Archive for the 'LETTERATURA, LIBRI, RIVISTE & CO.' Category

Memorie

Canto LXXIV

L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del

contadino

Manes! Manes fu conciato e impagliato,

Così Ben e la Clara a Milano

per i calcagni a Milano

Che i vermi mangiassero il torello morto

DIGENES, διγενές, ma il due volte crocifisso

dove lo trovate nella storia?

eppure dite questo al Possum: uno schianto, non una lagna,

uno schianto, non una lagna,

Per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle.

Ezra Pound 1945

Canto LXXIV

The enormous tragedy of the dream in the peasant’s bent

shoulders

Manes! Manes was tanned and stuffed,

Thus Ben and la Clara a Milano

by the heels at Milano

That maggots shd/ eat the dead bullock

DIGENES, διγενές, but the twice crucified

where in history will you find it?

yet say this to the Possum a bang, not a whimper,

with a bang not with a whimper,

To build the city of Dioce whose terraces are the colour of stars.

Ezra Pound 1945

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Viaggio per l’aldilà

Crulic – Drumul spre dincolo (La strada per l’aldilà) è un documentario di Anca Damian dedicato alla vicenda di Claudiu Crulic un giovane romeno morto, nel gennaio 2008, in un carcere di Cracovia dopo un lungo sciopero della fame, nell’indifferenza più totale delle autorità polacche e romene. La regista romena ricostruisce questa storia di ordinaria e crudele ingiustizia attraverso una splendida animazione, nonostante un budget limitatissimo. La scelta di rinunciare alla forma documentaristica tradizionale, a favore di una tecnica insolita come quella dell’animazione, amplifica la forza emotiva del film e coinvolge immediatamente lo spettatore nel mondo di Crulic. La squadra di animatori che ha realizzato il film è formata da giovani artisti romeni: Dan Panaitescu, uno dei piloni del film, Raluca Popa, Dragoş Ştefan, Roxana Benţu e Tuliu Oltean Forse però la vera colonna portante del documentario non è costituita dalle immagini, ma dalla narrazione dell’attore Vlad Ivanov, nato nella stessa zona di Claudiu Crulic, che attraverso le linee melodiche dolci e rustiche del dialetto moldavo riporta in vita la voce del giovane romeno. Crulic/Ivanov ci accompagna lungo le tappe salienti della sua esistenza e della sua disavventura giudiziaria con un monologo frammischiato di malinconia, ingenuità, dolore e soffusa ironia. Un bellissimo e straziante omaggio a tutti i Crulic o ai Cucchi finiti, per davvero finiti, nel silenzio nelle nostre galere.

 

VERSURI

rolul pisicii

dacă ar fi să plecăm acuma cu toţiiîn războiul de treizeci de ani – dacă ar fi să ne ascundem printre tufişuri,ca hoţii de drumul mare pândind diligenţa,şi

dacă am răpi-o pe fiica ambasadorului unei ţări dinspre nord, cu ceaţa-ncurcată în păr,şi seara în taverna bântuită de fum, corului de blasfeme i-am adăuga numele ei licăr ca al bijuteriilor atâta de vechi că par moarte, dacă noaptea ne-am rătăci prin zăpezi să uităm de spânzurătorile din străzile sparte


ale oraşelor pe unde-au trecut mercenari suedezi, dac-am pleca – i-am lăsa şi pisica s-o ţină în braţe – ochii ei verzi să-i servească de castă lumină.


mircea ivănescu 1968

il ruolo del gatto

se ce ne andassimo tutti alla guerra dei trent’anni – se ci nascondessimo tra i cespugli, come i banditi all’agguato della diligenza, e

se rapissimo la figlia dell’ambasciatore di un paese del nord, con la nebbia invischiata ai capelli, e di sera nella bettola pervasa dal fumo, al coro delle bestemmie aggiungessimo il suo nome barlume come di gioielli così vecchi da sembrare morti, se di notte ci perdessimo nella neve se dimenticassimo le forche delle strade sfasciate

delle città attraversate dai mercenari svedesi,
se ce ne andassimo – le lascerei anche il gatto da tenere in braccio – i suoi occhi verdi le servano da pura luce.


mircea ivănescu 1968.

Il Principe

Dimitrie Cantemir è una delle personalità più complesse della cultura romena. La sua opera monumentale spazia tra svariate discipline ( storia, filosofia, teologia, musica, letteratura), svariate lingue (latino, russo, romeno, turco) e svariati paesi (quelli che oggi chiamiamo: Romania, Turchia e Russia). In questi giorni sto rileggendo il Sistema o fondamento della religione maomettana (Книга Систима, или Состояние мухаммеданския религии) pubblicato nel 1722 a San Pietroburgo su ordine dello Zar Pietro il Grande. All’epoca in cui Cantemir scrive, in Europa circolavano diversi studi dedicati all’Islam, anzi alcuni di essi, come ad esempio quelli di Ludovico Marracci o di Sir Paul Rycaut, sicuramente vanno annoverati tra le fonti bibliografiche utilizzate dal principe romeno. Nel Sistema però, come fa notare il curatore del volume Virgil Cândea, una volta che si è fatta la tara alle scontate professioni di cristianità e alle inevitabili rampogne contro la “cattiva fede” dello “pseudoprofeta” Maometto, si aprono delle prospettive inattese: più volte l’autore dichiara il suo apprezzamento per diversi aspetti della cultura e della spiritualità musulmana, come non si era mai fatto prima in Europa. Cantemir, oltre alle enormi conoscenze “accademiche”, poteva basare i suoi giudizi sull’esperienza accumulata durante i 23 anni trascorsi a Istanbul, proprio grazie a questo contatto diretto il nobile romeno esprime la sua ammirazione verso alcune delle innumerevoli sfaccettature della civiltà islamica. Le parole che dedica ai dervisci sono forse l’esempio più eloquente di questo inedito riconoscimento di valori:

«Dovendo parlare delle usanze e delle confraternite dei dervisci, davvero mi si fa vergogna, ma dovrebbero vergognarsi tutti gli uomini che si fregiano del nome di Cristo e della croce. Poiché quando tra i miscredenti ignari della verità, la filosofia morale (i cui precetti salvifici, Cristo il Redentore del mondo ha affidato solo ai suoi apostoli) si innalza a simili vette, ossia diviene pratica di buone azioni, e non solamente un vuoto proclama o una supponente speculazione, bensì opera stessa, non posso fare altro, per dire il vero, che proclamarli degni di ogni lode. Loro onorano in primo luogo questo assioma: “nell’uomo assennato non si deve badare alla religione, bensì al comportamento, poiché la religione è lodata da tutti, di per sé” e più oltre “di queste virtù filosofiche e della filosofia che opera il bene che si ritrova presso questi dervisci, affermo che è giusto rimanerne meravigliati».

È la stessa meraviglia che avvolge Cantemir quando descrive la poesia orientale, l’arte calligrafica o l’eloquenza dei predicatori musulmani «che quando spaziano nei loro discorsi sulle virtù morali e sui vizi, si direbbe che il greco Demostene o il latino Cicerone stiano parlando in idioma turco». La musica è forse l’arte “islamica” che più ha amato il principe Cantemir, nel Sistema ne parla così:

Musîkî
Alla poetica segue sempre e ovunque la musica, ma presso i maomettani questa non viene mai insegnata nelle scuole, ma solo individualmente, a domicilio, dai maestri di quest’arte. L’imparano quasi tutti i figli dei dignitari (ma perfino molti uomini comuni, a seconda del desiderio e dell’inclinazione personale verso tale espressione) e gli ulema, ossia tutti i saggi, e tra questi non ne ho mai conosciuto uno che non sapesse suonare qualcosa, o almeno che non comprendesse la musica, perché i popoli turco e persiano (ma non quello arabo) normalmente si allietano assai con la musica. I nomi per la musica sono molti, però più frequentemente si utilizza la parola greca musîkî. La loro musica si divide in tre categorie: vocale, strumentale – che imita con uno strumento quella vocale oppure l’accompagna – e recitativa, propria dei poeti e della lettura del Corano, denominata propriamente kîraat. Potrei scrivere a lungo sulla musica orientale cose non note nemmeno in quei paesi (non si pensi che stia esagerando), perché mi sono impegnato per più di vent’anni in questa disciplina, sia nella pratica sia nella teoria, ma siccome mi sono riproposto non di insegnare, ma di raccontare quanto viene loro insegnato e cosa loro apprendono, lo indicherò in breve. I turchi e i persiani adattano l’intera loro musica ai movimenti celesti e dunque la dividono in 7 voci (che corrispondono ai sette giorni della settimana); queste sette voci (suoni o toni) sono poi suddivisi in 12 mekam (case o alloggi), corrispondenti ai 12 mesi e ai segni zodiacali; e queste case sono divise in quattro şobe, ovvero intervalli [distanze] che corrispondono alle quattro stagioni e al numero degli elementi che, come insegnano gli antichi naturalisti, è costituito il mondo fisico.
Usul
Per quanto attiene alla misura, la musica orientale supera di molto quella occidentale. Poiché ha 24 tipi o generi di misure (chiamate usul), con cui si misura l’andamento e le pause di tempo. Di qui sorge la notevole difficoltà di eseguire un brano correttamente e perfettamente con la voce o con uno strumento. Ogni autore, infatti, si sforza di comporre , a piacimento, in modi e misure quanto più difficoltose, tant’è che l’inesperto in tale misura non riuscirebbe mai ad eseguire il pezzo, anche se lo sentisse mille volte. Ecco perché i compositori orientali nemmeno posseggono note per indicare le voci e per misurare il tempo (che invece sono cosi tanto e agevolmente usate dagli europei), poiché se qualcuno conosce a perfezione l’usul, può cantare una melodia senza errori e senza l’aiuto di quelle note, se l’ascolta due o tre volte dal suo autore o dal suo maestro.
Per risolvere questa difficoltà, quando vivevo a Costantinopoli ho elaborato, portandolo a termine come mi ero riproposto, un libro (che ho dedicato all’attuale sultano Ahmed [Ahmed III 1703-1730], grande amante della musica, materia in cui è molto ferrato), scritto in lingua turca, sottoponendo in esso le indicazioni teoriche dell’intera musica a determinate regole e canoni, e trascrivendo le note in caratteri arabi per facilitarne l’uso e l’esecuzione, elucidando (almeno lo spero) in modo migliore la teoria, tant’è che ora gli stessi turchi affermano che l’esecuzione e la teoria musicale sono diventate molto più facili e chiare.

Il libro citato da Cantemir è il Kitab-ı İlmü’l-Musıki alâ Vechi’ l-Hurufât (Il libro della scienza della musica in base alle lettere), un’opera che contiene più di 300 brani musicali raccolti durante il suo soggiorno a Istanbul. Jordi Savall qualche anno fa ha rimesso in musica parte del patrimonio contenuto nel Kitab qui si può vederne il risultato. Ai cultori inoltre consiglio di digitare su youtube la voce Kantemiroglu, si aprirà un mondo intero. Da questo mondo io ho scelto una danza moldava arrivata chissa quando fino in Turchia, raccolta da un moldavo (Dimitrie Cantemir) e riproposta dopo qualche secolo da un turco (Ihsan Özgen).

Morire ammazzati come bestie selvatiche


Per chi segue con passione le vicende romene questo è un libro da non perdere. Si tratta della ricostruzione degli ultimi giorni della coppia Ceaușescu realizzata dal giornalista Grigore Cartianu. Il volume fa parte di una triologia dedicata ai retroscena della cosiddetta rivoluzione romena che, oltre a questo corposo saggio, include Crimele Revoluţiei (I crimini della rivoluzione) e Teroriştii printre noi. Adevărul despre ucigaşii Revoluţiei (I terroristi tra di noi. La verità sugli assassini della Rivoluzione). L’opera è dettagliatissima e svela molti particolari inediti, chiarendo in modo difficilmente oppugnabile che la cosiddetta rivoluzione del 1989 fu un colpo di stato organizzato dall’ala gorbaciovista del partito comunista romeno appoggiato direttamente da Mosca con la benedizione di Washington. Cartianu ha il merito di affermare un’altra scomoda verità: gran parte dei circa 1000 morti del Dicembre 1989 non cadde per ordine di Ceaușescu, ma a causa della deliberata opera di disinformazione messa in atto dai vertici del Fronte di Salvezza Popolare che mirò a seminare caos e terrore nel paese per legittimare la propria immagine di salvatori della nazione. Leggere i libri di Cartianu oggi, può aiutare a capire anche quello che sta avvenendo in un paese lontano come la Siria. Si pensi ad esempio all’uso propagandistico della minaccia dei „terroristi” (che paradossalmente si diceva fossero libici e siriani) fatto dal governo rivoluzionario di Bucarest. Questi avrebbero massacrato, stuprato, torturato migliaia di civili inermi, in realtà non ne fu catturato nemmeno uno. Era disinformazione per sparare sulla gente, sulla polizia o per fare accoppare i militari tra loro (come nel caso del massacro dell’Aeroporto Otopeni del 23 dicembre). Lo scopo? Creare terrore e consolidare la propria autorità. Quando ho letto che dietro la strage di Ḥūlāh ci sarebbero gli shabiha, dei fantomatici teppisti al servizio della famiglia di Asad, a me sono tornati in mente i terroristi del dicembre 89 romeno… ma forse sono solo mie allucinazioni, meglio tornare alla Fine dei Ceaușescu. Sull’edizione italiana del libro di Cartianu ho trovato su Rinascita un bell’articolo scritto da Luca Bistolfi (a cui va anche il merito della traduzione del volume), lo riproduco qui sotto:

Per la prima volta dopo oltre vent’anni dal crollo del regime comunista romeno, l’Italia ha a disposizione la prima e più completa ricostruzione, precisa sin nel dettaglio, di quel lontano dicembre 1989. Si tratta de La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche, del giornalista romeno Grigore, tradotto e curato dallo scrivente.
Nemmeno in Romania, nonostante il profluvio di saggi composti dopo quell’anno e che ancora si stanno scrivendo e pubblicando, nessuno ha rivelato così tante notizie e sollevato così tante domande, come ha fatto Cartianu. Il quale – vale la pena ricordarlo – ha proseguito la sua indagine in altri due libri, cui ne seguirà un quarto, intitolati Crimele revoluției (I crimini della rivoluzione) e Teroriștii printre noi (I terroristi tra di noi), che ci auguriamo anch’essi potranno vedere la luce nel nostro Paese.
I primi due lavori, usciti entrambi nel 2010 presso le edizioni del quotidiano “Adevărul” di cui Cartianu è caporedattore, hanno venduto circa duecentomila copie, partecipando alle più importanti rassegne librarie della Romania e il libro appena apparso in Italia è già stato tradotto in diversi Paesi, tra cui Francia e Germania.
Dopo l’uscita del volume, l’autore si è trovato davanti, oltreché a un ingente sostegno da parte dei lettori, al fuoco di sbarramento di buona parte dei politici romeni protagonisti, diretti e indiretti, di quel lontano dicembre. Anzitutto di Ion Iliescu, primo presidente della Romania cosiddetta democratica, e tra i principali artefici di quello che ormai moltissimi definiscono non già rivoluzione bensì colpo di Stato.
Il lettore appassionato di storia e politica il quale però sia stato costretto a bere menzogne scritte e ripetute a ufo in questi oltre vent’anni, si avvedrà sin dalle prime pagine dell’inganno cui ogni mezzo di comunicazione, storici e giornalisti lo hanno imbrigliato e imbrogliato. La verità, ancorché infossata negli ipogei della storia dai vincitori, a poco a poco tende, come un corpo gettato in mare, a riemergere, ed esser così restituita ai legittimi proprietari per degna sepoltura.
Tra i molti risvolti inediti, veniamo a scoprire, per esempio, che la fine truculenta del dittatore era stata decisa da George Bush e Mihail Gorbaciov all’inizio di dicembre e contestualmente l’immagine dello statista sovietico sarà ridotta di molto e riportata, almeno in parte, alla sua giusta dimensione, politica e umana. Scopriremo inoltre che Ceauşescu, in realtà, non fuggì mai dalla sede del Comitato centrale, ma fu costretto a scappare per poi essere incastrato e arrestato, così come verremo a sapere che Ion Iliescu, il socialista dal volto umano ma dall’animo diabolico, ricevette precisi ordini da Mosca, la quale, alla sua volta, prese direttive da Washington. E sorpresa nella sorpresa: il sanguinario dittatore, come è ancora definito, non era affatto sanguinario, anzi: pagò cara la sua tolleranza nei confronti degli oppositori politici interni. Ma di più: il lettore conoscerà molto da vicino anche i protagonisti nascosti della truce avventura decembrista, quali militari e dirigenti del Partito comunista romeno i cui nomi, presso il grande pubblico italiano, non hanno mai avuto corso legale. Il libro è inoltre arricchito da una folta serie di Appendici in cui sono presenti tutti i documenti essenziali di quei tempestosi giorni, quali per esempio le riunioni d’emergenza del Comitato politico esecutivo, gli ultimi discorsi del Conducator e la trascrizione completa dello stenogramma del cosiddetto processo. La fine dei Ceausescu è in buona sostanza un’inchiesta giornalistica che mette a punto e in chiaro una torbida faccenda che, di chiaro e preciso, non ebbe mai niente sin dall’inizio. Il libro non è affatto una difesa politica di Nicolae Ceauşescu (Cartianu al contrario è spietato nei confronti del Conducator) perché, invero, non si tratta nemmeno di condannare o assolvere Ceauşescu: bensì di fare in modo che studiosi e semplici lettori possano avere a disposizione tutti gli elementi necessari per giudicare ciò che per venti e più anni i magliari della storia occidentale hanno gabellato come verità e che scopriamo oggi per la prima volta essere una brutale menzogna. O, per esprimerci con la parola che lo stesso Conducator ebbe il coraggio e la lucidità di pronunciare durante il «processo stalinista» cui fu sottoposto, una mascaradă, ovvero una pagliacciata.
Il testo è completato da una mia Postfazione intitolata “Il fango e la neve. Romania 1989-Duemila”, in cui amplio e integro le testimonianze portate da Cartianu con una notevole serie d’ulteriori documenti e informazioni. Racconterò, per esempio, come e perché un notissimo giornalista italiano d’una grande testata nazionale, se ne andò via proprio a causa d’una pesante censura voluta da alcuni poteri forti e quale ruolo giocò la finanza mondiale nell’estromissione di Ceauşescu.
Questo lavoro nel suo complesso costituisce il quadro definitivo di quegli eventi, che hanno segnato, in molteplici sensi, non solo la storia della Romania, ma altresì dell’Italia e di tutto il continente eurasiatico e le cui conseguenze viviamo e subiamo ancora oggi. Alla fine della lettura, inoltre, non avremo incontrato solo il coté politico della faccenda, bensì anche quello umano, ché scoprire la verità su quegli accadimenti così centrali nella vita del Paese carpatico, sarà d’aiuto anche per comprendere la sofferenza d’un popolo costretto a emigrare in massa, abbandonando affetti e radici per cercare fortuna all’Ovest. Si stava meglio quando si stava peggio? Sì, no, forse, non tocca noi dare una risposta. Limitiamoci ad apprendere la verità dei fatti e a raccontarla con onestà. Gli animi onesti trarranno le loro dovute conclusioni.

“La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche” di Grigore Cartianu
Edizione Aliberti, 2012

Un inglese in Transilvania

Da pochi giorni  si è chiuso il Salone del Libro di Torino. Quest’anno i paesi ospiti erano due: la Spagna e la Romania. La presenza a Torino della Romania può essere letta come il suggello di un’annata davvero eccezionale per le  traduzioni in lingua italiana:   più di 20 opere apparse  nel solo 2011 (fino a qualche anno fa quando se ne stampavano cinque era già festa). Certo, spesso si tratta di libri  pubblicati da piccole case editrici e per questo non  sempre facilmente reperibili, ma  c’è lo spazio per crescere. A Torino, dove ovviamente non sono andato, si sono presentati parecchi autori e volumi romeni, alcuni sono vecchie conoscenze di Catrafuse (vedi Dan Lungu, Ana Maria Sandu o il divertissment grafico poetico  della la nobel Herta Müller  ecc.), altri   nomi quasi affermati come Mircea Cărtărescu o Ana  Blandiana. Non sono mancati i vecchi tromboni come Norman Manea e Dumitru Ţepeneag (il primo in verità più noto e apprezzato in occidente che in Romania). C’è stato spazio anche per  libri “romeni” inconsueti come la traduzione  (dal latino) delL’immagine irraffigurabile della scienza sacro-santa  del grande Dimitrie Cantemir  curato da Igor Agostini e Vlad Alexandrescu o per opere scomode come il saggio  “eretico” di Marco Costa Conducator: l’edificazione del socialismo romeno.  Tra le opere dedicate alla Romania, una avrà di  sicuro un certo successo, si tratta di  “Lungo la via incantata”[1], volume di  debutto di William Blacker pubblicato da Adelphi. Blacker è un giornalista inglese che dopo l’89 ha vissuto per alcuni anni prima in Maramureş e poi in villaggio sassone della Transilvania. Il Maramureş rappresenta  un viaggio nel tempo, o meglio fuori dal tempo. In Transilvania, invece, Blacker inizia ad avvicinarsi  alla comunità zingara. Gli si  apre un nuovo mondo. Dalla storia  d’amore con con Marishka nascerà anche un figlio e il libro: “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”.  Anche se a volte i toni di Blacker sono un po’ troppo romantici per  miei gusti, la sua avventura   stimola molte riflessioni. La situazione delle comunità rurali  romene è paradossale, un mondo che ha attraversato le tempeste della storia praticamente indenne, svanisce in soli  vent’anni sotto i colpi della globalizzazione e lo fa di buona voglia. Lo stesso è avvenuto con i sassoni di  Transilvana che, dopo aver creato una civiltà quasi millenaria,   in tre decenni sono quasi  scomparsi a causa delle migrazioni di massa verso il mito della  ricca e libera Germania. E molto si potrebbe dire anche sugli zingari di Romania che in occidente sono stati reinventati (probabilmente per il tornaconto di qualche opera pia) come nomadi.  Per entrare nelle atmosfere della via incantata  ho tradotto un  lungo articolo-intervista  di Andreea Pocotila    apparso  nel 2009 su Romania Libera [2].

La doppia vita William Blaker: per sei mesi scrittore inglese, per sei mesi zingaro romeno
Per sei mesi l’anno William Blacker fa lo scrittore e il giornalista freelance.. Firma i suoi pezzi su pubblicazioni prestigiose  come  il Times, Daily Telegraph e The Ecologist e vive in Gran Bretagna. Per gli altri sei mesi, lo stesso William Blacker fa il contadino che lavora la terra  presso una comunità di zingari insediatasi  in un villaggio nei pressi di Sighişoara. Qui il britannico  cresce  il   figlio,  nato da una relazione  con una giovane zingara di cui si è innamorato perdutamente.
Blacker racconta a Romania Libera come è stato battezzato dagli zingarelli “Signor Uigliam” e come, a dispetto dalle controversie  scatenate dalla sua storia d’amore, da molti considerata eccentrica, abbia piantato robuste radici in Transilvania, dove ormai ha rinnovato più di 200 case antiche, abbandonate dai sassoni all’inizio degli anni ’90. L’avventura romena  di William Blacker è descritta anche in un libro  in cui si narra come ci si può innamorare  di un paese con così tanti difetti. Un paese in cui, del resto, era arrivato  quasi per caso. Nel dicembre 1989 stava  andando a Berlino, per vedere  con i suoi occhi il Muro  caduto con il crollo del regime comunista. Poi si è diretto in Romania dopo avere sentito della rivoluzione e degli affreschi dei monasteri. E qui è rimasto.
In un paese transilvano nei pressi di Sighişoara, ogni sera la gente si raduna a chiacchierare, in centro, a due passi da “Privat”, la sola  bettola  del posto. Romeni,  qualche sassone e  parecchi zingari siedono  pigramente  su pietre, sulle casse di birra vuote o sulle assi  traballanti del ponticello che attraversa il letto  secco  del vecchio  fiumiciattolo. Da “Privat” si sente, come in sordina, una  canzone  tzigana, e alcune zingarelle ridono e corrono davanti al bar. Altre ballano schioccando le dita a ritmo di musica. Sulla strada, dei vecchi se ne stanno a fumare davanti alle antiche case sassoni, mentre le zingare  parlano ad alta voce e gesticolano agitate.   Ogni sera, tutti si radunano qui e attendono il ritorno delle mucche  dal pascolo.
All’improvviso, i bambini si fermano  e corrono verso un uomo che si avvicina in bicicletta: “Signor Uigliam, signor  Uigliam!!!”. L’uomo, vestito comodo, ma gradevole,  con un berretto bianco di tela e occhiali tondi, viene subito  circondato da una da una frotta di ragazzini. Sorride, li prende in braccio, li accarezza. I paesani che se ne stanno davanti ai portoni mormorano:  ” è arrivato l’Inglese a vedere l’amante zingara”. Il nuovo arrivato si chiama William Blacker. È  nato, 46 anni fa  nel sud dell’Inghilterra. Per sei mesi all’anno questo paesino costruito centinaia di anni fa dai sassoni, ed ora abitato soprattutto da zingari, per lui significa “essere a casa”. Vive qui da nove anni ed ha un bambino di 3 anni e mezzo, frutto di una storia d’amore con una giovane  zingara del villaggio.
“Signor  Uigliam”
Lo scrittore e giornalista William Blacker accetta di  raccontare gli eventi che lo hanno portato  ad abitare in un paese  sperduto della Transilvania, ad una condizione: il nome del paese, quelli del figlio e della della madre  non saranno pubblicati.  In Inghilterra sta per apparire un libro sugli anni trascorsi in Romania , qui il villaggio si chiama Halma, il figlio Constantin e  l’ex amata Marishka. “Per favore usateli anche voi. Altrimenti il mio tentativo di proteggerne l’intimità sarebbe vano. Non voglio che vengano a bussare alla loro porta  dei turisti o delle guide che hanno letto il mio libro.”
Signor Uigliam, Villiam o l’Inglese, come lo chiamano i paesani,  da molto tempo   è parte integrante del luogo. Un giornata della sua vita in campagna non assomiglia affatto a quella dei suoi amici in Inghilterra: lavora i campi tra gli zingari, taglia l’erba con la falce, ripara l’intonaco  delle vecchie case sassoni, cadute in rovina dopo la migrazione  degli ex proprietari in Germania.   La sera,  gioca a scacchi con gli anziani  del villaggio. A volte Blacker fa visita alla sua ex ragazza, Marishka, la giovane zingara che lo spinse a trasferirsi qui, non lontano da  Sighişoara. Sono rimasti in buone relazioni, ma non stanno più insieme da prima che loro figlio nascesse. Per questo, la donna, che ora vive con un altro,   cucina   e  lava ancora  i panni dell’inglese.  “Al ritorno da un viaggio in Inghilterra l’ho trovata incinta. All’inizio non pensavo di essere io il padre, ma come vede ci assomigliamo come due gocce d’acqua”, dice William,  poi  abbraccia Constantin che ha ereditato il suo sorriso e i suoi occhi azzurri. Il piccolo vive con la madre insieme alla sua famiglia di zingari musicisti, a pochi minuti dalla casa di Blacker. S’incontrano ogni giorno, mangiano assieme, e più volte l’anno vanno tutti e tre  a visitare la famiglia di William in Inghilterra.
Da Berlino a Satu Mare
Marishka ha 31 anni, ha fatto solo le elementari, occhi marroni, sorriso impertinente e non indossa, con delusione dell’inglese,  gonne colorate. “Lo chiamo William oppure Inglese. Che dire di lui, è ed è stato abbastanza imbranato”, racconta Marishka ridendo. Si sono conosciuti parecchi anni fa, nessuno dei due ricorda esattamente quando. “Vive qui da così tanto tempo, chi se lo ricorda quando è arrivato?”, spiega la ragazza mentre toglie il bricco del caffè dal fuoco. Il caffè è per William che se ne sta  in  cortile sotto il gelso  della casa dove un tempo ha vissuto assieme alla   numerosa famiglia dell’ex compagna. Si sta seduti direttamente sull’erba, le tazzine  con  loro piattini bianchi sono poggiate  con cura su un mucchietto di terra.
“Quando lo vidi la prima volta qui in paese,   risi di lui. Abitava da alcuni sassoni e  prendeva l’acqua dal pozzo. Con quegli occhiali grandi sembrava spaurito, aveva anche un bastone in mano. Si vedeva  lontano un miglio che era straniero”. Questo primo incontro  con lo «straniero» avvenne nel  1990, a circa un anno dalla prima visita di Blacker in Romania.
“Ho messo per la prima volta piede in Romania pochi giorno dopo la rivoluzione del dicembre 1989. Avevo lasciato l’Inghilterra con l’intenzione di visitare Berlino, il Muro era appena caduto”, racconta l’inglese. Le notizie in televisione sulla rivoluzione romena e la lettura di alcuni articoli sulla bellezza dei monasteri locali lo spinsero  più a est. L’itinerario scelto fu sinuoso: prima  passò per la  Cecoslovacchia, poi cercò di entrare in Ucraina, ma non gli diedero il visto. Alla fine transitò per  l’Ungheria ed  arrivò  in Romania. “Questo paese  mi è piaciuto  fin dalle prime chiacchiere scambiate alla frontiera con i romeni. Con loro  ho riso e mi hanno spiegato di cosa dovevo preoccuparmi”. Arriva a notte fonda a Satu Mare e dorme in un albergo senza elettricità, con una candela alla reception. Al risveglio rimane a  bocca aperta: “Nella piazza centrale della città c’erano solo cavalli e carretti. Mi è sembrato stupendo. Ho pensato che il mondo dovrebbe assomigliare a qualcosa del genere, senza camion orribili”. Blacker aveva già visto l’India e diversi paesi dell’America latina, ma la Romania lo ha affascinato più di qualunque altro posto. “Avevo letto i romanzi di Thomas Hardy e Tolstoj e quando sono arrivato in Romania mi sono detto: «Incredibile, adesso posso vedere con i miei occhi le cose che descrivevano », mi è sembrava straordinario. Inizialmente,  ritornavo qui ogni anno per brevi periodi, viaggiando  per i paesi del Maramureş e della Transilvania”.  Poi, dal 1996, Blacker, zaino in spalla,   si trasferisce qui.
Ho riso e pianto con la gente del Maramureş
Fu ospitato da una famiglia di contadini  a Breb, in   Maramureş. Più precisamente a casa di mihai, figlio di Gheorghe, che era figlio di Ştefan. “Mihai era un uomo affascinante, un vecchio molto saggio. È morto lo scorso anno, aveva più di 90 anni. Mi ha aiutato a comprendere la vita dei contadini. Era un gentleman, come la maggior parte dei vecchi  che ho conosciuto nei villaggi romeni”,  ricorda William. All’inglese non bastava conoscere la vita dei contadini,  voleva diventare uno di loro: “Dovevo farlo prima che l’Occidente  arrivasse fin qui. I romeni mi hanno accolto calorosamente, non ho mai incontrato  al mondo uomini così ospitali come in Maramureş, sempre pronti a darti da mangiar e ad  accoglierti in casa loro”[3]. I ricordi rimasti dei  quattro anni trascorsi in Maramureş sono tanti. Tristi, come l’annegamento di alcuni compaesani  in un lago vicino, altri  allegri, come la visita  compiuta  in un ufficio  del centro di Bucarest, indossando il  costume tradizionale del Maramureş. La guardia giurata lo scrutò a lungo, non voleva farlo entrare. “Dovevo ritirare dei soldi lasciati da un amico. Ero vestito  come uno del Maramureş, pastrano di montone, colbacco e ciocie, parlavo  in dialetto del Maramureş – la sola variante che  conoscevo –   con uno strano accento, e in più avevo gli occhiali. Lo riconosco dovevo essere una figura piuttosto bizzarra, ma erano i soli miei vestiti invernali.  Quando vide i documenti il custode rimase perplesso. «Sei inglese?!», mi chiese con gli occhi strabuzzati.  Risposi di sì, ma che vivevo in Maramureş. La cosa gli sembrò divertente e da persona  leggermente aggressiva, divenne affabile. Da allora mi salutò sempre dicendomi: «Buon giorno signor Pastore!»”. È rimasto in Maramureş quattro anni. È fiero di avere imparato a falciare, a zappare la terra,  a sarchiare. L’inglese, o “Willy”, come lo chiamavano a Breb, ha partecipato ai matrimoni, ai funerali, alle feste, all’uccisione del maiale: “Ho sofferto, ho pianto, ho riso assieme a loro. Ho sempre considerato che  i contadini del Maramureş e delle altre zone della Romania vivano  per davvero”.
“Mio figlio è per metà zingaro e per metà inglese
William Blacker è rimasto affascinato dallo stile di vita tradizionale del Maramureş, ma è stato sempre attratto, ineluttabilmente, dalla vita più turbolenta ed  esotica degli zingari  transilvani. Nel suo libro, “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”,  descrive gli zingari come un popolo accattivante, posseduto dal principio del “dolce far niente”,  persone che sanno cantare e ballare divinamente e che considerano  la vita  troppo breve per faticare  tutto il tempo. Non sfuggono al suo sguardo nemmeno   gli aspetti violenti della loro vita, anzi  è stato testimone  di diverse risse  e accoltellamenti avvenuti  tra i  membri della comunità, soprattutto nella bettola del paese.
“Si spaccavano  le bottiglie di birra  in testa, il sangue scorreva sui loro volti, i coltelli perforavano  velocemente le budella. Le coltellate  erano così rapide che  capivi cos’era successo  solo a fatto compiuto”, racconta lo scrittore.  Nonostante ciò, William Blacker confessa di non aver potuto   stare lontano dagli zingari. Per un  lungo periodo, l’inglese ha fatto  avanti e indietro tra il Maramureş e il paesino della   Transilvania dove oggi risiede e dove viveva la giovane zingara  di cui si era innamorato. La vita nel paese di Halma ha l’aroma  di una telenovela. Lui si innamora di Natalia, una bella zingara, “con i capelli castani,  quasi biondi,  e con gli occhi color  nocciola”.
“Era  estenuante. Tutti i giorni, tutte le notti, si andava a una festa. Natalia  era un essere piuttosto impulsivo, selvatico,  direi. Gli uomini ronzavano attorno a lei e la cosa le faceva piacere”. Ben presto stanco  dei casini combinati da  Natalia, che era anche poco fedele, William tornò in  Maramureş. Venne di nuovo  a Halma un anno più tardi,  per  un’altra ragione. “Ho sempre  amato l’architettura di  Halma, le case secolari dei Sassoni, abbandonate negli anni ’90 e ora abitate dagli  zingari” dice. Scrisse anche un articolo  sulla drammatica situazione delle case di Halma e dei  villaggi circostanti e ottenne delle  donazioni  per la loro ristrutturazione. A quel tempo dirigeva la fondazione  “Mihai Eminescu”, finanziata dal principe Carlo[4]. “Non so quanti soldi abbiamo raccolto attraverso la fondazione dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, ma furono  sufficienti per la ristrutturazione di 200 abitazioni, 40 delle quali a Halma,”  spiega William.
Di giorno lavorava alla ristrutturazione delle case del villaggio assieme  ad alcuni   zingari e la serata andava a bere una  birra  al bar. Qui, un anno prima, aveva assistito a una scena che non avrebbe più dimenticato. “Natalia aveva un amico molto feroce, si chiamava Lad . Come ogni sera ero andato bere una birra. Parlavo  con Marishka, la sorella di Natalia. Stavamo seduti in un angolo mentre Natalia danzava provocatoriamente al centro del bar. Voleva farmi ingelosire. All’improvviso è entrato Lad, io  sapevo che era in prigione. Ha tirato fuori un coltello e si è scagliato contro  Natalia. Marishka è saltata immediatamente in mezzo a loro. Il coltello le ha squarciato il polso e il sangue è schizzato sulla gente che ballava, creando il caos”.  Da quel momento, l’inglese cominciò a pensare a Marishka in modo diverso. Ritornando a Hanima,  si ricordò di quella scena. Iniziò  a trascorrere sempre più tempo con lei. E così tornò a vivere   di nuovo tra gli zingari, anche se in  molti gli avevano detto di non farlo.   “Alcuni romeni del paese erano aggressivi. A loro non andava a genio  che abitassi con gli zingari, che vivessi con   Marishka. Gli sembrava scandaloso che avessi scelto di stare con loro. Da parte mia, semplicemente non potevo credere che gli zingari fossero così cattivi, come me li descrivevano”. Marishka e William si trasferirono  in una casa comprata  da un sassone,  poi ristrutturata e dipinta di azzurro. “Quando la nostra casa azzurra fu pronta, io e Marishka abbiamo  iniziato una vita spensierata”. Gestivano la casa assieme, andavano a mangiare sui prati o cavalcavano sulle colline vicine, a volte dormivano dal pastore che teneva le loro pecore . Non contava che Marishka  avesse fatto solo le elementari e che lui fosse laureato in una prestigiosa università inglese. L’ha convinta, non senza fatica, a leggere. “Le ho dato una  traduzione romena di “Orgoglio e Pregiudizio”. Dopo qualche giorno già faceva dei commenti sui personaggi: «Questo Darcy è così arrogante! E riponeva il libro, indignata. Man mano che lo leggeva, il volume  diventava sempre più sottile. Utilizzava le pagine per accendere il fuoco. Percorreva il racconto  come se fosse  un viaggio, erano dei momenti fugaci di piacere, gli stessi che può dare il ballo» racconta divertito lo scrittore inglese.
Accusato di istigare gli zingari alla rivolta
William e Marishka non si sono mai sposati. “Siamo zingari con la casa. Non seguiamo le regole degli zingari con le tende. Io non ho voluto sposarmi. Da noi la gente solitamente non si sposa. Possiamo stare con chi vogliamo, la famiglia non ci impone  nulla”, così spiega  Marushka la loro relazione. Anche se non erano sposati, dovettero affrontare le cattiverie degli altri abitanti  romeni del paese. Volevano allontanare l’inglese da quella che consideravano essere la feccia della società. Minacce, denunce, visite  della polizia  chiamata da compaesani malintenzionati,  non sono servite a nulla. “Trovavano diverse scuse per litigare. Ad esempio, dicevano che  i miei gli animali varcavano i  loro confini. In realtà non sopportavano  che io  vivessi con gli zingari. A loro pareva umiliante. Chiamavano anche la polizia che stava sempre dalla parte dei romeni. Un poliziotto una volta mi ha anche detto minaccioso che avrei avuto dei problemi se avessi continuato a stare  con gli zingari. Mi ha accusato di istigare alla rivolta gli zingari”, ricorda Blacker.
” È un uomo straordinario”
Ora, dopo molti anni, quei giorni sembrano essere dimenticati. A Halma le acque si sono calmate. Romeni, zingari e tedeschi, tutti parlano bene dell’inglese. Lo straniero sbarcato dal sud dell’Inghilterra ha aiutato il villaggio  finanziariamente, ha  riparato  le case e si è comportato bene con tutti. “È  un uomo straordinario. Noi zingari lo abbiamo accolto con amore. L’abbiamo portato alle nostre feste, dove si danza tutta la notte. Gli abbiamo insegnato a ballare e gli piace la nostra musica. Non ha mai evitato gli zingari, anche se  molti gli avevano riempito la testa con cattiverie sul nostro conto.  Ora va d’accordo con zingari e romeni.  William e Marishka non sanno se loro figlio rimarrà per sempre a Halima o se vivrà  un periodo anche in Inghilterra, per avere un’educazione migliore.  Per il momento l’inglese è soddisfatto per come il figlio vive  tra gli zingari  del paese.  Mentre narra le peripezie degli ultimi 20 anni, l’inglese ogni tanto  lo indica, mentre   corre  assieme agli altri bambini zingari: “Sinceramente, a volte credo che non esista piacere maggiore  che starsene  di fronte alla casa di Marishka e guardare come gioca con gli altri bambini.  Mio figlio è metà inglese e metà zingaro. A volte mi domando come sarà la sua vita qui, in mezzo agli zingari. Sicuramente, sono felice che viva qui, in campagna, anche se questo può sembrare eccentrico”. Certo, la scelta di vivere  in un villaggio fuori dal mondo, in un paese ex comunista,  è sembrata a molti amici di William Blacker abbastanza eccentrica. “Lo riconosco, i miei genitori non hanno fatto dei salti di gioia. Avevo trent’anni e volevano che avessi un lavoro  tranquillo, non che vivessi  in un villaggio lontano, in un paese di cui non sapevano nulla. Dopo essere  venuti qui, si sono rasserenati”. La sua famiglia è rimasta affascinata dal Maramureş e dal paesino sassone e va d’accordo con Marishka.  “Piace a tutti, sembra un posto esotico, ma nessuno rimane. Io invece rimango qui”, dice l’inglese quasi ringraziando.  William Blacker non crede che la sua decisione  di vivere in Romania  sia eccentrica, piuttosto “un po’ romantica”. Ha dovuto  spiegare molte volte le ragioni di questa scelta. “Può sembrare romantico, ma, semplicemente, mi sento molto bene qui. È il posto adatto a me”. Forse  potrebbe essere una spiegazione il fatto che suo padre, quando lui era piccolo, aveva   una fattoria con mucche, pecore e cavalli, poi venduta a causa di difficoltà materiali. “Credo che volessi solo vivere di nuovo in un posto bellissimo”.

[1]il titolo originale è Along the Enchanted Way: A Romanian Story, John Murray Publishers, 2009.

[2] In rete si trova una versione molto ridotta dell’articolo in lingua italiana sul sito presseurop

[3] Per esperienza personale confermo è (o era) proprio così.

[4]La Fondazione Mihai Eminescu, patrocinata dal principe Carlo d’Inghilterra, si occupa del recupero del patrimonio culturale e ambientale dei villaggi della Transilvania. Lo stesso Charles trascorre ogni anno parte delle sue vacanze in un paesino transilvano.

La nave dei folli – Corabia Nebunilor

LA NAVE DEI FOLLIL’altro ieri su kelebekler (un blog mai banale che seguo da parecchio tempo) è stata pubblicata la traduzione di The ship of fools, un racconto che Theodore Kaczynski aveva inviato, nel 1999, dalla sezione di massima sicurezza del carcere di Florence a una piccola rivista studentesca che ne aveva fatto richiesta. Del racconto di Kaczynski esiste anche una versione animata con pupazzetti lego, realizzata da Danny Ledonne. Mi sono preso la briga di sottotitolarla in italiano e in romeno: Buona visione! (per attivare i sottotitoli cliccare sull’icona rossa con la scritta „cc”

La prima edizione italiana del racconto La Nave dei Folli
è stata pubblicata nel novembre 2000 dalla rivista di critica sociale Il diavolo in corpo

CORABIA NEBUNILORAltăieri  pe blogul kelebekler (un sait niciodată banal pe care îl urmăresc de mult timp) s-a publicat traducerea italiană după The ship o fools, o poveste scrisă de Theodore Kaczynski, în 1999 din închisoarea de maximă siguranță din Florence, pentru o revistă studenţească care i-o ceruse. După povestea lui Kaczynski a fost realizată şi o animaţie cu figurine lego sub regia lui Danny Ledonne. M/am străduit să-o subtitrez în italiană şi în română: vizionare plăcută! (pentru activa subtitrarea daţi clic pe „cc”)

Corabia nebunilor am fost publicată în limbă româna în cartea lui Ovidiu Hurduzeu, Unabomber: profetul ucigaș.


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