Posts Tagged 'Hitler'

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Due brevi postille alla galleria hitleriana pubblicata nei mesi scorsi:

Partiamo da Victor Brauner il pittore monoftalmico di  Braila, che fa di Hitler una specie di San Sebastiano matto:

e un disegno:

L’altra citazione artistica di Adolf  meriterebbe una lunga introduzione piena di divagazioni personali  che si  dipanerebbero lungo la mia microbiografia  adolescenziale e, dunque, per decenza, ve la evito.In ogni caso si tratta dell’autoritratto in chiave hitleriana del  signor mago-pittore  Austin Osman Spare. Si insomma se ascoltavate i Coil,  Zoskia l’aveva tirata fuori lui.

Fuori tema (ma mica tanto) aggiungo questo : volevo fare un link per unire la citazione dei  Coil all’ultimo progetto musicale di  Peter Christoferson, SOISONG, vado sul loro myspace e scopro che  Peter Christoferson è morto ieri.

Sit tibi terra levis

sarà successo perché  da giorni penso al   fraterno amico  Raffaele di Deco  alias Cariddeo scomparso 4 anni fa?



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Lo scandalo   Cattelan-Hitler  è stato  anticipato   nel luglio scorso da una vicenda molto simile   che ha coinvolto  l’artista siciliano neo-pop Giuseppe Veneziano e la sua mostra organizzata a Santapietra. Le polemiche questa volta sono scoppiate perché  Veneziano ha deciso di pubblicizzare la sua antologica  patrocinata dal comune lucchese attraverso il quadro “La madonna del Terzo Reich”, ossia un rifacimento di una celebre Madonna con Bambino di Raffaello,  dove però  al posto  di Gesù appare Hitler. Ovviamente anche in questo caso si  è mobilitato il solito armamentario di censori che  si sono spinti fino ad accusare l’artista di blasfemia e di apologia di nazismo  [1]. Veneziano ha replicato  pacatamente: “Ho scelto la Madonna del terzo reich quale simbolo della mia mostra, perché ritengo sia la più rappresentativa delle mie opere. So che parlano di tele blasfeme, ma in tutta sincerità non capisco: ho letto da qualche parte che Gesù non si è mai scandalizzato, ma i farisei sì: a voi le conclusioni”.  Vorrei svolgere due osservazioni. Conoscendo l’amicizia che lega i due artisti, mi viene da pensare che la scelta hitleriana di Cattelan (il cui volto  appare in un ritratto esposto nella mostra di Veneziani ) rappresenti una sorta di citazione scherzosa dello scandalo artistico messo in piedi a Pietrasanta, un gioco nel gioco (tanto più che nella mostra milanese di Cattelan il pupazzo di Hitler non c’è). La seconda questione invece riguarda  i comuni italiani, con i loro sindaci, i loro assessorini alla cultura et similia che smaniano per organizzare  eventi artistici alla moda senza avere la più pallida idea di chi o cosa  stiano patrocinando. Il caso di  Veneziano poi è talmente clamoroso da diventare quasi ridicolo. Nel 2009 la Madonna del terzo Reich era stata pesantemente contestata  (ma anche acquistata) durante  Art Verona. Veneziano imposta tutta la sua opera rivisitando  l’arte del passato, mescolando personaggi storici, sacralità,  cultura pop e cronaca,  inoltre ha una certa  passione per l’iconografia hitleriana manifestata in  quadri come Il segreto di Hitler (il titolo forse richiama l’opera di Dalì) [2], in cui il leader nazista  appare dotato di  due procaci  zinne, oppure Novecento che immortala Mussolini, Stalin, Hitler e Berlusconi mentre partecipano a  un’allegra orgia assieme a Cicciolina, Jessica Rabbit, Biancaneve e altre. Morale:  se  dai il patrocinio a  una mostra di Veneziano sai cosa aspettarti, compresi i manifesti  con il volto di  Hitler-Gesù.
Lontano dallo stile burlesco,   ma sempre sulla scia della citazione,  è l’ottimo The Wandeling di Luc Tuymans   che richiama le atmosfere di Caspar Friedrich.
Rudolf Herz  invece è l’autore dell’installazione ZUGZWANG: una stanza sulle cui pareti si alternano, seguendo  il disegno di una scacchiera, i ritratti fotografici del Führer  e quello di Marcel Duchamps. Ad  accomunare  i ritratti è il loro  autore, il fotografo tedesco Heinrich Hoffmann che a suo tempo immortalò i due personaggi. Secondo  Herz  esiste una collegamento tra queste due  figure:  funziona per contrasto,  come  una partita di scacchi tra l’arte “degenerata” delle avanguardie  e  quella  pura e irregimentata difesa  e interpretata da Hitler.
Già, Hitler era anche un artista,  e allora perché non recuperarne alcuni acquarelli  per reinterpretarli. Detto e fatto:  ci hanno pensato i fratelli Jake e Dinos Chapman che un paio di anni fa  hanno acquistato all’asta 13 opere di Hitler  per poi ritoccarle   con  arcobaleni, stelline, cuoricini e altri interventi scanzonati. Il tutto è stato esposto in una mostra intitolata If Hitler had been a Hippy How Happy Would We Be, una meditazione su  quale sarebbe stata la sorte del mondo se il   leader nazionalsocialista   fosse stato ammesso all’Accademia di Vienna.  I Chapman hanno  sborsato 115000 sterline per i 13 disegni esposti durante la mostra , ma ne hanno recuperate 685.000 vendendoli: miracoli dell’arte degenerata!
Le apparizioni di Hitler sulla scena dell’arte contemporanea prendono le fogge più assurde o deliranti: c’è   Nir Avigad che ha  realizzato ed esposto  150 ritratti-vignette del dittatore tedesco in stile computer-cartoon [3]. Il suo collega Boaz Arad ha  invece esibito un tappeto  umano con il volto di Hitler[4]. Hitler può diventare una teiera per l’artista americano  Charlie Krafft,[5] un feto per Alexandre Nicolas [6],  dulcis in fundo,  se ti capita di avere una madre “creativa” e danese  (ma nata in Norvegia)  potrebbe metterti  in  divisa e baffetti per  trasformarti in un’opera d’arte a forma di Hitler[7].

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“L’Arte della provocazione” è il sintagma-cliché con cui i giornali amano impacchettare  l’opera dell’artista italiano Maurizio Cattelan.  La scelta di piazzare l’immagine di Adolf Hitler, inginocchiato con le mani giunte mentre chiede perdono, per pubblicizzare la sua prossima mostra organizzata in collaborazione con il comune di Milano, quindi non avrebbe dovuto costituire una sorpresa. Il comune meneghino invece ha deciso di rinunciare all’affissione dei manifesti (già stampati), accogliendo le proteste avanzate dalla comunità ebraica che considera l’immagine “un messaggio inopportuno” capace di urtare “la sensibilità nostra e di molti”. Contro il veto si sono espressi Vittorio Sgarbi e Oliviero Toscani che hanno suggerito all’artista di rinunciare alla mostra, perché “o un artista è libero di esprimersi o è un impiegato”[1]. Cattelan precauzionalmente ha invece preferito l’arte del compromesso e la sua personale sarà pubblicizzata attraverso mezzi meno trasgressivi. La vicenda è grottesca, tanto più che l’immagine incriminata riproduce una celebre installazione intitolata Him, che qualche anno fa è stata acquistata per la cifra record di 10 milioni di dollari dall’ebreo americano di origine austriaca Stefan Edlis, a quanto pare sopravvissuto dei campi di concentramento! [2].
L’arte contemporanea è un moloch che divora tutto e tutti, Hitler non fa eccezione.  Anzi, le citazioni hitleriane nelle opere degli ultimi 70 anni abbondano. George Grosz, l’artista “degenerato” della Neue Sachlichkeit, nel 1944 dipinge “Caino, o Hitler all’inferno”, opera in cui il Führer è ritratto seduto in uniforme, con un’espressione triste, mentre si asciuga la fronte con un fazzoletto. Hitler è immerso in un’atmosfera infuocata attorniato da mucchi di scheletri. Per rimanere sempre nello stesso ambiente artistico (e nel medesimo richiamo religioso), si può ricordare il quadro I sette vizi capitali di Otto Dix. Tra le figure allegoriche rappresentate nell’opera spicca un bamboccio con il volto di Hitler (Invidia) che cavalca un’orrida vecchia (Avarizia). Il quadro è del 1933 ma i baffetti sembra che Dix li abbia dipinti solo nel dopoguerra.
Negli stessi anni il fotografo di origine tedesca Erwin Blumenfeld pubblicava in Olanda una serie di fotomontaggi che trasformavano il volto di Hitler in un teschio irreale e spaventoso.

Di tutt’altro genere le suggestioni hitleriane presenti in alcune opere di Salvador Dalì. Il pittore surrealista ha coltivato una vera ossessione/passione per il dittatore tedesco verso cui nutriva una paradossale attrazione erotica, spesso immaginandolo come una donna. “Proclamo lo sguardo e le spalle molli di Hitler dotate di un lirismo poetico irresistibile” scriverà nel 1933, confessando di essere “affascinato dai fianchi bianchi e grassocci di Hitler… la più che divina carne di una donna di pelle bianchissima”, il Führer, infatti,  spesso appariva  nei suoi deliri erotici come una donna. La prima citazione iconica si trova nel quadro L’Enigma di Hitler del 1939: sullo sfondo una spiaggia con delle figure minuscole, in primo piano un arbusto secco su cui poggia un enorme ricevitore telefonico deformato da cui scende una goccia, da un rametto pende un pipistrello minuscolo, all’estremità opposta un ombrello. Sotto la cornetta vi è un piatto, sul lato destro un pipistrello con le ali spiegate trascina il contenuto di un’ostrica, dentro il piatto alcuni fagioli e un microscopico ritratto di Hitler. Distaccata una figura femminile osserva la scena. Il quadro portò quel bacchettone  di André Breton a lanciare contro Dalì un vero anatema con l’accusa di simpatizzare per il dittatore tedesco. Dalì replicò così: “Ho dipinto L’enigma di Hitler che, a prescindere da qualsiasi intento politico, ha riunito tutti gli elementi della mia estasi. Breton era indignato. Egli non era disposto ad ammettere che il signore del nazismo per me non fosse altro  che un oggetto di delirio inconscio, una forza prodigiosa autodistruttiva e catastrofica”. Alcuni critici vedono nell’opera un’allegoria dell’imminente scoppio della guerra preannunciata dagli accordi di Monaco: l’arbusto secco sarebbe un ulivo, la cornetta corrisponderebbe al dialogo impossibile, l’ombrello pendente dal ramo alluderebbe al primo ministro inglese Neville Chamberlain, i pipistrelli all’oscurità ecc. Forse anche in questo caso si esagera. Ma vediamo che dice Dalì: “Ho sentito questo dipinto come profondamente profetico. Ma confesso che non ho ancora capito l’enigma di Hitler. Egli mi ha attratto solo come un oggetto delle mie fantasie folli e perché ho visto in lui un uomo unicamente capace di rivoltare completamente tutto sottosopra”. In altri due dipinti Dalì ritorna sull’immagine di Hiltler. Il primo è Metamorfosi del volto di Hitler in un paesaggio al chiaro di luna con accompagnamento del 1958. In questo quadro Hitler è rappresentato dai soli baffi, ma l’immagine è visibile solo ruotando l’opera. Mantenendo il quadro nella sua posizione normale nello spazio chiaro contornato dagli alberi si ha l’impressione di vedere ancora una mezza faccia. Attraverso questi giochi illusori l’artista sembra sottolineare che la figura di Hitler per lui risiede nella sfera delle allucinazioni, del sogno, dei miraggi. L’ultima apparizione hitleriana è del 1973, il titolo è eloquente: Hitler che si masturba. Si tratta di un acquarello delirante  in cui il Führer in divisa si trastulla stando seduto su una poltrona che pare fondersi in un gruppo di cavalli con gambe di legno che sprofondano nella neve. Il tutto sembra riallacciarsi alle farneticazioni erotiche di Dalì riportate nelle sue  Confessioni inconfessabili: “Hitler mi attizzava al massimo. La sua schiena grassa, soprattutto quando lo vedevo comparire in uniforme con la cintura Sam Browne e con le bretelle che stringevano la sua carne, suscitava in me un delizioso brivido gustativo che partiva della bocca e mi produceva un’estasi wagneriana” (- continua)

o svastica pe poponetul unui ponei

“Vandali. Ci hanno sempre chiamato così. A ragione spesso. Non c’è niente da fare, ci piace così, una sensazione adrenalinica di un’intensità difficile da spiegare. Il gusto della trasgressione fa parte di tutti noi, il metterlo in pratica è una scelta di pochi”.

Dumbo ex writer

Nell’ultima settimana  in Romania si è fatto un gran spettegolare su una mostra oraganizzata presso il Centro Culturale Romeno di New York. Al centro dell’attenzione un tris di artisti: Linda “Nuclear Fairy” Barkasz, Laurentiu “IRLO” Alexandrescu and Marwan “Omar” Anbaki, una ratatouille onomastica sintetizzata con buon gusto – almeno gastronomico – in una denominazione  collettiva:  Zacuska Senzual.

L’accusa che plana sui tre moschettieri è di avere dato vita ad uno spettacolo grottesco farcito di pornografia e, udite udite, suggestioni antisemite. Quest’ultima imputazione, che per i critici più virulenti sembra essere la più grave, si riferisce in particolare a menorah riprodotte in contesti poco consoni, alla caricatura di un rabbino in macchina e, soprattutto, allo svastika nero tatuato sul sedere di un my little pony, ovviamente rosa.

La polemica è montata subito assumendo delle connotazioni e delle dimensioni  che i tre poveretti della Zacuska non avrebbero mai immaginato di potere smuovere. In un orgasmo multiplo dettato da  velleitarismo politico spicciolo, detrattori e difensori della Zacuska Sensuale sono arrivati a coinvolgere nel caso addirittura il presidente Basescu, chi per osteggiarlo, chi per elogiarlo.

Nella zuffa a distanza tra le due fazioni si è letto e detto un po’ di tutto e, sinceramente, entrambe le parti non ne escono bene.

L’evento al centro delle polemiche titola un po’ furbescamente Freedom for Lazy People! e almeno nelle intenzioni dei curatori dovrebbe rendere conto di una nuova infiorescenza dell’arte romena: la street art, più che una definizione per circoscrivere una tendenza, un baule in cui puoi trovarci di tutto, quindi, alla fine, il nulla.

Pur standosene  lontana dai toni  trionfalistici e allo stesso tempo catastrofici espressi dai promotori dell’evento – “While gentrification in New York and the politics of cleansing tend to erase legendary traces of graffiti that inspired artists all over the world, street art flourishes in Eastern European cities” – la migrazione di immagini, testi, azioni  eccetera – eccetera su strade, muri e dintorni merita attenzione e osservazione, fuori e dentro la Romania.

Mi viene voglia di far partire gli esempi romeni più eloquenti  dal tricolorismo esaperato dell’ex sindaco Gheorghe Funar di Cluj, poiché se sgraviamo l’espressione pubblica da ogni pregiudizio ideologico,  il rosu, galben és albastru disseminato in tutta la città dall’ex primo cittadino transilvano non era poi così  differente dai tag ossessivi lasciati in giro per Milano da un writer devastante come Dumbo . Certo: da una parte le guardie, dall’altra i ladri, ma il codice, l’idea dell’esserci ancor prima del significare è la stessa. Più che attraverso i graffiti, gli sprazzi di un nuovo linguaggio visuale nelle città romene per me arrivano con gli stencil (sabloane) chiazze iconiche con il dono di una sintesi quasi sempre elaborata  sul paradosso, sul duplice binario di una società bilicata tra lacrime e risate. Ecco allora il condensato effimero del volto di Ceausescu alato che dichiara “Vengo tra cinque minuti”, la replica del presidente Basescu “ Me ne vado tra cinque minuti” dell’incostante iconaro Gorzo, il “classico” Eminescu –Eminem, il Cristo Wanted oppure la Pipa di Magritte e altri ancora. Per il writing romeno cedo al mio estremismo di fondo e cito un un pezzo di un minimalismo secco (mi verrebbe da dire quaresimale, de post) nobilitato dall’obiettivo di tale mariaaaR ex weird’n’sweet: ce sa scriu?

Ma ritorniamo nella Little Romania di New YorK. La mostra, almeno per come la si può vedere in via virtuale, rimane un evento mal concepito: troppo caricata di aspettative, dalla strada scivola nel proprio cimitero:  l’Istituto Culturale Romeno, un caveau in cui la potenzialità espressiva della trasgressione urbana viene ingabbiata in una docile logica  di palazzo da cui, non senza un perché, decorrerà anche una solidarietà programmatica artificiale, come dire una sorta di padrinaggio (nasie) mediatico-politico con giustificazioni e spiegazioni a volte ancor più imbarazzanti delle accuse rivolte contro l’evento stesso.

Giocata su un sentiero banalmente configurato tra un realismo pulp e un simbolismo ostentato, la kermesse newyorkese dei tre giovinotti romeni richiama  atmosfere e figure uscite da Juxtapoz Art, ma non riesce ad andare oltre alle sensazioni un po’ alticce di una festicciola universitaria (chef) : fretta, voglia di alterare/alterarsi, confusione  e idee dominate dalla contingenza.

Certo, il delirio politicamente angagé della crew di Antena3 risulta  assolutamente  insopportabile, tanto più che i cerberi di Voiculescu  se la sono presa soprattutto con il cavallino svasticato che invece – per quello che ho potuto sbirciare via interniet – grazie a un miscuglio di innocenza, forza e incosapevolezza è il tassello  migliore della mostra. 

Cavalcando questo my little pony consegnerei ai goblin dell’ ICR di New York e ai troll di Antena3 il dipinto di Gorzo che ritrae Basescu con baffetti alla Hitler, non prima di avere ricordato loro che a specifica domanda su cotanto simbolismo,  l’artista precisò trattarsi non di petites moustaches, ma di peli pubici. Sono certo che farei la gioia degli uni e degli altri.


agosto: 2017
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