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Lo sguardo di Willy

Fanculo amici, famiglia, studenti, fanculo. Per due giorni mi immergo nelle 11.000 fotografie che Willy Pragher ha lasciato all’archivio pinco-pallino del Baden-Wuerttemberg. Pragher nasce a Berlino nel 1908, è mezzo romeno e mezzo tedesco e tra Romania e Germania cresce. Negli anni trenta si trasferisce a Bucarest, fa il fotografo per un’azienda ma soprattutto per sé stesso e per noi che oggi guardiamo i suoi scatti. Lo attraggono i contrasti e in Romania ne trova una fonte di infinita bellezza. C’è proprio tutto questo paese splendido e matto nelle immagini di Pragher: la Bucarest delle ebbrezze moderniste e delle periferie pezzenti, i suoi artisti, la ressa sui marciapiedi, i balletti e le ballerine, i fasti, lo scazzo del meriggio in riva ai laghi o sui tetti dei grand hotel, l’afrore dei mercati e della strada, la sublime banalità del quotidiano. Poi stadi, sport, calcio, industria, Benito, Adolfo e Re Michele. Il Danubio e le sue inondazioni, la fluitazione, il mondo anfibio del Delta, i Carpazi, la Moldavia, il Banato con il suo groviglio di etnie, la Transilvania e le fortezze sassoni. Ma anche guerra, i fronti dell’est,i soldati tedeschi nella capitale e Harald Kreutzberg che danza per loro, la rivolta dei legionari, i voli di Irina Burnaia e le bombe di quelli che oggi chiamiamo alleati. Eppoi Odessa, Cernăuți e tutto il resto. Il fiume in piena delle sue immagini ovviamente non ci racconta nulla dei quattro anni (1945-1949) passati, in quanto tedesco di Romania, in un lager in Siberia. Se per assurdo là avesse trovato una macchina fotografica col suo sguardo Willy avrebbe fiutato anche l’ultima usma di vita per stanarla e ammirarla, senza piagnistei, senza risentimenti: ad occhi spalancati.

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Il Jazz di Sergiu Celibidache

Nei giorni scorsi mi è capitato tra le mani un libro che mi ero ripromesso di leggere da parecchio tempo: “Sergiu Celibidache, scrisori către Eugen Trancu-Iaşi”[1]. Il volume raccoglie le lettere inviate nel corso  di quarant’anni (dal 1939 al ’79) dal grande  direttore d’orchestra romeno all’amico di gioventù  Eugen Trancu-Iaşi e una corposa addenda che include varie testimonianze sugli anni romeni del maestro.
ImmagineSu Sergiu Celibidache si è scritto e detto moltissimo. Gli aneddoti attorno al suo ossessivo perfezionismo, le polemiche  sferzanti con i colleghi, l’avversione  verso le   incisioni discografiche o l’intransigenza caratteriale nel bene e nel male ne accompagnano immancabilmente  il ricordo.  Come  dire,  agiografia e maldicenza  sono gli esiti scontati della biografia del genio  e questo volume lo conferma  ampiamente. Meno noti, anzi  sconosciuti, sono gli albori musicali di Celibidache nella Bucarest interbellica. Il  libro  di Trancu-Iaşi  permette di abbozzare una   parzialmente ricostruzione degli anni “romeni”  del maestro, offrendo dei dettagli a volte sorprendenti.  Celibidache era di  Roman, come  Max Blecher e mia suocera,  una cittadina di provincia colta ma distante dall’agitazione intellettuale bucarestina.  Una volta  giunto  nella capitale, questo  giovane   dall’aspetto  singolare    bazzica   nei caffè di Calea Victoriei,   tira a far tardi con    tutti i ribelli della musica, dell’arte, della letteratura e  con loro sogna e progetta nuovi orizzonti.  Sete di gloria ma anche  fame vera, per vivere Celibidache di giorno  suona il pianoforte nella  scuola di danza del suo primo grande amore: Iris Barbura, ballerina  espressionista nata ad Arad nel 1912, formata  alla scuola  di Vera Karalli negli anni ’30, suicida a Ithaca nel 1969. Di notte si esibisce improvvisando  jazz al caffè  Atlantis e in altre bettole. Ha talento e  un impresario lo vorrebbe  ingaggiare per  un’orchestrina di musica leggera al grand hotel La Fayette.  Rifiuta. I soldi    non contano, a lui   interessa il jazz.  In questa musica scopre un punto di partenza verso composizioni più complesse.  “Celibidache  –  come ricorda l’amico Petru Comarnescu [2] – possedeva qualcosa in più rispetto ai giovani snob della capitale. Dalle  sue discussioni si comprendeva  immediatamente come affrontava  le formule  di composizione jazzistiche.  Era  ossessionato da melodie che  improvvisava in stile hot, per poi svilupparle in polifonia”. Parecchi anni dopo qualcuno  ricorderà  ancora le sue performance  a Balcic sul Mar Nero nell’osteria del turco  Mahmut, il covo estivo  della vivace  e squattrinata bohème bucarestina: “Nella taverna   ci avvolgevano delle strane melodie jazz. Al piano malandato suonava un giovane compositore, silenzioso, elegante e sobrio, caro a tutti gli artisti di Balcic. Si chiamava Sergiu Celibidache”[3] .  “Suonava il piano usando molto il pedale, colpendo con con forza i tasti, creando effetti che miravano a strabigliare l’ascoltatore”[4] . Le radici del jazz per lui allignavano nella musica di Bach e riusciva a dimostralo nelle notti trascorse a   pigiare  i tasti dei più scassati pianoforti delle bettole di Bucarest.  È ancora Petru Comarnescu a fornire dettagli  sull’esperienza jazzistica del futuro direttore d’orchestra: “Sono diventato amico di Celibidache  grazie al jazz colto  che entrambi ammiravamo,  poi Johann Sebastian Bach avrebbe  ben presto cementato ed elevato questa amicizia e la nostra stima reciproca.  […] Mi aveva raccontato che un giorno, mentre passeggiava per Iasi, canticchiando  una  melodia jazz  semisconosciuta, un signore inglese o americano gli chiese come faceva a conoscere quel pezzo,  per niente noto, ma di grande fattura artistica.  Di fatto non era un pezzo ma un’armonizzazione  in stile hot che riproduceva il gusto del tempo. Ma più di tutte le nuove armonie, dei brani che mi suonava e commentava, fu la lettera di Duke Elligton a rilevarmi la competenza musicale di Sergiu. Aveva composto  un pezzo jazz e lo aveva inviato a New York al Duca”. Ellington gli rispose: non solo era   rimasto colpito dalle sue intuizioni musicali, ma gli sarebbe addirittura piaciuto   sperimentarle in qualche nuovo pezzo. “Si trattava una composizione che  partiva dal jazz e arrivava a Johann Sebastian Bach. Era qualcosa di insolito che mi faceva pensare molto.  Ogni volta che incontravo Sergiu Celibidache  comprendevo che il jazz per lui era solo un punto di partenza,  si preoccupava  continuamente  dei problemi della musica polifonica, della grande arte della sinfonia cui voleva apportare nuove espressioni e modalità”.
Della  passione jazzistica di Celibidache dovrebbe esistere addirittura un disco.  In una lettera spedita  nel febbraio 1941 da  Berlino all’amico Ginel Trancu-Iaşi  si legge: “Qui tutto va bene. Musica perfetto. Ti ho inciso un disco, te lo  spedirò alla prima occasione. Non so che ne farai è assolutamente strampalato”. In nota il destinatario della missiva precisa: “Si tratta del primo disco inciso da Sergiu Celibidache . Conteneva  dei ritratti  musicali a ritmo di jazz composti  per  i suoi amici”. Il disco è menzionato  anche  nell’articolo già citato  di  Petru  Cormanescu: “Ho sentito che ha composto una serie di “ritratti musicali” , in cui rappresentava noi, gli amici romeni, Iris Barbura, me e  gli altri. Mi hanno detto che sono eccezionali. Non li ho ascoltati, anche se, a quanto pare, li ha pubblicati su un disco che avrei dovuto ricevere”. Lo stesso Celibidache ritornerà  su queste composizioni  in una lettera del 1945 (quindi  a quattro anni dall’incisione del disco): “desidero, prima di tutto, rivelarti un segreto di cui ti prego di non farne alcun uso. I miei  Dummenlieder  non si riferiscono a nessuno, non sono scritti con l’intenzione  di  fare delle caricature o di metter in note  personalità oppure qualità spirituali. Attraverso le mie domande ho solo  tentato di fissare la fantasia di chi ascolta. Non c’è nessun personaggio. Li ho inviati solo con l’intento di abituare il vostro udito a materiale un po’ più astratto. Come un’arte visiva che  non cerca parole per esprimersi, anzi proviene dall’esterno, dalla sfera  in cui gli uomini non possono più implicarsi e intervenire.  Rispetto alla musica, Ginel, devi imparare solo una cosa. La musica è un’arte con leggi proprie: Eigen Gesetzmäßigkeit. Chi non conosce le leggi della musica  (non su carta o dai libri, ma attraverso intuito e perspicacia) non può scrivere musica”.  
Quest’anno cade il centenario  della nascita di Sergiu Celibidache, mi piacerebbe se  le varie manifestazioni che gli saranno dedicate   potessero aprirsi  con il crepitio di questo vecchio disco fantasma e delle sue canzoni sciocche.
[1] Sergiu Celibidache, scrisori către Eugen Trancu-Iaşi a cura di Fabian Anton, Cluj-Napoca, Eikon 2003.
[2] Petru Cormanescu (Iași, 23 novembre 1905 – București 27 novembre 1970) è stato  un saggista, scrittore e un noto anglista nella Romania interbellica. I ricordi relativi all’amicizia con Celibidache si trovano nell’articolo Cariera excepţională a lui Sergiu Celibidache, pubblicato in  Timpul il 9 novembre 1945 e nel volume Chipurile şi priveliştile Europei, Cluj 1988, entrambi riprodotti in addenda alla raccolta epistolare.
[3] Il ricordo è contenuto nel libro di Alexandru  Baciu, Din amintirile unei secretar de redacție, Bucarest, 1997.
[4] Il ricordo appartiene a Lucia  Dem. Bălăceanu.

Romania in rivolta creativa

 

A meno venti anche la rivoluzione può attendere. E allora si può approfondire e raccogliere un altro tassello per comprendere le recenti rivolte romene. Nello scritto che segue (la traduzione è mia)  Vintila Mihailescu [1] svolge alcune riflessioni sui moti di gennaio. La  formula  “generazione della rivolta creativa” non mi piace  granché, ma  il testo offre molti spunti stimolanti, non necessariamente vincolati solo allo scenario romeno.

LA GENERAZIONE DELLA RIVOLTA CREATIVA[2]

La rivolta di gennaio sorprende, e il sonno della comunicazione genera strane visioni. I partiti al potere inizialmente hanno sognato un teppismo periferico, poi una strumentalizzazione politica sotterranea, simulando il dialogo con il resto del paese. Una volta svegliatisi, hanno usato un linguaggio enigmatico. L’opposizione ha sognato di capitalizzare la rivolta popolare e, presagendo che si tratta solo di un sogno, sembra non volersi svegliarsi. Dalla loro sala di rianimazione, i sindacati sembravano pronti ad alzarsi dalla brandina, ma le gambe non hanno retto. In funzione della propria fede e della propria sensibilità, gli intellettuali hanno sognato esegesi sia attraverso la filiera eroica delle manifestazioni di Piazza Università del 1990, sia in chiave satirica alla Caragiale, sminuendo esteticamente il fenomeno. Una maggioranza triste e intorpidita si è voltata dall’altra parte, domandandosi abulica “e chi ci mettiamo al posto loro?”, mentre una minoranza “sulla cresta dell’onda” ha attraversato un piccolo incubo: “ci mancava solo questo, ora peggiorerà il rating del paese!”. Infine, imitando la necessità di vigilanza, diversi commentatori universali hanno applicato un modello epidemiologico, spiegando tutto tramite la proliferazione di eventi tipo “primavera araba” o “Occupy”. Solo la televisione è riuscita a trasformare il tutto in uno show mediatico, a volte professionale e con commenti pertinenti. Forse chimerici, tutti questi discorsi sembrano incapaci di ottenere una comprensione sociale.

In primo luogo questa rivolta non può essere inquadrata globalmente in una sola compagine, non le si può applicare una sola etichetta, definitiva. SE questo perché, da un lato, si tratta di una sorta di war in progress, un divenire, e non uno stato momentaneo; dall’altro, perché la rivolta non è… solo una: sui due marciapiedi di Piazza Università, ad esempio, sono diverse. O, con una rappresentazione metaforica, le differenze possono essere illustrate grazie al seguente esperimento involontario: distribuendo una dozzina di sticker con diversi messaggi di protesta, alcuni „organizzatori“ hanno rilevato che le persone più anziane sceglievano soprattutto quelli con scritto „Via il Governo!“, mentre tra i giovani hanno avuto maggiore successo slogan come “Il vostro disprezzo/la nostra rivolta”. Non è la stessa cosa e, al limite, nemmeno la stessa rivolta.

 


Qual è la peculiarità di questa rivolta?

Un primo suggerimento lo ricaviamo, un po’ inaspettatamente, da un … musicologo: si tratta dell’analisi delle proteste e l’arte degli slogan popolari, realizzata da Marian Balasa-Marin. Senza volere entrare nei dettagli “tecnici” della ricerca, merita un po’ di attenzione un’osservazione essenziale dell’autore: “Al di là di discorsi, interviste, dichiarazioni, perorazioni politiche e promozione televisiva (ignorando la violenza e gli abusi parassitari), forse la forma di protesta più interessante è ciò che la stampa chiama lo “slogan intelligente”. Poiché, specialmente in combinazione con lo scandire, la finezza intellettuale, fa il paio con la sensibilità, con l’esaltazione, con l’arte”. L’argomento è convincente e alla portata di tutti. Qui si sottolinea un aspetto che ha colpito molti, generando però solo riflessi di tipo sensazionalistico: la creatività di questa ribellione, in particolare della sua “componente giovane”. Si può parlare dunque, con sufficiente rigore, della prima rivolta creativa in Romania, nel senso utilizzato per parlare delle “città creative” e delle loro varie forme di intervento militante-artistico nel paesaggio urbano, che sono apparse ultimamente anche nelle nostre maggiori città.

Va anche detto che esiste una continuità tra la “rivolta senza motivo” messa in piedi qualche tempo fa alla Facoltà di Storia e l’attuale “rivolta creativa” di Piazza Università: anche se i “motivi” non sono ancora tradotti in “scopi” precisi (sebbene alcuni stiano delineandosi), l’azione in sé è una sorta di learning by doing, di alfabetizzazione politica di una generazione costretta a diventare autodidatta. Perché questa è la grande rottura che si è verificata in queste settimane: la negazione, non di un politico o di questo o quel gesto politico, ma del linguaggio politico, Non vogliamo essere solo trascinati a votare, vogliamo stabilire un linguaggio per la comunicazione sociale comune e permanente. E questo “linguaggio” non è apolitico, rifiuta solamente l’egemonia del politichese, per riconquistare lo spazio dialogico del politico. Spoliticizzata dal disprezzo e dal disincanto, questa nuova generazione ritorna alla politica, ma imparando per conto proprio la Lingua del pensiero critico, con cui sogna di creare il nuovo supporto del gioco politico in Romania e attraverso cui intende affermare la propria autenticità. Ogni cittadino è il proprio politico! – scandivano in questi giorni dei giovani. Il rifiuto in blocco dell’establishment è il rifiuto di un idioma compromesso, non la rabbia, ancorché giustificata, verso uno o l’altro dei suoi “fruitori”. Come evidenziava Florin Poenaru[3] , uno degli esponenti della “rivolta creativa”, anche la fede quasi mistica nel tecnocrate salvatore, “sebbene profondamente politica, non fa altro che perpetuare la spoliticizzazione e quindi impedisce la costruzione di un vocabolario politico comune e complesso”. Per arrivare a una conclusione che dovrebbe far riflettere gli abbonati al pensiero prêt-à-porter: “quindi, bisognerebbe cambiare prospettiva: non conta quello che vuole dirci Basescu nel ruolo di presidente-capro espiatorio, ma le domande e le richieste che formuliamo noi come società “.

L’attuale “Rivolta creativa” dunque sembra avere un significato di lunga portata, che va al di là del bubbone che scoppia, essendo (anche) una rivolta per, non solo contro qualcosa. In primo luogo, si tratta della scuola creativa di una nuova generazione, che prende coscienza di sé e che ritorna alla politica, come una minoranza, certo, ma “qualificata”, competente e disposta a lottareper un altro tipo di dialogo tra potere e società.

“Sa qual è per me la cosa più importante?” – mi domandava, retoricamente, nei giorni scorsi, una manifestante di Cluj. Sentire che siamo una generazione!

[1] Vintila Mihailescu è un antropologo, docente presso la Scuola Nazionale di Scienze Politiche e Amministrative di Bucarest.

[2] L’articolo è apparso nel n. 416 (2-‘8 febbraio del settimanale Dilema veche.
[3]Il testo integrale di Poenariu si trova sul sito Critic Atac.

Bucarest: Manifesto Ultras

Da una Bucarest a 15 gradi sotto zero ancora un capitoletto di “letteratura” protestataria su cui si è discusso parecchio in rete: Il manifesto ultras. Si tratta di uno scritto diretto e concreto, a tratti ingenuo e perciò genuino, che aiuta a capire, per chi vuole ancora capire, che i soggetti presenti sulle linee di faglia della società non sono più riconducibili ai vetusti schematismi della destra e della sinistra, al meretricio dei partiti e del mainstream mediatico. Ma al giorno d’oggi già tentare di capire una realtà come quella degli ultras sembra un’azione folle, perché folle è tutto ciò che non può rientrare nella comoda tassonomia ufficiale in auge.

IL MANIFESTO DEGLI ULTRAS ROMENI
“È inverno, possono arrivare tempi e nevicate pesanti. Possono arrivare abusi ancor più pesanti, può arrivare gente affamata a papparsi la torta, a chiedere bottini di guerra senza avervi partecipato. Può arrivare anche il nostro immobilismo, per mancanza di coesione, per la troppa confusione che rischia di diventare passività. Ma il nostro compito è quello di non fermarci. E se Piazza dell’Università si svuoterà, l’ultima persona avrà il dovere di lasciare la luce accesa, non di spegnerla. Basterebbe filtrare attraverso lo spirito Romeno il testo dell’inno nazionale e sapremmo cosa fare. Chi lo dovrebbe fare? Non siamo l’enciclopedia delle verità assolute, ma siamo in grado di fornire esempi:
– I pensionati tosti, che in questi giorni ci hanno dimostrato la profondità del detto “chi non ha  un anziano [se ne compri uno] n.d.t. …”
– gli intellettuali, quelli veri, che ringraziamo per le reazioni e il sostegno e per lo scudo insormontabile alzato contro la pseudo-intellighenzia, i demagoghi, i commissari politici e i dilettanti;
– I lavoratori, che dimostrano come l’inerzia che da 22 anni ci ha avvolto non sia attribuibile ad un popolo indolente, ma a una nazione che ha scordato quali sono le sue potenzialità;
– Gli studenti che possono dimostrare come la vera educazione non sia patrocinata da ministeri fallimentari;
– I veri giornalisti, ormai un’oasi minacciata dalle fiamme alimentate da falsi colleghi che hanno trasformato in deontologia la disinformazione, l’audience e la manipolazione;
– I gruppi socialmente emarginati, da cui possono spuntare diamanti, lo dice Cristo e anche il rapper Sisu: ultras, punk, rapper, hippy, biker, graffittari, hipster (la loro energia, usata in modo positivo, sosterrà la ricostruzione).

Perché fare tutto ciò??? Solo per lo SMURD [1] ? Solo per far cadere un governo e sostituirlo con nuovi arrivisti di un altro colore ma della stessa pasta e sempre privi di sostanza? No. Di nuovo, i motivi sono molti e non facili da articolare in modo compatto. Diamo pure degli esempi:

– Corruzione, che con la scusa della necessità di sopravvivere ormai contagia anche le persone oneste. Milioni di romeni vedono anche nel buio più pesto che da anni e anni a guidarli sono sempre le stesse organizzazioni mafiose, chiamati partiti. È incredibile, eppure è vero, viviamo in un nuovo regime e fanariota e non siamo capaci di trovare un Romeno da far salire sul trono (non è propaganda per la monarchia, è solo una metafora). C’è mancato poco che diventasse primo ministro un tedesco e tutti l’abbiamo sostenuto, perché ormai non essere Romeno è sinonimo di onestà.
– Giornali alla ricerca di sensazionalismo, audience, maestri in giochetti politici e pubblicità per troiette nude, campioni in disinformazione e manipolazione. E tuttavia, la piazza lo capisce capisce! Si potrebbe vivere una settimana senza TV? Diventeremmo come il Congo o come Atlantide?
– Stereotipi e politichese che celano la verità. Il primo ministro Boc parla di libertà di espressione, mentre i celerini annunciano al megafono “Liberate la piazza o usiamo la forza”.
– Organi repressivi costretti ad agire contro i propri fratelli. Sì vogliamo soldati al servizio dei cittadini, come vi avrebbe voluto anche Cuza [2], non mercenari macellai. Sì, lo sappiamo che anche voi tenete famiglia e tante necessità, sì, vogliamo rispettare la divisa, e per questo vogliamo ricevere rispetto, non vedere bambini spinti a terra, donne colpite e insultate e uomini che possono entrare in coma a causa di una bastonata in testa.
– Leggi costruite tramite dibattiti con i cittadini, non approvate in fretta e furia in Parlamento da una maggioranza più interessata ai giochi politici che gli interessi vitali dei cittadini. Leggi applicate solo in vista delle elezioni (arresti di sindaci corrotti come propaganda ed esca per un voto in più).
– Il Centro storico della Capitale? Sì, lo vogliamo di livello europeo, lo vogliamo rinnovato, ma non solo per il profitto dei proprietari dei locali. Lo vogliamo ripulito e valorizzato per vantarcene ed esserne orgogliosi e, perché no, per un turismo vero , che non sperpera centinaia di migliaia di euro per un logo o un portale internet.
– Vogliamo dibattere su tutte le questioni, anche sulle faccende militari. Non vogliamo lo scudo antimissile [3], anche perché non si sa nemmeno che cosa sia per davvero. Non vogliamo fregate spedite inutilmente in missione (o in “dismissione” se volete) e non vogliamo più romeni che combattono in Oriente per il proprio sostentamento, e non per una causa.
– vogliamo rispetto e dignità, non vogliamo essere classificati da avvocati-deputati come vermi, non vogliamo che un anziano (il 16 gennaio, in Piazza Univ.) arrivi con gli stivali lucidati vecchi di cinque anni e con le suole bucate, quando una divetta di provincia ha centinaia di scarpe di lusso che indossa ostentatamente.
– Vogliamo chiudere i centri commerciali e riaprire le fabbriche. Ossia vogliamo far funzionare l’industria, l’agricoltura, l’occupazione. Diciamo sì alla modernità, ma no al consumismo di bassa lega, all’incultura al rincoglionimento!
– Siamo per gli spiriti liberi, ma ne abbiamo le tasche piene di politici che lasciano circolare droghe pericolose come i cianuri di Rosia Montana [4]!
– Non vogliamo più miseria, una vita al limite della sussistenza, corruzione, fondi pubblici mal gestiti, appalti truccati, unioni politiche assurde (PSD + PNL ?? PD + UNPR?). Vogliamo vivere in pace con le altre etnie del paese, ma non vogliono vendere il nostro onore e i nostri diritti solo per sembrare “politicamente corretti”. Vogliamo una classe politica vera, e siamo abbastanza forti per crearla.
La lista potrebbe andare avanti e continuerà. Fino ad allora, consigliamo senza alcuna arroganza agli “analisti” di studiare le cause, non solo gli effetti. Siamo stufi di “pompieri” che vengono a spegnere l’incendio dopo che le stoppie bruciano (principio applicabile in molte aree, dalla scuola, dalla salute, e perché no, fino alla legge anti-tifosi).

Tramite queste rivendicazioni, alcune più importanti, gli Ultras chiedono SENZA INDUGI la revisione della Legge 4 [5], promulgata con tanta leggerezza dal Presidente. È superficiale, dilettantesca e soprattutto anticostituzionale. Non colpisce solo noi, limita i diritti di tutti i Romeni. Ogni piccolo passo verso la limitazione dei diritti rappresenta un passo enorme verso la dittatura e le catene! LIBERTÀ
Questo testo è stato scritto ad hoc da un Ultras che allo stesso tempo è un ex studente, un giovane che vuole lavorare per il suo paese non per “altri”, figlio di una famiglia comune e vicino delle signore che nutrono i cani vagabondi. Rappresentante di un modo di pensare e di diverse categorie umane.
PACIFICI e APOLITICI di nuovo in Pizza dell’Università!!! Uomini con idee non con le Molotov”

[1] SMURD è l’acronimo di Serviciul Medical de Urgenţă, Reanimare şi Descarcerare (Servizio Medico di Pronto Soccorso, Rianimazione ed Estricazione), il servizio pubblico a rischio di privatizzazione con la nuova legge sostenuta dal presidente Băsescu.

[2] Alexandru Ioan Cuza (Bârlad, 20 marzo 1820 – Heidelberg, 15 maggio 1873), principe di Moldavia e Valacchia (1859-1861), poi principe di Romania (1861-1866), considerato il promotore della moderna Romania indipendente.

[3] Si tratta dell’accordo stipulato lo scorso settembre tra Bucarest e Washington (precedentemente rifiutato da Polonia e Repubblica Ceca) sul dispiegamento in Romania entro il 2015 dei missili americani previsti dal progetto Usa dello scudo antimissile su suolo europeo .

[4] Ci si riferisce al mercato legale delle cosiddette Smart drugs e al progetto della compagnia mineraria canadese Gold Corporation che intende sfruttare l’oro residuo presente nella miniera di Rosia Montana mediante l’uso di enormi quantità di cianuro. Qui qualche ragguaglio.

[5] Le recenti modificazioni apportate alla Legge 4/2008 relativa alla prevenzione e alla lotta contro la violenza durante le manifestazioni sportive sono duramente contestate dai supporter che le considerano in parte anticostituzionali (e non hanno tutti i torti, ma ne riparleremo).

ULTRAS, ROMANIA E PROTESTE

Dietro la fumea lasciata sulle strade di Bucarest dai lacrimogeni appaiono i profili di nuovi protagonisti dello scontro sociale nella Romania di inizio millennio: gli ultras. Dipinti da tutti i commentatori ufficiali come il peggior nemico in assoluto, relegati da tristi politicanti al confine dell’umanità tra i banditi, i selvaggi o le bestie, i supporter delle curve romene escono allo scoperto e spiegano, molto meglio di altri, le mille sfaccettature delle proteste. Certo, parlare di ultras come se si trattasse di una realtà omogenea è sbagliato, a me semplicemente interessa riportare le voci di chi è sceso in piazza prendendosi le randellate dei celerini e gli insulti del mainstream mediatico. Le loro sono testimonianze scritte o raccolte a volo, che non lasciano spazio a molti fronzoli stilistici e a vuota supponenza accademica. Si tratta di frammenti semplici e lucidi che contribuiscono a dipanare il groviglio di rabbia e frustrazione presente nella piazza e a fare il punto sullo stato della scalcinata nazione romena. Ho raccolto un po’ di materiale che può servire a capire meglio questa realtà. Iniziamo con la traduzione dell’intervista a S., un ultras della Dinamo, pubblicata sul sito Vice da di Flavia Constantin. Ho eliminato solo un paio di passaggi per rendere più scorrevole il testo.

Cosa ti infastidisce di più?

L’infelicità diffusa. Non possono essere più concreto, ci sarebbe troppo da dire.

Il 15 gennaio ti sei sentito ultras o teppista?

Il 15, a commettere gli atti di vandalici sono stati solo dei romeni che hanno agito in modo teppistico. Il vandalismo non è appartenuto strettamente agli ultras. Il teppismo si è diffuso tra tutti i rumeni che conoscono le loro rivendicazioni. Le panchine sul viale Bratianu non le abbiamo spaccate né noi, né quelli della Steaua, né quelli del Rapid, ma gente presa dall’adrenalina del momento. Forse ora più persone comprendono le nostre motivazioni.

Il vandalismo era necessario?

Potremmo classificarlo nella categoria del “male necessario.” Non basta avere opinioni. Qualcuno deve assumersi il ruolo dell’istigatore. E non è un termine con connotazioni negative.

Cioè la violenza legittima la protesta?

In nessun caso. Le rivendicazioni legittimano la protesta. La violenza è solo un altro modo di comunicare, quando gli altri mezzi sono stati ignorati o non hanno avuto successo.

Pensi che tutte le persone coinvolte abbiano le stesse rivendicazioni?

No. Purtroppo molti non sanno nemmeno perché sono lì. Bisognerebbe precisare … penso che sia una cosa molta delicata.

Beh, lo è ​​…

 Ero lì perché mi sento preso per il culo da quelli che ho eletto. Ci sono stato perché ho visto che non sono l’unico che si sente in questo modo. Quindi, forse, non sono io il pazzo.

Pazzi o no, le persone hanno reagito insieme. Quella notte non c’erano solo sostenitori della Dinamo, Steaua e Rapid.

No, assolutamente. Questa è stata la cosa più bella. Eravamo tutti assieme. Disillusi e illusi oltre misura. Anche dalle proprie scelte.

Non sei furioso perché le tue aspettative sono state disattese? È come alla partita quando insulti la squadra del cuore, no?

I colpevoli, non la squadra. Li insulto quando vedo che non danno il meglio di sé nel compito che hanno giurato di affrontare nel modo migliore, spero che abbia un senso. L’avversione è contro chi ha dimenticato che sta alla guida la Romania per servire gli interessi di tutti i rumeni. Una vecchia avversione … Arafat [1] è stato solo una scintilla che non sembrava non dovesse più apparire…

Arafat è un eroe anche per gli ultras?

Non è un eroe, è un uomo che ha saputo presentare il suo disappunto per attirare l’attenzione della gente.

Qual è stata la scintilla il 15 notte? Chi ha lanciato il primo petardo?

È stato incredibile. È vero la scintilla siamo stati noi ultras. Abbiamo portato l’atmosfera degli stadi in strada. Con tutta l’adrenalina.

E la miccia?

La mancanza di risposte corrette agli eventi del giorno precedente, le distorsioni dei media che presentavano i celerini come vittime e non come aggressori, i vari discorsi delle “personalità” politiche. Oppure il primo ministro Boc che visita all’ospedale Floreasca un celerino ricoverato durante la notte per motivi non specificati, bloccando l’ingresso in ospedale per la gente che veniva da casa con il cibo per i parenti ricoverati.

Cosa è venuto prima, i lacrimogeni o i roghi, la celere o gli ultras?

I lacrimogeni. Noi abbiamo sfruttato lo spazio con i roghi. Ma non abbiamo appiccato il fuoco per difenderci, lo scopo è stato lo stesso dei lacrimogeni, cioè intimidire i gendarmi.
[…]

Pensi che le proteste avrebbero avuto una eco senza violenza, senza lo spettacolo?

No. Molto probabilmente, senza la violenza tutto si sarebbe limitato agli slogan gridati da quelli che stavano sul marciapiede ed ignorati da chi siede al potere. La circolazione del traffico era normale in un momento anomalo. Il traffico doveva essere bloccato su Boulevard Magheru. La gente voleva uscire in strada, non camminare sui marciapiedi. Si doveva capire che la folla aveva il controllo. È stato incredibile vedere lanciare delle pietre da gente che non ne aveva mai presa in mano una. In quel momento comprendi che non hai nulla da perdere, che sei già nella merda.

Come ha replicato la stampa?

So che è stato picchiato anche un giornalista. Gli ultras l’hanno aiutato. Bisogna cooperare con i media, per influenzarli e cambiare qualcosa. Ma anche la stampa, come la politica, va distrutta e poi ricostruita.

Prossimamente, si farà ancora qualcosa?

Fare qualcosa? Noi facciamo tutto il possibile.

Note:
[1] Raed Arafat è un medico di origine siriana che ha creato da zero il sistema pubblico del servizio ambulanze in Romania. Nominato sottosegretario alla Sanità nel 2007, all’inizio di gennaio si è opposto al diktat presidenziale sulla privatizzazione totale della sanità rassegnando le dimissioni e riscuotendo una vasta solidarietà da parte di migliaia di persone scese in piazza a suo sostegno.

Bucarest brucia?

Tra tutti i commenti sugli scontri di Bucarest io ho scelto (e tradotto) una voce fresca recuperata dal Blog di Vlad Ursulean. Per facilitarne la lettura ricordo semplicemente che, purtroppo, Basescu è il presidente in carica della Romania e che Arafat non è Yasser, ma Raed, il medico di origine palestinese che ha messo a punto il sistema del servizio ambulanze in Romania e che si è opposto al diktat presidenziale per la privatizzazione totale della sanità. I luoghi citati invece si trovano tutti nel centro di Bucarest. Buona lettura.

I giovani addormentati lanciano pietre. “Siamo incazzati neri”
di Vlad Ursulean

Chi sono i teppisti, chi sono i bastardi, chi ha devastato il centro di Bucarest? Ieri sera mi sono ritrovato in mezzo agli scontri di strada, ho evitato sassaiole, ho ingoiato una tanica di lacrimogeni, sono fuggito dai celerini, stavo per essere linciato da alcuni concittadini. E ho scoperto con stupore la risposta: è proprio la “generazione addormentata”, i giovani apatici, quelli che bazzicano per i pub e salvano il mondo con un like. Questa volta l’hanno salvato agitando i pugni verso i celerini, innalzando barricate e lanciando sampietrini.

Suona strano, dopo aver sentito su tutte le tv che si tratta solo di teppisti, di ultras, messi lì da chissà chi cazzo per rovinare la bellezza di una protesta pacifica. I primi scontri sono stati davvero provocati da un gruppo del genere. Poi i celerini hanno caricato spingendolo verso Piazza Unirii. Ed è accaduto qualcosa di bizzarro.

Alle 9.30, in Piazza dell’Università una voce si rincorre. Pare che in Piazza Unirii ci siano i veri casini, là ci si legna con i celerini. Non ne avevo molta voglia, mi sembrava una protesta ultra-stracca e manovrata, ma qualcosa mi ha spinto fin là. E non ero solo.

Un sacco di gruppetti si staccano dalla massa che grida Abbasso Basescu, passano per il sottopassaggio e confluiscono in un torrente di persone alimentato da tutte le stradine del centro storico. Dallo slargo della lupa capitolina non si può passare, c’è un cordone di celerini. Un tipo se ne sta di fronte a loro e sbraita verso quei caschi: “Aho, io non sarei qui se avessi di che nutrire mia figlia!” Facciamo il giro per altri vicoli, dove è pieno di agenti della polizia locale molto rilassati, alla fine troviamo una breccia solo alla locanda Hanul di Manuc.

“Che cazzo?!”
Quando arrivo in Piazza Unirii resto paralizzato e mi viene la pelle d’oca. In mezzo alla strada ci sono due grandi roghi, più lontano si alza una colonna di fumo, verso il mcdonalds, si sentono dei botti come durante un bombardamento e, ooh, urla terribili …

Una squadra di celerini vestiti da tartarughe ninja mi passa vicino di corsa. Uno grida alla radio di adottare nonsoche posizione di lotta di fronte a H & M … Aho, sei pazzo? A Bucarest? Avevo visto cose del genere a Londra, ma qui? “Che cazzo?!” Grida uno dal marciapiede, rispecchiando i miei pensieri.

Mi metto a seguire di corsa i gendarmi, passiamo vicino al secondo rogo, qui fanno una piccola deviazione per affibbiare un po’ di mazzate a quelli che attraversavano la strada, poi si uniscono a un’altra squadra e bloccano la strada di fronte al centro commerciale Unirea. Partono verso il parco Tineretului battendo i manganelli sugli scudi. Fuori dal sottopassaggio li accolgono le pietre. Alcuni ragazzi con sciarpe sul volto escono da dietro un palazzo e li bombardano.

Rispondono con due colpi di lacrimogeni e con dei fuochi d’artificio che gettano scintille dappertutto, spettacolare, come a capodanno. Allora questi erano i botti, penso sollevato, ma non faccio a tempo a finire il ragionamento che devo ficcarmi dietro una macchina per non prendermi una nuova ondata di pietre.

“Siamo incazzati neri!”
I celerini si ritirano. A cento metri, davanti alla millenium bank, alcuni ragazzi devastano la fermata dell’autobus. Spaccano tutti i vetri con delle grosse mazze. Se li incontrassi per strada ti verrebbe da da chiedergli ripetizioni di matematica. Occhiali, capelli ben pettinati, dolcevita vintage, abiti da sfoggiare per le feste.

Inseguiti da tutti gli angoli della piazza approfittano del ritiro dei celerini e si raccolgono all’incrocio del mcdonalds. Scacciano a sassate anche l’ultima camionetta dei celerini, poi esplodono in ovazioni che durano diversi minuti. Arafat! Libertà! Via i bastardi! Sembrano ipnotizzati, camminano sorridendo, come a Capodanno.

Saranno circa 300 persone. Hipster, quelli dell’arcobaleno, loschi metallari, la gente variegata che di solito si può vedere in Lipscani. Sono il pubblico target delle grandi aziende, i consumatori ideali. Ora però non consumano più, distruggono. “Siamo incazzati neri!” grida uno quando la folla se ne ritorna verso l’Università, facendo scorta di sampietrini.



“Basta foto, piglia un sasso!”

Dalle case lì intorno entra nella folla anche una schiera di squatters, rabbiosi perché le hanno prese dalle guardie mentre se ne andavano tranquilli per strada. Li hanno presi per zingari… In prima linea ci stanno i tanto vituperati ultras, a prima vista una decina di persone. Non li si riconosce dai vestiti, anch’io indosso giubbotto, cuffia nera e sciarpa fino al naso per difendermi dai lacrimogeni. Si vede però che sono meglio organizzati, sanno come si muovono i celerini, sono i soli che hanno esperienza di scontri.

All’incrocio con via Coltea ci imbattiamo nei celerini. Si confrontavano con alcune persone, quando hanno visto la folla si sono ritirati verso l’ospedale. Hanno creato un cordone lungo tutta la strada e ci accolgono con due lanci di lacrimogeni e dei fuochi d’artificio spettacolari. I giovani replicano a sassate e cominciano a costruire barricate. Le recinzioni tra le corsie del viale si riempiono una ad una di gruppetti di ragazzi che le sconquassano fino a farle cadere, per poi gettarle su barricate simili a una diga di castori.


“Sti ignoranti ci hanno mandato contro i celerini”

Quelli rimasti più indietro trovano altre attività ricreative. Un tizio scrive con lo spray nero un LIBERTÀ lungo quanto la strada. Una ragazza con borsa a bisaccia “Hello Kitty” a stento trattiene le lacrime quando dice al suo ragazzo: “Questo non se ne va, oh, qualsiasi cosa si faccia!” Dietro di loro, un tizio vestito elegantemente, con un sacchetto in mano, solleva una pietra spigolosa e la accarezza nel suo palmo, ne verifica la tessitura, come fosse un oggetto extraterrestre. Altri giovani discutono di politica. “‘Sti qui non c’hanno manco un po’ di cultura, ‘sti ignoranti c’hanno mandato contro i celerini!” Assomigliano proprio agli studenti che qualche tempo fa hanno occupato la Facoltà di storia. Tutti calpestiamo un tappeto di scatarrate cui abbiamo contribuito diligentemente ogni volta che abbiamo ricevuto in regalo dei gas lacrimogeni.

È facile dire la colpa è dei supporter, in realtà i manifestanti erano molto diversi. Sia quelli che agitavano striscioni, sia quelli che lanciavano pietre. Presso la statua dell’Università c’era un gruppo frichettoni con un pezzo di cartone su cui c’era disegnato solo un grande cuore. In piazza Rosetti un gruppo di supporter spaccava i vetri di una Dacia del Ministero degli Interni, e dieci metri più in là degli hipster occhialuti e anticapitalisti fermavano le macchine e urlavano: “Dove andate? Scendete a protestare! ”

Forse sono stati tutti provocati e manipolati. Ma sulle strade si diffondeva la loro rabbia, vera come il gas dei lacrimogeni. Rabbia per i corrotti, gli incompetenti, per un sistema che li maltratta e li caccia dal loro paese. Questa rabbia non era fasulla. E la gente imparava a rilanciare i lacrimogeni contro i celerini con la stessa naturalezza con cui si impara a giocare a Farmville.

“Ehi, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

Indietro a Via Coltei, la situazione diviene disperata. I manifestanti hanno resistito a numerosi assalti, ma ora i celerini si avvicinano anche dall’altra parte, da piazza Unirii. “Ci prenderanno, oh, nel mezzo, come delle minchie!” grida un tizio sfigurato dalla disperazione. Tutto diventa più brutale. Si sfasciano cartelloni pubblicitari. La fermata presso Sfantul Gheorghe è fatta a pezzi. Con bastoni, pietre, ferri raccolti da terra. Uno è salito su un’edicola e scardina una telecamera di sorveglianza, poi la sfascia in tripudi. Gli slogan diventano più radicali. “Facciamo il culo anche a quelli delle tv, che fanno milioni sulle nostre spalle!”

Improvvisamente, un tizio si accorge che ho una videocamera in mano e un’altra sulla testa e che ho filmato tutto. Si precipita verso di me e gli altri lo seguono. “Ehi, sono giornalista!” riesco a dire prima che questi si piantino sul mio petto, spintoni, uno afferra la videocamera, gliela riprendo, gli do uno strattone e faccio un salto indietro, poi appaiono altre persone che mi difendono – “Ooh, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

“Far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo!”

Auguro un felice anno nuovo ai miei salvatori e me la svigno per le stradine, aggirando i celerini che avanzano battendo le mazze sugli scudi. È il momento perfetto per la ritirata, perché questa volta li caricheranno per bene. Il ministro degli Interni ha approntato un’unità di crisi, si inviano rinforzi, le truppe speciali di pronto intervento si infiltrano nel centro.

Di fronte al Circolo Militare, in un androne accanto a Pizza Hut, decine di giovani circondati dalle forze speciali stanno rannicchiati . Nessuno si muove, sembrano dieci polli congelati. Uno degli agenti urla agitando il manganello: “A me lanci pietre, eh? Per far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo! “Quando vede la mia telecamera si precipita verso di me con il manganello. Gli ficco sotto gli occhi la tessera di giornalista e si rilassa un po’, abbassa il manganello e mi spinge via con la bici e tutto il resto.

Gustave Le Bon in azione

Entro in un bar del centro storico, dove si sono radunati molti giornalisti per discutere su che cazzo sia successo. Al nostro tavolo sta anche uno di quelli che la TV aveva descritto come un ultras. “Che macello, amico! ! Gustave Le Bon in azione” Ingoia un sorso di birra e aggiunge sorridendo: “Oh ma quanto costerà uno spot per detersivi nel prime time della rivoluzione”?

All’una e mezza me ne torno a casa. Viale Brătianu è uno specchio, la nettezza urbana lavora da fare invidia al servizio ambulanze, ti accorgi appena che è accaduto qualcosa. Sembra che il vento abbia soffiato un po’ troppo forte.

Le puttane sono al loro posto sui viali, passando accanto a loro, mi ricordo divertito della frase che questa notte mi ha levato più volte dai guai: “faccio solo il mio dovere!”

Le foto e l’articolo Tinerii adormiți aruncă cu pietre. “We are fucking angry!” sono di Vlad Ursuleanu la traduzione è mia.

Fuori dal coro

Dieci anni fa tenni dei corsi all’Università di Bucarest. Tre persone resero davvero splendido questo periodo. Al primo posto Mihai Onea, con cui consumavo nottate infinite tra ristoranti, bar, lucky strike senza filtro e gitanes papier mais a parlare di tutto il cinema visto, di tutte le gallerie della città, di tutte le carte e cartacce lette e rilette. Guida diurna, invece, era la mia instancabile Lucetta degli occhi Panait – la greca – che mi scarrozzava per le vie, le viuzze, le case e le chiese più incredibili di questa città. In mezzo ci stava Irina. Irina la incontravo a un corso facoltativo piazzato tragicomicamente alle otto del mattino: io uscivo dalle mie due ore di sonno, mentre lei arrivava direttamente dal turno di notte trascorso al telefono dell’ambasciata russa, gli altri, saggiamente, dormivano. Irina era una romena di Jakutsk – Siberia (non vi sto a spiegare come e perché suo padre fosse arrivato là). Frequentava parallelamente l’Università di Bucarest e quella di Mosca. In Romania – grazie alle strade imperscrutabili che portano dalla Terza Roma a Roma – aveva scelto come seconda disciplina l’italiano. Quasi sempre le lezioni con Irina naufragavano dolcemente verso Est. Come un pirata alla deriva passavo il tempo con lei a parlare di Bulgakov, Rozanov, Brodskj, Ahmatova, Cvetaeva (cioè цветаева), Osip Mandelstam e dell’antimodernismo della prosa di Valentin Rasputin. Capitava di scivolare sulla politica e allora si poteva trascendere fino a Dughin e Limonov … se sapessi dove si trova oggi discuterei volentieri con Irina del nuovo libro di Vasile Ernu (il secondo per la precisione). Partiamo dalla copertina: Alexander Kosolapov, ovvero la tragicità della storia (Lenin) e l’impenetrabilità divina (Cristo) che scortano la leggerezza del nostro presente: Mickey Mouse. Dietro questa paradossale immagine ci sta Ultimii eretici ai Imperiului – Gli ultimi eretici dell’impero, seconda opera di Vasile Ernu. Ernu fa parte di un nutrito gruppo di artisti e scrittori provenienti dall’isola che non c’è: la Repubblica Moldavia. Figure esuberanti, un po’ selvatiche, capaci di scombussolare la quiete del giardinetto culturale romeno Qui basterebbe citare le sferzate del monaco – scrittore Savatie Bastavoi o l’oltranzismo letterario di Alexandru Vakulovski ( lo scorso aprile espulso per due anni dalla Romania perché privo di documenti!) con il suo Cronifogario (Letopizdetz !)…oppure il groviglio punk folk degli Zdob si zdub. La Moldavia attualmente è la parte maledetta della storia romena. È il luogo in cui le ombre del lembo estremo della latinità e dello slavismo si sovrappongono e sciolgono molte delle frigide certezze della Romania contemporanea. Una faglia che continua a produrre profondi interrogativi e pessime risposte. Anche il libro di Ernu si alimenta in modo schietto di paradossi e provocazioni, per sovvertire – non un regime politico – ma le placide sicurezze dell’intellighenzia post-ceausista. “Gli ultimi eretici dell’Impero” si articola attorno a una narrazione epistolare tra Vasiliy Andreevici e A.I., il Grande Istigatore. In realtà lo scambio di missive risulta essere un pretesto per discettare sulla natura della Santa Madre Russia (soprattutto, ma non esclusivamente, nella sua ipostasi comunista), dei suoi rapporti con la “patria muma” romena, delle radici alcolizzate del capitalismo americano, dell’infinita transizione dell’impero sovietico, della ostalgia, del terrorismo e di mille altre cose senza rendere conto a nessuno e, in particolare, allo sviluppo di un possibile racconto. La farcitura dell’opera è tutt’altro che dietetica. Ernu mescola nel suo libro banalità sconcertanti (tipo: “il più importante fenomeno del periodo interbellico è senza se e senza ma l’avanguardia romena” ora, senza se e senza ma, questa affermazione è una puttanata) a sassate impertinenti lanciate nei confronti della mediocrità bancaria contemporanea. Del libro ho amato il tono irriverente e anticonformista, le ripetute citazioni di Varlam Salomov che davvero è uno dei più grandi scrittori di sempre, ma non le castronerie sparate su Solzhenitsyn. Intrigante è la presenza più o meno occulta di Dan Ungureanu che offre delle audaci prospettive geopolitiche attraverso il duo Ilf e Petroff (a proposito il 6 maggio 1976 ore 21 alla TV si trasmetteva proprio le Dodici Sedie di Ilf e Petrov, in Friuli venne giù di tutto e d’allora non siamo più gli stessi). Sempre da questa fonte arrivano pagine acidissime sulla mentalità romena, veri distillati di odio di sé (ura de sine) che caratterizzano da tempi immemori questa nazione. Tra i passaggi destinati a creare sconcerto segnalo quelli dedicati alla presenza delle truppe sovietiche in Romania, il cui ritiro precoce, secondo Ernu, non fu per nulla provvidenziale, anzi segnò in peggio il destino del paese. Oppure le osservazioni statistiche sulla rapidissima moltiplicazione di membri di partito nella Romania comunista e la loro miracolosa scomparsa nel giro di una nottata nel dicembre 1989. Insomma questo volume ci serve una densa seljanka (soleanca) ma lascia i commensali più schizzinosi liberi di scartare i pezzi più indigesti. Mi piacerebbe passare una serata davanti a questo piatto fumante con Vasile Ernu, anche per verificare quanto scrive sullo stile della sbronza russa e su come alleviarne i postumi, sicuramente avremmo molte cose da dirci e poche su cui trovarci d’accordo, ma questo è tipico per chi ama gli eretici.

P.S.

queste quattro righe le dedico fraternamente a Raffaele – mai sfuggito alla scomoda posizione dell’eretico – di cui qualche settimana fa è caduto il terzo anniversario della scomparsa…vesnica pomenire.


agosto: 2017
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