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Romania in rivolta creativa

 

A meno venti anche la rivoluzione può attendere. E allora si può approfondire e raccogliere un altro tassello per comprendere le recenti rivolte romene. Nello scritto che segue (la traduzione è mia)  Vintila Mihailescu [1] svolge alcune riflessioni sui moti di gennaio. La  formula  “generazione della rivolta creativa” non mi piace  granché, ma  il testo offre molti spunti stimolanti, non necessariamente vincolati solo allo scenario romeno.

LA GENERAZIONE DELLA RIVOLTA CREATIVA[2]

La rivolta di gennaio sorprende, e il sonno della comunicazione genera strane visioni. I partiti al potere inizialmente hanno sognato un teppismo periferico, poi una strumentalizzazione politica sotterranea, simulando il dialogo con il resto del paese. Una volta svegliatisi, hanno usato un linguaggio enigmatico. L’opposizione ha sognato di capitalizzare la rivolta popolare e, presagendo che si tratta solo di un sogno, sembra non volersi svegliarsi. Dalla loro sala di rianimazione, i sindacati sembravano pronti ad alzarsi dalla brandina, ma le gambe non hanno retto. In funzione della propria fede e della propria sensibilità, gli intellettuali hanno sognato esegesi sia attraverso la filiera eroica delle manifestazioni di Piazza Università del 1990, sia in chiave satirica alla Caragiale, sminuendo esteticamente il fenomeno. Una maggioranza triste e intorpidita si è voltata dall’altra parte, domandandosi abulica “e chi ci mettiamo al posto loro?”, mentre una minoranza “sulla cresta dell’onda” ha attraversato un piccolo incubo: “ci mancava solo questo, ora peggiorerà il rating del paese!”. Infine, imitando la necessità di vigilanza, diversi commentatori universali hanno applicato un modello epidemiologico, spiegando tutto tramite la proliferazione di eventi tipo “primavera araba” o “Occupy”. Solo la televisione è riuscita a trasformare il tutto in uno show mediatico, a volte professionale e con commenti pertinenti. Forse chimerici, tutti questi discorsi sembrano incapaci di ottenere una comprensione sociale.

In primo luogo questa rivolta non può essere inquadrata globalmente in una sola compagine, non le si può applicare una sola etichetta, definitiva. SE questo perché, da un lato, si tratta di una sorta di war in progress, un divenire, e non uno stato momentaneo; dall’altro, perché la rivolta non è… solo una: sui due marciapiedi di Piazza Università, ad esempio, sono diverse. O, con una rappresentazione metaforica, le differenze possono essere illustrate grazie al seguente esperimento involontario: distribuendo una dozzina di sticker con diversi messaggi di protesta, alcuni „organizzatori“ hanno rilevato che le persone più anziane sceglievano soprattutto quelli con scritto „Via il Governo!“, mentre tra i giovani hanno avuto maggiore successo slogan come “Il vostro disprezzo/la nostra rivolta”. Non è la stessa cosa e, al limite, nemmeno la stessa rivolta.

 


Qual è la peculiarità di questa rivolta?

Un primo suggerimento lo ricaviamo, un po’ inaspettatamente, da un … musicologo: si tratta dell’analisi delle proteste e l’arte degli slogan popolari, realizzata da Marian Balasa-Marin. Senza volere entrare nei dettagli “tecnici” della ricerca, merita un po’ di attenzione un’osservazione essenziale dell’autore: “Al di là di discorsi, interviste, dichiarazioni, perorazioni politiche e promozione televisiva (ignorando la violenza e gli abusi parassitari), forse la forma di protesta più interessante è ciò che la stampa chiama lo “slogan intelligente”. Poiché, specialmente in combinazione con lo scandire, la finezza intellettuale, fa il paio con la sensibilità, con l’esaltazione, con l’arte”. L’argomento è convincente e alla portata di tutti. Qui si sottolinea un aspetto che ha colpito molti, generando però solo riflessi di tipo sensazionalistico: la creatività di questa ribellione, in particolare della sua “componente giovane”. Si può parlare dunque, con sufficiente rigore, della prima rivolta creativa in Romania, nel senso utilizzato per parlare delle “città creative” e delle loro varie forme di intervento militante-artistico nel paesaggio urbano, che sono apparse ultimamente anche nelle nostre maggiori città.

Va anche detto che esiste una continuità tra la “rivolta senza motivo” messa in piedi qualche tempo fa alla Facoltà di Storia e l’attuale “rivolta creativa” di Piazza Università: anche se i “motivi” non sono ancora tradotti in “scopi” precisi (sebbene alcuni stiano delineandosi), l’azione in sé è una sorta di learning by doing, di alfabetizzazione politica di una generazione costretta a diventare autodidatta. Perché questa è la grande rottura che si è verificata in queste settimane: la negazione, non di un politico o di questo o quel gesto politico, ma del linguaggio politico, Non vogliamo essere solo trascinati a votare, vogliamo stabilire un linguaggio per la comunicazione sociale comune e permanente. E questo “linguaggio” non è apolitico, rifiuta solamente l’egemonia del politichese, per riconquistare lo spazio dialogico del politico. Spoliticizzata dal disprezzo e dal disincanto, questa nuova generazione ritorna alla politica, ma imparando per conto proprio la Lingua del pensiero critico, con cui sogna di creare il nuovo supporto del gioco politico in Romania e attraverso cui intende affermare la propria autenticità. Ogni cittadino è il proprio politico! – scandivano in questi giorni dei giovani. Il rifiuto in blocco dell’establishment è il rifiuto di un idioma compromesso, non la rabbia, ancorché giustificata, verso uno o l’altro dei suoi “fruitori”. Come evidenziava Florin Poenaru[3] , uno degli esponenti della “rivolta creativa”, anche la fede quasi mistica nel tecnocrate salvatore, “sebbene profondamente politica, non fa altro che perpetuare la spoliticizzazione e quindi impedisce la costruzione di un vocabolario politico comune e complesso”. Per arrivare a una conclusione che dovrebbe far riflettere gli abbonati al pensiero prêt-à-porter: “quindi, bisognerebbe cambiare prospettiva: non conta quello che vuole dirci Basescu nel ruolo di presidente-capro espiatorio, ma le domande e le richieste che formuliamo noi come società “.

L’attuale “Rivolta creativa” dunque sembra avere un significato di lunga portata, che va al di là del bubbone che scoppia, essendo (anche) una rivolta per, non solo contro qualcosa. In primo luogo, si tratta della scuola creativa di una nuova generazione, che prende coscienza di sé e che ritorna alla politica, come una minoranza, certo, ma “qualificata”, competente e disposta a lottareper un altro tipo di dialogo tra potere e società.

“Sa qual è per me la cosa più importante?” – mi domandava, retoricamente, nei giorni scorsi, una manifestante di Cluj. Sentire che siamo una generazione!

[1] Vintila Mihailescu è un antropologo, docente presso la Scuola Nazionale di Scienze Politiche e Amministrative di Bucarest.

[2] L’articolo è apparso nel n. 416 (2-‘8 febbraio del settimanale Dilema veche.
[3]Il testo integrale di Poenariu si trova sul sito Critic Atac.

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Bucarest: Manifesto Ultras

Da una Bucarest a 15 gradi sotto zero ancora un capitoletto di “letteratura” protestataria su cui si è discusso parecchio in rete: Il manifesto ultras. Si tratta di uno scritto diretto e concreto, a tratti ingenuo e perciò genuino, che aiuta a capire, per chi vuole ancora capire, che i soggetti presenti sulle linee di faglia della società non sono più riconducibili ai vetusti schematismi della destra e della sinistra, al meretricio dei partiti e del mainstream mediatico. Ma al giorno d’oggi già tentare di capire una realtà come quella degli ultras sembra un’azione folle, perché folle è tutto ciò che non può rientrare nella comoda tassonomia ufficiale in auge.

IL MANIFESTO DEGLI ULTRAS ROMENI
“È inverno, possono arrivare tempi e nevicate pesanti. Possono arrivare abusi ancor più pesanti, può arrivare gente affamata a papparsi la torta, a chiedere bottini di guerra senza avervi partecipato. Può arrivare anche il nostro immobilismo, per mancanza di coesione, per la troppa confusione che rischia di diventare passività. Ma il nostro compito è quello di non fermarci. E se Piazza dell’Università si svuoterà, l’ultima persona avrà il dovere di lasciare la luce accesa, non di spegnerla. Basterebbe filtrare attraverso lo spirito Romeno il testo dell’inno nazionale e sapremmo cosa fare. Chi lo dovrebbe fare? Non siamo l’enciclopedia delle verità assolute, ma siamo in grado di fornire esempi:
– I pensionati tosti, che in questi giorni ci hanno dimostrato la profondità del detto “chi non ha  un anziano [se ne compri uno] n.d.t. …”
– gli intellettuali, quelli veri, che ringraziamo per le reazioni e il sostegno e per lo scudo insormontabile alzato contro la pseudo-intellighenzia, i demagoghi, i commissari politici e i dilettanti;
– I lavoratori, che dimostrano come l’inerzia che da 22 anni ci ha avvolto non sia attribuibile ad un popolo indolente, ma a una nazione che ha scordato quali sono le sue potenzialità;
– Gli studenti che possono dimostrare come la vera educazione non sia patrocinata da ministeri fallimentari;
– I veri giornalisti, ormai un’oasi minacciata dalle fiamme alimentate da falsi colleghi che hanno trasformato in deontologia la disinformazione, l’audience e la manipolazione;
– I gruppi socialmente emarginati, da cui possono spuntare diamanti, lo dice Cristo e anche il rapper Sisu: ultras, punk, rapper, hippy, biker, graffittari, hipster (la loro energia, usata in modo positivo, sosterrà la ricostruzione).

Perché fare tutto ciò??? Solo per lo SMURD [1] ? Solo per far cadere un governo e sostituirlo con nuovi arrivisti di un altro colore ma della stessa pasta e sempre privi di sostanza? No. Di nuovo, i motivi sono molti e non facili da articolare in modo compatto. Diamo pure degli esempi:

– Corruzione, che con la scusa della necessità di sopravvivere ormai contagia anche le persone oneste. Milioni di romeni vedono anche nel buio più pesto che da anni e anni a guidarli sono sempre le stesse organizzazioni mafiose, chiamati partiti. È incredibile, eppure è vero, viviamo in un nuovo regime e fanariota e non siamo capaci di trovare un Romeno da far salire sul trono (non è propaganda per la monarchia, è solo una metafora). C’è mancato poco che diventasse primo ministro un tedesco e tutti l’abbiamo sostenuto, perché ormai non essere Romeno è sinonimo di onestà.
– Giornali alla ricerca di sensazionalismo, audience, maestri in giochetti politici e pubblicità per troiette nude, campioni in disinformazione e manipolazione. E tuttavia, la piazza lo capisce capisce! Si potrebbe vivere una settimana senza TV? Diventeremmo come il Congo o come Atlantide?
– Stereotipi e politichese che celano la verità. Il primo ministro Boc parla di libertà di espressione, mentre i celerini annunciano al megafono “Liberate la piazza o usiamo la forza”.
– Organi repressivi costretti ad agire contro i propri fratelli. Sì vogliamo soldati al servizio dei cittadini, come vi avrebbe voluto anche Cuza [2], non mercenari macellai. Sì, lo sappiamo che anche voi tenete famiglia e tante necessità, sì, vogliamo rispettare la divisa, e per questo vogliamo ricevere rispetto, non vedere bambini spinti a terra, donne colpite e insultate e uomini che possono entrare in coma a causa di una bastonata in testa.
– Leggi costruite tramite dibattiti con i cittadini, non approvate in fretta e furia in Parlamento da una maggioranza più interessata ai giochi politici che gli interessi vitali dei cittadini. Leggi applicate solo in vista delle elezioni (arresti di sindaci corrotti come propaganda ed esca per un voto in più).
– Il Centro storico della Capitale? Sì, lo vogliamo di livello europeo, lo vogliamo rinnovato, ma non solo per il profitto dei proprietari dei locali. Lo vogliamo ripulito e valorizzato per vantarcene ed esserne orgogliosi e, perché no, per un turismo vero , che non sperpera centinaia di migliaia di euro per un logo o un portale internet.
– Vogliamo dibattere su tutte le questioni, anche sulle faccende militari. Non vogliamo lo scudo antimissile [3], anche perché non si sa nemmeno che cosa sia per davvero. Non vogliamo fregate spedite inutilmente in missione (o in “dismissione” se volete) e non vogliamo più romeni che combattono in Oriente per il proprio sostentamento, e non per una causa.
– vogliamo rispetto e dignità, non vogliamo essere classificati da avvocati-deputati come vermi, non vogliamo che un anziano (il 16 gennaio, in Piazza Univ.) arrivi con gli stivali lucidati vecchi di cinque anni e con le suole bucate, quando una divetta di provincia ha centinaia di scarpe di lusso che indossa ostentatamente.
– Vogliamo chiudere i centri commerciali e riaprire le fabbriche. Ossia vogliamo far funzionare l’industria, l’agricoltura, l’occupazione. Diciamo sì alla modernità, ma no al consumismo di bassa lega, all’incultura al rincoglionimento!
– Siamo per gli spiriti liberi, ma ne abbiamo le tasche piene di politici che lasciano circolare droghe pericolose come i cianuri di Rosia Montana [4]!
– Non vogliamo più miseria, una vita al limite della sussistenza, corruzione, fondi pubblici mal gestiti, appalti truccati, unioni politiche assurde (PSD + PNL ?? PD + UNPR?). Vogliamo vivere in pace con le altre etnie del paese, ma non vogliono vendere il nostro onore e i nostri diritti solo per sembrare “politicamente corretti”. Vogliamo una classe politica vera, e siamo abbastanza forti per crearla.
La lista potrebbe andare avanti e continuerà. Fino ad allora, consigliamo senza alcuna arroganza agli “analisti” di studiare le cause, non solo gli effetti. Siamo stufi di “pompieri” che vengono a spegnere l’incendio dopo che le stoppie bruciano (principio applicabile in molte aree, dalla scuola, dalla salute, e perché no, fino alla legge anti-tifosi).

Tramite queste rivendicazioni, alcune più importanti, gli Ultras chiedono SENZA INDUGI la revisione della Legge 4 [5], promulgata con tanta leggerezza dal Presidente. È superficiale, dilettantesca e soprattutto anticostituzionale. Non colpisce solo noi, limita i diritti di tutti i Romeni. Ogni piccolo passo verso la limitazione dei diritti rappresenta un passo enorme verso la dittatura e le catene! LIBERTÀ
Questo testo è stato scritto ad hoc da un Ultras che allo stesso tempo è un ex studente, un giovane che vuole lavorare per il suo paese non per “altri”, figlio di una famiglia comune e vicino delle signore che nutrono i cani vagabondi. Rappresentante di un modo di pensare e di diverse categorie umane.
PACIFICI e APOLITICI di nuovo in Pizza dell’Università!!! Uomini con idee non con le Molotov”

[1] SMURD è l’acronimo di Serviciul Medical de Urgenţă, Reanimare şi Descarcerare (Servizio Medico di Pronto Soccorso, Rianimazione ed Estricazione), il servizio pubblico a rischio di privatizzazione con la nuova legge sostenuta dal presidente Băsescu.

[2] Alexandru Ioan Cuza (Bârlad, 20 marzo 1820 – Heidelberg, 15 maggio 1873), principe di Moldavia e Valacchia (1859-1861), poi principe di Romania (1861-1866), considerato il promotore della moderna Romania indipendente.

[3] Si tratta dell’accordo stipulato lo scorso settembre tra Bucarest e Washington (precedentemente rifiutato da Polonia e Repubblica Ceca) sul dispiegamento in Romania entro il 2015 dei missili americani previsti dal progetto Usa dello scudo antimissile su suolo europeo .

[4] Ci si riferisce al mercato legale delle cosiddette Smart drugs e al progetto della compagnia mineraria canadese Gold Corporation che intende sfruttare l’oro residuo presente nella miniera di Rosia Montana mediante l’uso di enormi quantità di cianuro. Qui qualche ragguaglio.

[5] Le recenti modificazioni apportate alla Legge 4/2008 relativa alla prevenzione e alla lotta contro la violenza durante le manifestazioni sportive sono duramente contestate dai supporter che le considerano in parte anticostituzionali (e non hanno tutti i torti, ma ne riparleremo).

Bucarest brucia?

Tra tutti i commenti sugli scontri di Bucarest io ho scelto (e tradotto) una voce fresca recuperata dal Blog di Vlad Ursulean. Per facilitarne la lettura ricordo semplicemente che, purtroppo, Basescu è il presidente in carica della Romania e che Arafat non è Yasser, ma Raed, il medico di origine palestinese che ha messo a punto il sistema del servizio ambulanze in Romania e che si è opposto al diktat presidenziale per la privatizzazione totale della sanità. I luoghi citati invece si trovano tutti nel centro di Bucarest. Buona lettura.

I giovani addormentati lanciano pietre. “Siamo incazzati neri”
di Vlad Ursulean

Chi sono i teppisti, chi sono i bastardi, chi ha devastato il centro di Bucarest? Ieri sera mi sono ritrovato in mezzo agli scontri di strada, ho evitato sassaiole, ho ingoiato una tanica di lacrimogeni, sono fuggito dai celerini, stavo per essere linciato da alcuni concittadini. E ho scoperto con stupore la risposta: è proprio la “generazione addormentata”, i giovani apatici, quelli che bazzicano per i pub e salvano il mondo con un like. Questa volta l’hanno salvato agitando i pugni verso i celerini, innalzando barricate e lanciando sampietrini.

Suona strano, dopo aver sentito su tutte le tv che si tratta solo di teppisti, di ultras, messi lì da chissà chi cazzo per rovinare la bellezza di una protesta pacifica. I primi scontri sono stati davvero provocati da un gruppo del genere. Poi i celerini hanno caricato spingendolo verso Piazza Unirii. Ed è accaduto qualcosa di bizzarro.

Alle 9.30, in Piazza dell’Università una voce si rincorre. Pare che in Piazza Unirii ci siano i veri casini, là ci si legna con i celerini. Non ne avevo molta voglia, mi sembrava una protesta ultra-stracca e manovrata, ma qualcosa mi ha spinto fin là. E non ero solo.

Un sacco di gruppetti si staccano dalla massa che grida Abbasso Basescu, passano per il sottopassaggio e confluiscono in un torrente di persone alimentato da tutte le stradine del centro storico. Dallo slargo della lupa capitolina non si può passare, c’è un cordone di celerini. Un tipo se ne sta di fronte a loro e sbraita verso quei caschi: “Aho, io non sarei qui se avessi di che nutrire mia figlia!” Facciamo il giro per altri vicoli, dove è pieno di agenti della polizia locale molto rilassati, alla fine troviamo una breccia solo alla locanda Hanul di Manuc.

“Che cazzo?!”
Quando arrivo in Piazza Unirii resto paralizzato e mi viene la pelle d’oca. In mezzo alla strada ci sono due grandi roghi, più lontano si alza una colonna di fumo, verso il mcdonalds, si sentono dei botti come durante un bombardamento e, ooh, urla terribili …

Una squadra di celerini vestiti da tartarughe ninja mi passa vicino di corsa. Uno grida alla radio di adottare nonsoche posizione di lotta di fronte a H & M … Aho, sei pazzo? A Bucarest? Avevo visto cose del genere a Londra, ma qui? “Che cazzo?!” Grida uno dal marciapiede, rispecchiando i miei pensieri.

Mi metto a seguire di corsa i gendarmi, passiamo vicino al secondo rogo, qui fanno una piccola deviazione per affibbiare un po’ di mazzate a quelli che attraversavano la strada, poi si uniscono a un’altra squadra e bloccano la strada di fronte al centro commerciale Unirea. Partono verso il parco Tineretului battendo i manganelli sugli scudi. Fuori dal sottopassaggio li accolgono le pietre. Alcuni ragazzi con sciarpe sul volto escono da dietro un palazzo e li bombardano.

Rispondono con due colpi di lacrimogeni e con dei fuochi d’artificio che gettano scintille dappertutto, spettacolare, come a capodanno. Allora questi erano i botti, penso sollevato, ma non faccio a tempo a finire il ragionamento che devo ficcarmi dietro una macchina per non prendermi una nuova ondata di pietre.

“Siamo incazzati neri!”
I celerini si ritirano. A cento metri, davanti alla millenium bank, alcuni ragazzi devastano la fermata dell’autobus. Spaccano tutti i vetri con delle grosse mazze. Se li incontrassi per strada ti verrebbe da da chiedergli ripetizioni di matematica. Occhiali, capelli ben pettinati, dolcevita vintage, abiti da sfoggiare per le feste.

Inseguiti da tutti gli angoli della piazza approfittano del ritiro dei celerini e si raccolgono all’incrocio del mcdonalds. Scacciano a sassate anche l’ultima camionetta dei celerini, poi esplodono in ovazioni che durano diversi minuti. Arafat! Libertà! Via i bastardi! Sembrano ipnotizzati, camminano sorridendo, come a Capodanno.

Saranno circa 300 persone. Hipster, quelli dell’arcobaleno, loschi metallari, la gente variegata che di solito si può vedere in Lipscani. Sono il pubblico target delle grandi aziende, i consumatori ideali. Ora però non consumano più, distruggono. “Siamo incazzati neri!” grida uno quando la folla se ne ritorna verso l’Università, facendo scorta di sampietrini.



“Basta foto, piglia un sasso!”

Dalle case lì intorno entra nella folla anche una schiera di squatters, rabbiosi perché le hanno prese dalle guardie mentre se ne andavano tranquilli per strada. Li hanno presi per zingari… In prima linea ci stanno i tanto vituperati ultras, a prima vista una decina di persone. Non li si riconosce dai vestiti, anch’io indosso giubbotto, cuffia nera e sciarpa fino al naso per difendermi dai lacrimogeni. Si vede però che sono meglio organizzati, sanno come si muovono i celerini, sono i soli che hanno esperienza di scontri.

All’incrocio con via Coltea ci imbattiamo nei celerini. Si confrontavano con alcune persone, quando hanno visto la folla si sono ritirati verso l’ospedale. Hanno creato un cordone lungo tutta la strada e ci accolgono con due lanci di lacrimogeni e dei fuochi d’artificio spettacolari. I giovani replicano a sassate e cominciano a costruire barricate. Le recinzioni tra le corsie del viale si riempiono una ad una di gruppetti di ragazzi che le sconquassano fino a farle cadere, per poi gettarle su barricate simili a una diga di castori.


“Sti ignoranti ci hanno mandato contro i celerini”

Quelli rimasti più indietro trovano altre attività ricreative. Un tizio scrive con lo spray nero un LIBERTÀ lungo quanto la strada. Una ragazza con borsa a bisaccia “Hello Kitty” a stento trattiene le lacrime quando dice al suo ragazzo: “Questo non se ne va, oh, qualsiasi cosa si faccia!” Dietro di loro, un tizio vestito elegantemente, con un sacchetto in mano, solleva una pietra spigolosa e la accarezza nel suo palmo, ne verifica la tessitura, come fosse un oggetto extraterrestre. Altri giovani discutono di politica. “‘Sti qui non c’hanno manco un po’ di cultura, ‘sti ignoranti c’hanno mandato contro i celerini!” Assomigliano proprio agli studenti che qualche tempo fa hanno occupato la Facoltà di storia. Tutti calpestiamo un tappeto di scatarrate cui abbiamo contribuito diligentemente ogni volta che abbiamo ricevuto in regalo dei gas lacrimogeni.

È facile dire la colpa è dei supporter, in realtà i manifestanti erano molto diversi. Sia quelli che agitavano striscioni, sia quelli che lanciavano pietre. Presso la statua dell’Università c’era un gruppo frichettoni con un pezzo di cartone su cui c’era disegnato solo un grande cuore. In piazza Rosetti un gruppo di supporter spaccava i vetri di una Dacia del Ministero degli Interni, e dieci metri più in là degli hipster occhialuti e anticapitalisti fermavano le macchine e urlavano: “Dove andate? Scendete a protestare! ”

Forse sono stati tutti provocati e manipolati. Ma sulle strade si diffondeva la loro rabbia, vera come il gas dei lacrimogeni. Rabbia per i corrotti, gli incompetenti, per un sistema che li maltratta e li caccia dal loro paese. Questa rabbia non era fasulla. E la gente imparava a rilanciare i lacrimogeni contro i celerini con la stessa naturalezza con cui si impara a giocare a Farmville.

“Ehi, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

Indietro a Via Coltei, la situazione diviene disperata. I manifestanti hanno resistito a numerosi assalti, ma ora i celerini si avvicinano anche dall’altra parte, da piazza Unirii. “Ci prenderanno, oh, nel mezzo, come delle minchie!” grida un tizio sfigurato dalla disperazione. Tutto diventa più brutale. Si sfasciano cartelloni pubblicitari. La fermata presso Sfantul Gheorghe è fatta a pezzi. Con bastoni, pietre, ferri raccolti da terra. Uno è salito su un’edicola e scardina una telecamera di sorveglianza, poi la sfascia in tripudi. Gli slogan diventano più radicali. “Facciamo il culo anche a quelli delle tv, che fanno milioni sulle nostre spalle!”

Improvvisamente, un tizio si accorge che ho una videocamera in mano e un’altra sulla testa e che ho filmato tutto. Si precipita verso di me e gli altri lo seguono. “Ehi, sono giornalista!” riesco a dire prima che questi si piantino sul mio petto, spintoni, uno afferra la videocamera, gliela riprendo, gli do uno strattone e faccio un salto indietro, poi appaiono altre persone che mi difendono – “Ooh, stronzi, lasciate stare i giornalisti!”

“Far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo!”

Auguro un felice anno nuovo ai miei salvatori e me la svigno per le stradine, aggirando i celerini che avanzano battendo le mazze sugli scudi. È il momento perfetto per la ritirata, perché questa volta li caricheranno per bene. Il ministro degli Interni ha approntato un’unità di crisi, si inviano rinforzi, le truppe speciali di pronto intervento si infiltrano nel centro.

Di fronte al Circolo Militare, in un androne accanto a Pizza Hut, decine di giovani circondati dalle forze speciali stanno rannicchiati . Nessuno si muove, sembrano dieci polli congelati. Uno degli agenti urla agitando il manganello: “A me lanci pietre, eh? Per far piangere mia mamma? Che pianga la tua, ahoo! “Quando vede la mia telecamera si precipita verso di me con il manganello. Gli ficco sotto gli occhi la tessera di giornalista e si rilassa un po’, abbassa il manganello e mi spinge via con la bici e tutto il resto.

Gustave Le Bon in azione

Entro in un bar del centro storico, dove si sono radunati molti giornalisti per discutere su che cazzo sia successo. Al nostro tavolo sta anche uno di quelli che la TV aveva descritto come un ultras. “Che macello, amico! ! Gustave Le Bon in azione” Ingoia un sorso di birra e aggiunge sorridendo: “Oh ma quanto costerà uno spot per detersivi nel prime time della rivoluzione”?

All’una e mezza me ne torno a casa. Viale Brătianu è uno specchio, la nettezza urbana lavora da fare invidia al servizio ambulanze, ti accorgi appena che è accaduto qualcosa. Sembra che il vento abbia soffiato un po’ troppo forte.

Le puttane sono al loro posto sui viali, passando accanto a loro, mi ricordo divertito della frase che questa notte mi ha levato più volte dai guai: “faccio solo il mio dovere!”

Le foto e l’articolo Tinerii adormiți aruncă cu pietre. “We are fucking angry!” sono di Vlad Ursuleanu la traduzione è mia.


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