, divorzia dalla moglie: “Eli si era separato da Lala, perché lei voleva che lavorasse, mentre Eli non voleva fare niente. Anzi Lala era furibonda con lui, perché abitando nello stesso quartiere Eli andava a fare la spesa negli stessi negozi in cui andava lei e faceva segnare le spese sul conto di Lala”[4].
I conoscenti romeni che passano da Parigi lo trovano quando in buone acque, vestito da dandy, quando disilluso e avviluppato in una spirale autodistruttiva.
Beve e vivacchia grazie a lavori saltuari e alla generosità di pochi: la compagna d’un tempo Germaine Krull e soprattutto, Alberto Giacometti, ex surrealista rientrato a Parigi dopo la guerra. L’attrice Aurora Cornu, futura musa del regista Éric Rohmer, ricorda così la figura di Eli Lotar nella Parigi dei primi anni sessanta:
Eli l’avevo conosciuto in Romania, dove era venuto per qualche giorno a rivedere il padre. […] Aiutata totalmente da Eli – che aveva 60 anni, ma ne dimostrava 90, con delle mani bianche, belle e una testa da imperatore romano decadente – sono entrata nella Parigi bohémienne, senza soldi, senza una dimora. Seguivo Eli, che non aveva un domicilio fisso e dormiva in camere d’albergo. Era un fotografo geniale e, dopo alcuni documentari realizzati con Buñuel si Prévert, ora era diventato un buon amico di Giacometti. Per un anno, Eli mi fece conoscere la Parigi by night, scorrazzando attraverso bistrò e jazz club, con Giacometti che passava dopo di noi a pagare tutto[5].
Lotar divenne uno dei modelli preferiti di Giacometti all’inizo degli anni ’60. Dalle innumerevoli sedute svolte nello studio parigino di rue Hippolyte-Maindron usciranno solo tre busti di Lotar. È il modo di rapportarsi alla scultura di Giacometti: una liturgia
infinita di continue aggiunte a sottrazioni attraverso cui cercare ciò che sta oltre la forma, la vita, il tempo. Sembra che lo sguardo di Lotar diventi un’immagine atemporale in cui si specchia lo scultore. Giorgio Soavi ci lascia una suggestiva testimonianza di questo rituale:
“Vedevo un uomo anziano e inerme, un attore comico che lavorava con grande concentrazione a una cosa con la quale lottava strenuamente. Infatti era in estasi. Mi concentrai sui due che lavoravano e capii come faceva Lotar a non respirare. Eli Lotar doveva essere il modello ideale per quella scultura, perché Lotar era morto. Non respirava, non pensava, non abbandonava mai la concentrazione. Una sola elettricità, una identica complicità andava e veniva dall’uno all’altro. Giocavano senza palla né racchetta né rete, ma si rimandavano puntualmente l’unico soffio d’aria presente in quella stanzetta, l’unico rimasuglio di vita: erano diventati le vittime alle quali ogni tanto sfugge quel filo d’aria che si è nascosto nei polmoni di un cadavere e adesso, imprevedibilmente, si affacciava tra le loro labbra per incontrare l’altro filo d’aria dell’amico che stava di fronte” [6].
L’aria per Giacometti finì nel gennaio 1966, Eli Lotar sopravvisse ancora tre anni, morì il 10 maggio 1969. Sulla tomba dello scultore a Borgonovo rimase per anni il Lotar III, la scultura incompiuta a cui aveva lavorato fino alla fine e che renderà indelebile il nome dell’amico romeno.

[1] Luis Buñuel, My last breath, Vintage, London, 1994. p.140
[2] Laura Morandini, Luisa Morandini, Morando Morandini, il Morandini 2011. Dizionario dei film, Zanichelli, Bologna, 2010, p. 694.
[3] Vlaicu Bârna, Între Capsa şi Corso, Albatros, Bucureşti, p. 421.
[4] Germaine Krull,La vita conduce la danza, Giunti, Firenze, 1992, p.272
[5] Diaspora în Direct – Interviu cu Aurora Cornu, Formula As, 10, nr. 408, 10-17 apr 2000, p. 20.
[6] Giorgio Soavi, Alberto Giacometti: il sogno di una testa, Mazzotta, Milano, 2000, p.100

Eli Lotar (1)

È il 5 dicembre 1966, Alberto Giacometti ha appena chiuso la porta del suo atelier. Non la riaprirà più. All’interno, sul tavolo, avvolta da un panno bagnato, ha lasciato la scultura a cui stava lavorando: è il Lotar III. Lotar siede con le mani poggiate sulle ginocchia, gli occhi sono quelli sbarrati di chi guardandosi allo specchio ha scoperto il nulla, le labbra strette rimandano al silenzio di chi vede la vita svanire. È l’immagine della fine, è la fine. Il Lotar III diverrà la paradossale maschera mortuaria di Giacometti che spirerà di lì a poco (12 gennaio 1967). Ma chi era Lotar? Facciamo un passo indietro. Siamo all’inizio del secolo scorso, una giovane donna romena, Constanta Zissu, è mandata in Francia per nascondere l’imbarazzo di una gravidanza imprevista. Il futuro padre è il giovane monaco ortodosso Iosif, Ion Nicolae Theodorescu da laico, Tudor Arghezi nella sua prossima esistenza da poeta. Eliazar-Lotar viene al mondo a Bondy vicino a Parigi il 30 gennaio 1905, ma il mondo sembra quasi non volerlo. Constanta Zissu ritorna a Bucarest, il piccolo viene rimpallato tra i nonni materni e la madre di Arghezi, il quale nel frattempo se ne va per cinque anni a bighellonare per l’Europa. Eli-Lotar cresce, i genitori si sposeranno solo nel 1912, per divorziare nel 1915. Con Bucarest e con il padre non lega. Essere il figlio di Arghezi, forse il maggiore poeta romeno del ‘900, potrebbe aprirgli  le porte dei vari circoli letterari della capitale,  potrebbe aiutarlo a stringere amicizie, ma a lui non interessa. Il suo sguardo punta verso Parigi. E a Parigi arriva nel 1925 con l’intenzione di fare cinema. Lì ha pure una ricca cugina da parte di madre, Roma Aron. E proprio nell’appartamento della famiglia Aron Eli-Lotar conoscerà un’altra fuggiasca. È Germaine Krull, fa la fotografa, a ventotto anni ne ha viste già molte. Espulsa dalla Baviera per attività comunista, ripiega per amore in Russia. Le va male e finisce alla Lubjanka come controrivoluzionaria. Espulsa anche dalla Russia ripara a Berlino, frequenta gli ambienti dada, poi arriva ad Amsterdam con il regista Joris Ivens. Lo sposa. Se ne va a Parigi, senza Joris. E qui incontra Lotar:
«Fu qualche giorno più tardi, a un pranzo da Roma, che incontrai Eli Lotar. Eli era molto bello, aveva un profilo greco, occhi neri e una dolcezza nel volto che faceva quasi male guardarlo. Doveva avere tra i ventitré e i venticinque anni, era figlio del poeta nazionale rumeno, molto noto in Europa. A causa di complicazioni nei rapporti familiari Eli era venuto in Francia senza lasciare nessun recapito. Viveva a Parigi da due anni ormai, apparentemente senza fare niente. “Cerca lavoro” diceva Roma, “ma non ha abbastanza tempo. Bello com’è , un giorno o l’altro troverà qualcosa”. Gli parlai di fotografia. “Lei fa la fotografa di moda?” “Sono agli inizi, cerco un nuovo modo di fotografare.” Mi disse che gli sarebbe piaciuto provare: “Forse è la mia strada, chi lo sa?”» [1].
Quella sera ritornarono a casa a piedi, attraversarono Parigi, parlando di tutto e di niente, si piacquero subito. Si rincontrarono: Eli divenne il suo assistente e il suo amante. Passione, fotografia e soldi pochi:
«Lotar aveva una stanza minuscola, quasi completamente trasformata in camera oscura; nel letto si sviluppavano i film e si mettevano ad asciugare. [… ] Per giorni e giorni non uscimmo dal nostro quartiere, era un mondo a parte. La sera andavamo nei piccoli ritrovi di Pigalle; il nostro preferito era “La boule noire”, un lungo corridoio con dei tavoli, dove suonava una buona orchestra con accordeon e pianoforte [… ] Eli era un ballerino infaticabile, adoravo ballare con lui, ballavamo tutte le sere fino alla chiusura del locale» [2].
L’occasione per sfondare arriva grazie a Lucien Vogel che ha appena fondato VU, una rivista d’attualità decisa a narrare il mondo attraverso le immagini attorno alla quale si raccolgono i migliori occhi del tempo: Brassaï, Man Ray, André Kertész, Maurice Tabard, Henri Cartier-Bresson, Laure Albin-Guillot e altri ancora. Il primo servizio della coppia Krull-Teodoresco è dedicato alla Tour Eiffel. Germaine racconta:
«Trovammo una porticina con scritto “Divieto di accesso”. “Andiamo a vedere!” C’erano ruote, cavi, pistoni, ferri, scale traballanti. [… ] Eli [… ] scorgeva tanti particolari: teste di pulegge, viti, rotoli di fil di ferro, me li mostrava e io fotografavo» [3]. L’immagine simbolo di Parigi apparirà su VU destrutturata in sbarre, grovigli di cavi, bulloni, ingranaggi, ombre dando vita a una provocante frammentazione della modernità. Fu un successo. Seguiranno altre serie fotografiche dedicate ai porti di varie città, ai clochard, alle strade di Parigi. Lotar ormai è una figura nota negli ambienti dell’avanguardia parigina e inizia a fotografare anche da solo. Celebri le immagini di Aux Abbattoirs de la Villette, utilizzate nel 1929 da Georges Bataille per illustrare la rivista Documents, nello specifico la voce Mattatoio del suo Dizionario Critico, pubblicate più tardi anche dalla rivista surrealista belga Variétés e dalla già menzionata Vu. Sono immagini crude con al centro la violenza informe della macellazione e il suo cinico addomesticamento industriale. A Eli piace anche sperimentare con i fotomontaggi, come quelli realizzati per il volumetto di Antonin Artaud e Roger Vitrac Le Theatre Alfred Jarry et l’Hostilite Publique[4]. Sembra che ci sia la sua mano anche dietro allo sprezzante ritratto fotografico realizzato da Jacques-André Boiffard per il pamphlet polemico contro il “papa” del surrealismo André Breton, sottoscritto, fra gli altri, da Raymond Queneau, Robert Desnos, Vitrac e dai due Prévert[5].

Continua

[1] Germaine Krull, La vita conduce la danza, Firenze, Giunti, 1992, p. 144.
[2] Germaine Krull,ivi, p. 146.
[3] Germaine Krull,ivi, p. 148.
[4] Parti del volumetto sono riprodotte qui.
[5] Il ritratto e i dettagli del “cadavere” di Breton si possono gustare qui.


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