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Munkácsi

munkacsibike

Motorbiciklista Budapesten, 1923.

Marton (Martin)  Munkácsi

Cluj-Napoca ( Kolozsvár ) 1896 – New York 1963.

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o svastica pe poponetul unui ponei

“Vandali. Ci hanno sempre chiamato così. A ragione spesso. Non c’è niente da fare, ci piace così, una sensazione adrenalinica di un’intensità difficile da spiegare. Il gusto della trasgressione fa parte di tutti noi, il metterlo in pratica è una scelta di pochi”.

Dumbo ex writer

Nell’ultima settimana  in Romania si è fatto un gran spettegolare su una mostra oraganizzata presso il Centro Culturale Romeno di New York. Al centro dell’attenzione un tris di artisti: Linda “Nuclear Fairy” Barkasz, Laurentiu “IRLO” Alexandrescu and Marwan “Omar” Anbaki, una ratatouille onomastica sintetizzata con buon gusto – almeno gastronomico – in una denominazione  collettiva:  Zacuska Senzual.

L’accusa che plana sui tre moschettieri è di avere dato vita ad uno spettacolo grottesco farcito di pornografia e, udite udite, suggestioni antisemite. Quest’ultima imputazione, che per i critici più virulenti sembra essere la più grave, si riferisce in particolare a menorah riprodotte in contesti poco consoni, alla caricatura di un rabbino in macchina e, soprattutto, allo svastika nero tatuato sul sedere di un my little pony, ovviamente rosa.

La polemica è montata subito assumendo delle connotazioni e delle dimensioni  che i tre poveretti della Zacuska non avrebbero mai immaginato di potere smuovere. In un orgasmo multiplo dettato da  velleitarismo politico spicciolo, detrattori e difensori della Zacuska Sensuale sono arrivati a coinvolgere nel caso addirittura il presidente Basescu, chi per osteggiarlo, chi per elogiarlo.

Nella zuffa a distanza tra le due fazioni si è letto e detto un po’ di tutto e, sinceramente, entrambe le parti non ne escono bene.

L’evento al centro delle polemiche titola un po’ furbescamente Freedom for Lazy People! e almeno nelle intenzioni dei curatori dovrebbe rendere conto di una nuova infiorescenza dell’arte romena: la street art, più che una definizione per circoscrivere una tendenza, un baule in cui puoi trovarci di tutto, quindi, alla fine, il nulla.

Pur standosene  lontana dai toni  trionfalistici e allo stesso tempo catastrofici espressi dai promotori dell’evento – “While gentrification in New York and the politics of cleansing tend to erase legendary traces of graffiti that inspired artists all over the world, street art flourishes in Eastern European cities” – la migrazione di immagini, testi, azioni  eccetera – eccetera su strade, muri e dintorni merita attenzione e osservazione, fuori e dentro la Romania.

Mi viene voglia di far partire gli esempi romeni più eloquenti  dal tricolorismo esaperato dell’ex sindaco Gheorghe Funar di Cluj, poiché se sgraviamo l’espressione pubblica da ogni pregiudizio ideologico,  il rosu, galben és albastru disseminato in tutta la città dall’ex primo cittadino transilvano non era poi così  differente dai tag ossessivi lasciati in giro per Milano da un writer devastante come Dumbo . Certo: da una parte le guardie, dall’altra i ladri, ma il codice, l’idea dell’esserci ancor prima del significare è la stessa. Più che attraverso i graffiti, gli sprazzi di un nuovo linguaggio visuale nelle città romene per me arrivano con gli stencil (sabloane) chiazze iconiche con il dono di una sintesi quasi sempre elaborata  sul paradosso, sul duplice binario di una società bilicata tra lacrime e risate. Ecco allora il condensato effimero del volto di Ceausescu alato che dichiara “Vengo tra cinque minuti”, la replica del presidente Basescu “ Me ne vado tra cinque minuti” dell’incostante iconaro Gorzo, il “classico” Eminescu –Eminem, il Cristo Wanted oppure la Pipa di Magritte e altri ancora. Per il writing romeno cedo al mio estremismo di fondo e cito un un pezzo di un minimalismo secco (mi verrebbe da dire quaresimale, de post) nobilitato dall’obiettivo di tale mariaaaR ex weird’n’sweet: ce sa scriu?

Ma ritorniamo nella Little Romania di New YorK. La mostra, almeno per come la si può vedere in via virtuale, rimane un evento mal concepito: troppo caricata di aspettative, dalla strada scivola nel proprio cimitero:  l’Istituto Culturale Romeno, un caveau in cui la potenzialità espressiva della trasgressione urbana viene ingabbiata in una docile logica  di palazzo da cui, non senza un perché, decorrerà anche una solidarietà programmatica artificiale, come dire una sorta di padrinaggio (nasie) mediatico-politico con giustificazioni e spiegazioni a volte ancor più imbarazzanti delle accuse rivolte contro l’evento stesso.

Giocata su un sentiero banalmente configurato tra un realismo pulp e un simbolismo ostentato, la kermesse newyorkese dei tre giovinotti romeni richiama  atmosfere e figure uscite da Juxtapoz Art, ma non riesce ad andare oltre alle sensazioni un po’ alticce di una festicciola universitaria (chef) : fretta, voglia di alterare/alterarsi, confusione  e idee dominate dalla contingenza.

Certo, il delirio politicamente angagé della crew di Antena3 risulta  assolutamente  insopportabile, tanto più che i cerberi di Voiculescu  se la sono presa soprattutto con il cavallino svasticato che invece – per quello che ho potuto sbirciare via interniet – grazie a un miscuglio di innocenza, forza e incosapevolezza è il tassello  migliore della mostra. 

Cavalcando questo my little pony consegnerei ai goblin dell’ ICR di New York e ai troll di Antena3 il dipinto di Gorzo che ritrae Basescu con baffetti alla Hitler, non prima di avere ricordato loro che a specifica domanda su cotanto simbolismo,  l’artista precisò trattarsi non di petites moustaches, ma di peli pubici. Sono certo che farei la gioia degli uni e degli altri.

SAVUSPIA

Mentre i turioni edibili della giovane letteratura romena diventano sempre più rari e meno succulenti, anche perché ormai in questa nicchia editoriale vige un quasi monopolio della Polirom (che possiede pure la dependance della Cartea Romanesca), nel mondo delle arti visuali tira altra aria…la scena ribolle, si chiacchiera, si critica, si espone un po’ ovunque in Europa e nel resto del mondo. Poi, soprattutto,  si vende. Prendiamone uno a caso di questi artisti “tineri” : Serban Savu (classe 1978). L’occhio di Savu è intento a scorgere gesti banali, rituali posticci, frammenti di un peep show sociale che in latenza manifestano l’ansia di una realtà indistinta. Di qui poi si potrebbe prendere il largo e navigare sui cavalloni del panopticon, che in Romania prima passa attraverso lo stato – il regime comunista-, poi si trasfigura nella maldigerita società dei consumi e quidi risale dal buco della serratura artistico di Savu e di molti suoi compagni d’armi (Victor Man, Mircea Suciu, Cristi Pogacean ecc. tutti della combriccola di Cluj) per offrirsi al nostro sguardo. Frammenti di vita, quelli di Savu,  colti da lontano che esprimono la poetica scabra della transizione romena, dove gli sfondi sfocati dominano e i volti scemano in una paradossale tensione. Savu, secondo alcuni, rielabora la desolazione di Edward Hopper, e ci sta, ma solo se il tutto lo filtriamo  con le lenti dell’arte e della società ex sovietica, mettendoci dentro, per quanto possa sembrare sballato, Wilhelm Sasnal, Andro Wekua e un pizzico di (post) Ceausescu.


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