Archive for the 'GUERRA' Category

AUGURI

Buon compleanno  Bashar Hafiz al-Asad

 

 

 

 

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La stessa storia

Nel mondo del tweet, del like feisbucchiano, andarsi a rileggere articoli scritti due o tre anni fa sembra essere eresia pura. Da eretico per vocazione, ripropongo delle vecchie catrafuse a commento di quanto sta accadendo a GAZA. Qui si può capire (dati alla mano) che danni creano i “famigerati” razzi sparati dai palestinesi. Il secondo contributo è una riflessione di Chris Hedges, la lascio in inglese, per pigrizia e con la speranza che venga letta dai vari lettori sparsi un po’ in tutto il pianeta.

The incursion and bombardment of Gaza is not about destroying Hamas. It is not about stopping rocket fire into Israel, it is not about achieving peace. The Israeli decision to rain death and destruction on Gaza, to use lethal weapons of the modern battlefield on a largely defenseless civilian population, is the final phase in a decades-long campaign to ethnically-cleanse Palestinians. Israel uses sophisticated attack jets and naval vessels to bomb densely rowded refugee camps, schools, apartment blocks, mosques, and slums to attack a population that has no air force, no air defense, no navy, no heavy weapons, no artillery units, no mechanized armor, no command in control, no army… and calls it a war. It is not a war, it is murder.

Jan 12, 2009 Chris Hedges

P.S. Un livello decente di informazione si trova qui

George Acsinteanu: Escadrila albă (1942)

Ieri am scris un articolaș în limba italiană despre Escadrila albă, astăzi revin despre acest subiect cu un material din vremurile respective, de data aceasta în limba română. Este vorba de o cărticică scrisă de George Acsinteanu în 1942. Opera are multe limite, totuși ne ajută să zărim Zeitgeist-ul de atunci.

materialul l-am cules aici, eu m-am limitat să-l transform într-un singur pdf.

In volo

L’altro giorno scorrendo la rivista cinematografica Lo schermo (anno 1942), leggo: «Si gira La squadriglia bianca, il film Italo-romeno dell’eroismo». Incuriosito, mi immergo in una storia che non conoscevo. La Squadriglia Bianca fu un’unità di aeromobili sanitari dell’Aviazione Romena pilotata da sole donne. Grazie alla loro destrezza e al loro coraggio, queste aviatrici salvarono più di 1500 vite durante il secondo conflitto mondiale. L’idea parte dalla principessa Marina Ştirbey, la prima donna pilota di Romania, che, ispirandosi alle volontarie finlandesi del Lotta Svärd, ottiene il permesso di fondare uno squadrone aereo di assistenza medica. Il nucleo costitutivo della „Squadriglia Bianca” è formato da Mariana Drăgescu, Virginia Duţescu, Nadia Russo, Virginia Thomas, Marina Ştirbey e Irene Burnaia, a queste si aggiungeranno qualche anno dopo Victoria Pokol, Maria Nicolae, Stela Huţan Palade, Smaranda Brăescu e altre ancora. L’unica ancora in vita è Mariana Drăgescu. Ha compiuto cent’anni lo scorso settembre. Con quest’occasione, dopo decenni di oblio, le autorità romene si sono ricordate di lei: l’hanno promossa capitano. Ora potrà realizzare il suoultimo desiderio: essere ammessa al Cimitero Militare Ghencea, accanto ai suoi commilitoni. Mariana Drăgescu riassume con tono calmo lo scorrere tumultuoso della sua vita: “Ci sono stati molti momenti spaventosi e molti momenti di gloria, tanti da bastare per 10 vite intere. Dopo Stalingrado, dove si contarono centocinquemila soldati romeni morti o dispersi, si pensò che tutto dovesse finire. Ma non fu così, arrivò anche la campagna di Crimea. E poi andai nel Kuban e nel Caucaso, dove vidi romeni e tedeschi cadere come mosche”. Ma partiamo dall’inizio. Figlia di colonnello, Mariana è attratta da sempre dall’attività fisica: “A Lugoj si nuotava sul Timis. Là ho fatto anche canotaggio. Più tardi, una volta arrivata a Bucarest, mi sono iscritta alla scuola di equitazione del 4° Reggimento Roşiori. Ero fatta così!” Lei  però voleva volare e per realizzare il suo sogno si iscrive alla scuola di pilotaggio di Ioana Cantacuzino, un’altra nobildonna con la passione degli aerei. Qui conoscerà Marina Ştirbey : “Mi sembra di vedere ancora Marina mentre scende dal suo Messerschmitt e attraversa la pista. Era splendida. Quella fu per me la più lunga e luminosa estate della mia vita: un’incredibile continuo librarsi in volo.” Tra le allieve della scuola aeronautica c’è anche Nadia Russo con cui stringerà un’amicizia indissolubile. Era una russa bellissima, figlia del generale zarista Brjozovski. Allo scoppio della Rivoluzione bolscevica perderà entrambi i genitori. Riuscirà a riparare fortunosamente a Chişinău, dove sposerà un possidente locale, da cui divorzierà ben presto. Arrivata a Bucarest s’iscrive a Belle Arti, studia da infermiera e impara a volare. È la prima donna ad essere ammessa ai concorsi di volo più prestigiosi. Alla vigilia della guerra è già una celebrità. “Questa era la mia amata Nadia Russo, l’amica di una vita”.
Dal 22 giugno 1941 anche la “squadriglia bianca” fa il suo ingresso nel conflitto. Ogni giorno i piccoli aerei sanitari bianchi raggiungono il fronte per evacuare i feriti. Atterraggi di emergenza, voli notturni, raffiche di mitraglia schivate per un pelo, ma soprattutto vite salvate. La guerra non fa sconti a nessuno, brucia corpi ed anime. Mariana in una lettera scritta nel 1942 da Plodovitoye, nella lontana Calmucchia, confessa: “Sì, siamo dei bersagli senza difesa. Né la contraerea, né i caccia, ci possono aiutare. Siamo in balia della sorte. A proteggerci ci ha pensato ancora una volta Dio. (…) Nadia dice che non ce la fa più. È troppo per noi! Io non le ho detto nulla, ma sento il cuore farsi debole. Ho riposato per due giorni al villaggio, ogni volta che sentivo arrivare un aereo russo, avevo delle fitte al cuore. Il dottore mi ha dato del Bromural e per la notte prendo il Phenobarbital, per non essere tormentata dagli incubi. Ora sono tranquilla, non tremo, sono in uno stato di perfetta calma, però sento di non avere più le forze, di avere un blocco di ghiaccio allo stomaco”. A chi oggi le chiede se non ha mai avuto paura, risponde senza battere ciglio: “Certo! Se non hai paura, sei incosciente. Essere incoscienti non significa avere coraggio. Non c’è alcun merito nello sconfiggere un sentimento che non conosci”. Nelle sue missioni ebbe modo di attraversare luoghi incredibili e incontrare persone straordinarie, brevi bagliori che illuminavano l’atmosfera tetra del conflitto. A Simferopol, in Crimea, conosce Katerina Dostoevskaja, la nuora del grande scrittore russo, e sua sorella Nina Falz-Fein. “Delle vere signore, che magnifico passato si intravedeva attraverso la modestia in cui vivevano. Da  loro c’era una vera oasi, dove la guerra non esisteva più, in cui ho trascorso delle ore irreali. Raccontavano delle enorme ricchezze un tempo possedute, della vita precedente, dei loro palazzi e dei loro abiti in crinolina, dei nobili russi e del parco zoologico di cui un tempo erano state proprietarie. Io portavo loro libri, medicine e cioccolata e in cambio mi offrivano un’evasione dal mondo della guerra. La casa era stata requisita dai tedeschi, a loro due rimaneva una sola stanza. I tedeschi però avevano appeso sull’abitazione un cartello su cui si scriveva: “Qui vive la nuora del grande Dostoevskij. Vi preghiamo di rispettarla!”
La guerra continua, la Romania cambia alleati, ora i sovietici sono “amici”. Mariana vola ancora, questa volta verso Vienna. “Sorvolando la Valle della Moravia, passai sopra il Mausoleo di Austerlitz. Rimasi impressionata, mi sembrava di volare sulla storia. Una volta arrivata in Austria, la prima immagine che vidi fu quella di carri carichi di quadri, suppellettili e mobili sequestrati dai sovietici. A trainarli però non c’erano dei cavalli, ma  soldati tedeschi imbrigliati come animali, al loro fianco un russo con la frusta. Mi venne allora in mente  un’immagine vista sull’Illustration, subito dopo la fine della prima guerra mondiale: il generale Petain dopo la battaglia di Verdun passava in rassegna i prigionieri tedeschi saltandoli portando la mano destra alla visiera. Non bisognava umiliare  i nemici,  anche loro avevano fatto il loro dovere”. L’immagine dei prigionieri tedeschi ridotti a bestie da soma sembra  una premonizione su ciò che attenderà le pluridecorate ragazze della Squadriglia Bianca alla fine della guerra. Le più fortunate, come ad esempio Irina Burnaia e Virginia Thomas, riuscirono a scappare all’estero. Anche a Mariana, in fondo, andò bene, gli sgherri del regime comunista le sequestrano tutte le decorazioni ufficiali, i brevetti di volo, la tuta, la bussola, poi la sottopongono ad interrogatori improvvisati, ma alla fine la lasciano perdere. Smaranda Brăescu, una leggenda dell’aviazione e del paracadutismo internazionali ( nel 1932 aveva stabilito a Sacramento in California il record mondiale di salto lanciandosi dall’altezza di 7400 metri), prenderà parte alla resistenza anticomunista, aderendo all’organizzazione delle Casacche Nere (Sumane Negre). Braccata, riuscirà a nascondersi fino alla fine. Marina Ştirbey e Ioana Cantacuzino furono ridotte alla fame. Per Nadia Russo, la “sorella maggiore”, che era stata sempre accanto a Mariana, le cose andarono molto peggio. Nel 1951, dopo un processo farsa viene condannata a 6 anni di prigione per spionaggio. “Nadia è rimasta sei anni  in prigione, perché è stata così folle da recuperare i feriti dal fronte, invece di elogi si è presa sei anni di galera… ma non è finita lì, perché nel ’57 l’hanno deportata in Baragan assieme agli altri moldavi fuggiti dall’URSS, tutti colpevoli di avere voluto riunirsi ai romeni. Sono riuscita a vederla, viveva nella miseria più nera, accanto a Maria Antonescu, la moglie del Maresciallo, e a Elena Codreanu, la povera consorte del Capitano. Abitavano in casupole con il tetto di paglia e il pavimento d’argilla. In quel momento capii che tutto era finito, che le nostre medaglie non servivano più a nulla, che noi non contavamo più nulla”.

Il materiale per questo articolo è stato liberamente tradotto e rimaneggiato attingendo alle seguenti fonti:
Horia Ţurcanu, Zburatoarea, Formula AS, 2003, nr. 579;
ESCADRILA ALBA – SINGURELE AVIOANE SANITARE DIN LUME PILOTATE DE FEMEI IN AL DOILEA RAZBOI MONDIAL;
Escadrila albă, documentario.

La nave dei folli – Corabia Nebunilor

LA NAVE DEI FOLLIL’altro ieri su kelebekler (un blog mai banale che seguo da parecchio tempo) è stata pubblicata la traduzione di The ship of fools, un racconto che Theodore Kaczynski aveva inviato, nel 1999, dalla sezione di massima sicurezza del carcere di Florence a una piccola rivista studentesca che ne aveva fatto richiesta. Del racconto di Kaczynski esiste anche una versione animata con pupazzetti lego, realizzata da Danny Ledonne. Mi sono preso la briga di sottotitolarla in italiano e in romeno: Buona visione! (per attivare i sottotitoli cliccare sull’icona rossa con la scritta „cc”

La prima edizione italiana del racconto La Nave dei Folli
è stata pubblicata nel novembre 2000 dalla rivista di critica sociale Il diavolo in corpo

CORABIA NEBUNILORAltăieri  pe blogul kelebekler (un sait niciodată banal pe care îl urmăresc de mult timp) s-a publicat traducerea italiană după The ship o fools, o poveste scrisă de Theodore Kaczynski, în 1999 din închisoarea de maximă siguranță din Florence, pentru o revistă studenţească care i-o ceruse. După povestea lui Kaczynski a fost realizată şi o animaţie cu figurine lego sub regia lui Danny Ledonne. M/am străduit să-o subtitrez în italiană şi în română: vizionare plăcută! (pentru activa subtitrarea daţi clic pe „cc”)

Corabia nebunilor am fost publicată în limbă româna în cartea lui Ovidiu Hurduzeu, Unabomber: profetul ucigaș.

ELABUGA

Elabuga (si legge Ielabuga) è una località del Tatarstan che durante il periodo sovietico ospitò un grosso lager per prigionieri politici e poi di guerra. Ad Elabuga furono spediti i soldati italiani che rifiutarono le lusinghe dei loro connazionali al soldo dei sovietici (storie che non si imparano a scuola). Nella città di Elabuga viveva tra gli sfollati Marina Svetaeva, la grande poetessa. Faceva la sguattera e attendeva di essere inghiottita dal gulag: preferì impiccarsi, nell’agosto del 1941.
Elabuga è anche il titolo di un romanzo breve a fumetti realizzato da Alexandru Talamba “Tamba” (disegni e sceneggiatura) e George Dragan (solo scenaggiatura), un’opera unica  nell’angusto spazio della fumettistica romena,  che sorprende per l’originalità (ma anche per il coraggio) di alcune scelte narrative. Il racconto è suddiviso in quattro parti racchiuse da pagine nere su cui s’innalza la silhouette grigia di un corvo. Ogni capitolo è introdotto da un versetto dei salmi e da un’immagine simbolica che ne anticipa i contenuti: una mitragliatrice, un vagone bestiame, la torretta del lager, una pala piantata nella neve. La prima parte è ambientata durante la battaglia di Stalingrado (preannunciata dall’apparizione di un corvo), qui un giovane ufficiale della Wehrmacht, il protagonista della storia, conduce i suoi uomini alla conquista di un avamposto sovietico. Il punto di vista della narrazione è dunque affidato a uno dei vinti della seconda guerra mondiale  che i luoghi comuni del mainstream storico-culturale, solitamente, relegano tra gli eterni malvagi. Le scene degli scontri tra Tedeschi e Sovietici sono spesso decostruite attraverso sovrapposizioni di più piani: rapide zoomate su dettagli addossate a prospettive panoramiche con tonalità che variano tra l’ocra e il marrone chiaro. I dialoghi sono scarni, quasi fossero inudibili, perché immersi nella baraonda degli spari e delle esplosioni e delle loro onomatopee.
Il capitolo successivo verte attorno alla deportazione dei soldati tedeschi verso il gulag di Elabuga: inizialmente  in un vagone merci, con disegni dominati da tonalità scure (tra nero e viola) e da ossessivi giochi di ombre, poi, attraverso una lunga marcia nell’inverno siberiano verso il gulag, illustrata attraverso  tinte che spaziano tra l’azzurro e il grigio tempestate dall’ossessiva presenza del bianco della neve, diffuso abilmente con una sorta di dripping su tutte le immagini. Il dialoghi in questo frangente sprofondano in un discorso interiore frammentato e portato  fino ai confini del nichilismo.
Nella terza parte è racconta la vita disperata dei detenuti, le angherie dei guardiani contro “i nemici del popolo” e l’incontro del capitano tedesco con un misterioso visitatore. Questi racconta al prigioniero che sul luogo in cui sorge il lager, un tempo si ergeva un grande monastero, poi raso al suolo dai sovietici. Si tratta di una rivelazione che lo porta a scavare all’interno della sua baracca per trovare le tracce del vecchio luogo di culto e iniziare un percorso di rinascita spirituale. Disseppellisce una bibbia, icone, suppellettili sacri e, in fine, una croce. Più scava in profondità, più il guerriero d’un tempo si stacca dalla realtà atroce del gulag, ormai decimato dal tifo e travolto da una violenta bufera di neve. La “liberazione” occupa l’ultimo capitolo del racconto: rapidi primi piani, tavole bianche e senza parole in cui la figura del protagonista sembra sprofondare.
In appendice sono raccolte una serie di tavole sparse ispirate all’opera stessa.
Ion Manolescu ha dedicato recentemente a questo fumetto un lungo e dettagliatissimo articolo, apparso sulla rivista Romania Literara, in cui si forniscono alcune delucidazioni sulla gestazione dell’opera:
Tra le fonti di ispirazione rivendicate dagli autori,  una merita una particolare attenzione. Si tratta dell’intervista di Alex Constantinescu, ex detenuto del lager sovietico di Verhoiansk, concessa, ad 82 anni, alla giornalista Ioana Moldoveanu e pubblicata sul „Jurnalul Naţional” dell’8 giugno 2004 con il titolo: La mia vita è un romanzo. L’intervista ricostruisce l’evasione dal campo sovietico a cui partecipò Constantinescu nel 1944 assieme a un gruppo di giapponesi e tedeschi. Ospitatati in una casa in Siberia, i fuggiaschi festeggiarono il Natale della loro vita: „I giapponesi strapparono dalle loro camicie dei fili colorati con cui agghindarono un alberello di mezzo metro, i tedeschi cantarono «O, Tannenbaum!», Constantinescu disse una preghiera, un giapponese recitò qualcosa nella sua lingua. «In quel momento, tutti avevamo la stessa religione, la stessa speranza ed eravamo protetti dallo stesso Dio».

Lo sguardo di Willy

Fanculo amici, famiglia, studenti, fanculo. Per due giorni mi immergo nelle 11.000 fotografie che Willy Pragher ha lasciato all’archivio pinco-pallino del Baden-Wuerttemberg. Pragher nasce a Berlino nel 1908, è mezzo romeno e mezzo tedesco e tra Romania e Germania cresce. Negli anni trenta si trasferisce a Bucarest, fa il fotografo per un’azienda ma soprattutto per sé stesso e per noi che oggi guardiamo i suoi scatti. Lo attraggono i contrasti e in Romania ne trova una fonte di infinita bellezza. C’è proprio tutto questo paese splendido e matto nelle immagini di Pragher: la Bucarest delle ebbrezze moderniste e delle periferie pezzenti, i suoi artisti, la ressa sui marciapiedi, i balletti e le ballerine, i fasti, lo scazzo del meriggio in riva ai laghi o sui tetti dei grand hotel, l’afrore dei mercati e della strada, la sublime banalità del quotidiano. Poi stadi, sport, calcio, industria, Benito, Adolfo e Re Michele. Il Danubio e le sue inondazioni, la fluitazione, il mondo anfibio del Delta, i Carpazi, la Moldavia, il Banato con il suo groviglio di etnie, la Transilvania e le fortezze sassoni. Ma anche guerra, i fronti dell’est,i soldati tedeschi nella capitale e Harald Kreutzberg che danza per loro, la rivolta dei legionari, i voli di Irina Burnaia e le bombe di quelli che oggi chiamiamo alleati. Eppoi Odessa, Cernăuți e tutto il resto. Il fiume in piena delle sue immagini ovviamente non ci racconta nulla dei quattro anni (1945-1949) passati, in quanto tedesco di Romania, in un lager in Siberia. Se per assurdo là avesse trovato una macchina fotografica col suo sguardo Willy avrebbe fiutato anche l’ultima usma di vita per stanarla e ammirarla, senza piagnistei, senza risentimenti: ad occhi spalancati.

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