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Lo iezen, il Friuli e i sassoni

Timisoara, sarà stato dieci anni fa. Suona il telefono. “Mandi o soi Dino[*]”, dice qualcuno dall’altra parte. “Dino cui ?[**] – chiedo io. “Dino Fedele! O soi vignût in Romanie par cirî une femine, une todescje de Transilvanie! Pueditu judami ?[***]” Io Dino non l’avevo mai incontrato prima, ma incuriosito dalla missione che si riproponeva e dal suo radicale monolinguismo friulano gli do un appuntamento per il giorno dopo. Eccolo, occhialini, camicia a scacchi, salopette e pedule ai piedi: un boscaiolo. Vuole andare in Transilvania per trovare una contadina sassone da sposare e da condurre in Friulistan. E così si apre un pomeriggio lungo e friulano. Mi racconta parecchie cose: da chi aveva avuto il mio numero, pezzi della sua vita, i casini di un fratello finito male. Mi parla anche degli anni passati in Africa e di come i negri catturavano i topi per cucinarli con il pomodoro, non male aggiunge. Ma soprattutto mi chiede delle sassoni. Tutto in friulano, anche l’Africa e i suoi topi (lis pantianis). Aveva una strana teoria o forse un’ultima speranza: credeva che le sassoni conservassero una sorta di purezza contadina, la stessa che in Friulistan ormai era venuta meno. Pasolini che incontra Darré, non male aggiungo. Poi arriva il quesito fatale: “ma par to cont, se o cjati une sassone e le puarti in Friûl e là e viôt che il gno vicin al va a tor cul Mercedes e jo invezit o ai dome une Dyane, je e scjampe cun lui?[****] Mi blocco per un attimo, da qualche parte tra il Friûl, l’Africa e la Transilvania e gli dico: “Dino, metimi di bevi ancjemò un got”[*****].

[*] Ciao, sono Dino.
[**]Dino chi?
[***]Dino Fedele! Sono venuto in Romania per cercare una moglie, una tedesca della Transilvania! Puoi aiutarmi?
[****]Ma per te, se trovo una sassone e la porto in Friuli e poi là vede che il mio vicino va in giro in Mercedes mentre io ho solo la Dyane, lei scappa con lui?
[*****]Dino, versamene ancora un goccio…

Non so se poi Dino trovò la sassone, però gli voglio dedicare questo articolo scritto qualche anno fa da Ruxandra Hurezean. La traduzione e le note sono mie, l’originale invece lo trovate qui.

Perché nemmeno dopo vent’anni la Romania non è riuscita a riempire il vuoto lasciato dall’esodo dei sassoni?[1] Ora, infatti, i villaggi sassoni della Transilvania sono quasi vuoti. Le case, un tempo ben ornate, cadono a pezzi e dai cortili sobri dei tedeschi si sente parlare lo zingaro. Chi oggi volesse attraversare l’Altopiano della Transilvania alla ricerca delle radici delle nazioni che hanno creato la cultura e la civiltà di questa regione, oggi i tedeschi non li troverebbe più. 
È stato difficile scovare gli ultimi sassoni di Richiș (Reichesdorf). Due famiglie in tutto. La prima dopo essere andata in Germania è ritornata. L’altra è sempre rimasta qui, sebbene tutti suoi parenti vivano là. Qui non c’è più nessuno con cui parlare la loro lingua, ma nemmeno hanno più molto tempo per parlare.
Hans Schaas di Richiș coltiva la terra da solo: la ara, la semina e ne raccoglie i frutti. I vicini vengono da lui a comprare le patate, un leu al chilo. Johanna, sua moglie, le pesa nel cortile, ne riempie una sporta, parla poco, prende i soldi e li mette nel grembiule. Hans e Johanna sono anziani, hanno le mani ruvide, sono secchi, alti, con i volti luminosi, gli occhi vivaci. Entrambi sono sempre affaccendati attorno alla casa. Johanna prepara le conserve per l’inverno, prepara il pastone per i maiali, mentre Hans parla della partenza dei suoi fratelli per la Germania.
Perché se ne sono andati i sassoni?
Glielo dico io perché se ne sono andati. Le racconterò una storia. Mi dispiace che la venga a sapere da me. Non ho più granché da vivere. Volevo dirlo da parecchio tempo quello che penso. Non credo che a nessuno possa importare della mia esistenza, ma se lei è venuta fino a qui il momento è arrivato.

Allora, sulle colline vivono uno iezen e una volpe. Lo iezen ha le zampe corte e grosse, mangia solo erbe e frutta, non è carnivoro. Scava per bene la sua tana. La volpe ha zampe magre e agili, corre veloce, caccia, ha un buon odore, ma non scava. Ogni primavera lo iezen prepara la sua tana. La volpe lo teme. Una mattina, scruta da lontano, poi, di nascosto, scende a far i bisogni davanti alla tana. Lo iezen annusa, ma che può farci? La volpe fa lo stesso anche la mattina seguente. E anche il giorno successivo. Fino a quando lo iezen non sopporta più l’odore e se ne va. Abbandona la sua tana, che rimane alla volpe. La volpe è la storia, la storia che per più mattine di seguito l’ha fatta davanti alla porta dei sassoni.“
Il mattino delle volpi
„Durante la seconda guerra mondiale, i nostri sassoni sono stati mandati in Crimea a lottare. Questo è stato il primo mattino. Poi si è fatto un accordo con lo stato tedesco e hanno cominciato a rimandarli a casa in congedo. Appena arrivavano li arruolavano nell’esercito tedesco, nelle SS. Gli altri, malati o feriti, li spedivano in Germania, là i sassoni hanno iniziato a scoprire i parenti tedeschi. Nell’esercito tedesco a loro tatuavano il gruppo sanguigno sulla mano. Dopo il passaggio con i nuovi alleati, i sassoni li riconoscevano da quel segno ed erano considerati collaborazionisti. Nel 45, 46 e 47, ai sassoni, in quanto collaborazionisti, hanno espropriato tutto! Sono rimasti solo con le loro donne. Sono arrivati i comunisti e i sassoni che, sia chiaro, furono i primi in Europa a diventare proprietari (infatti giunsero in Transilvania proprio perché diedero loro della terra), non possedevano più la cosa maggiormente amata: le loro proprietà! Durante il comunismo ho lavorato nell’Impresa Agricola di Stato a Medias, ho mangiato salame di soia come tutti. Poi è arrivata la rivoluzione e la democrazia. I terreni con cui la gente era entrata nelle Cooperative Agricole di Produzione sono stati restituiti ai vecchi proprietari. Ai sassoni però le proprietà erano state confiscate con un altro decreto, prima che si formassero le Cooperative Agricole di Produzione. Il loro caso ricadeva sotto un’altra legge! E questo che mattino era? Lo iezen non ce l’ha più fatta. Se ne è andato, ha abbandonato la casa di una vita, i maiali nei porcili, le galline al loro destino. Se ne è andato.”
Il trattore di Hans
„Quando la mattina mi affaccio sul portone di casa, non riconosco più la gente. Allora rientro, salgo sul trattore e comincio a lavorare. Lavoro finché non ce la faccio più dalla stanchezza. Mi piace la terra. Io ho avuto fortuna. I miei prima del ’45 non avevano intavolato i loro terreni e quindi non sono stati sequestrati, poi sono entrati nella Cooperativa Agricola e per questo ho potuto recuperarli. Sei ettari. Li lavoro con il mio trattore. Lo vede? È un Ferguson! È praticamente fatto con le mie mani.
Nei primi anni, 90, vengono dei tedeschi e ci dicono che ci avrebbero aiutato se ci associavamo. Io però non voglio più saperne di associazioni e non ci entro! Altri lo fanno. Da loro arriva di tutto, arrivano anche tre bei trattori, sono magnifici! Io vedo il mio. Penso, è splendido!, Mi piace da morire! Lo chiedo, non me lo danno, è dell’associazione! Vado a Medias a chiederlo ancora, non e poi no! Vado a Bucarest e lo chiedo là. Non si può! Nel frattempo, il bel trattore se ne sta sotto la tettoia, nessuno lo usa. Gli altri erano già scomparsi. Al mio spariscono le ruote, il volante e altri pezzi. Lo visito quasi ogni giorno. Il bel trattore sempre più scassato. Ad un certo punto sotto la tettoia ingombra e allora lo tirano fuori, sotto la pioggia. Una grondaia sgocciola su di lui. Gli anni passano, continuo a visitarlo, è mezzo coperto dal fango. Che pena faceva, mi veniva da piangere! Che peccato, sono passati 10 anni e sta lì a arrugginire, io avrei potuto lavoraci!
Un giorno, alla guida dell’Associazione arriva un tedesco sveglio. Viene a sapere delle mie insistenze, mi chiama, mi dà il permesso di prendermi il trattore. Lo porto a casa: era distrutto. L’ho rifatto pezzetto per pezzetto. Quanto l’avevo desiderato! Lui è il mio compagno d’armi. Con lui parlo il tedesco, mi capisce…“. Hans  conosce la storia, sa come si è fatta la riforma luterana, sa chi era re Géza [2] o con chi studiò Honterus[3]. Hans è un meccanico appassionato. Ha anche un invenzione, ma non ne vuole parlare… Hans non appartiene né alla Germania né alla Romania. Hans è un uomo che si è liberato della storia. Uno iezen che ha sfidato la volpe.

Perché non se ne è andato lo iezen Johann
„Ci sono vari motivi. Tenterò di riassumere. Conosco la Germania. Ho due figli là, entrambi hanno una buona posizione. Ho molti parenti. Li ho anche visitati. Là ho scoperto di avere il cancro. Dopo l’operazione, nel ’93, ho deciso di ritornare a casa mia, a Richiș. Non ha senso aggiungere altro: credo di essere ancora vivo perché abito dove sono nato, tra queste colline incredibili, qui, sulla mia terra. Non voglio usare grosse parole. Lei potrà capire di più da sola”

Nota Hans sapeva come si dice iezen in romeno, ma tentando di farsi capire a un certo punto ha detto Dachs (tasso), ma forse tenuto conto di come suona „iezen” potrebbe essere Wiessel (donnola). Forse ha pensato alla donnola e ha parlato del tasso. Solo Hans sa cos’è uno iesen.

[1] I cosiddetti sassoni sono una popolazione di origine germanica che si è stabilita nel sud e nel nord-est della Transilvania a partire dal 1100 per difendere i confini orientali del regno di Ungheria. Dopo secoli di permanenza in questa regione oggi la comunità è quasi scomparsa a causa della massiccia migrazione verso la Germania avvenuta tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90.

[2]Re Géza II di Ungheria, fu il sovrano che chiamò i primi coloni sassoni in Transilvania.

[3] Johannes Honterus (1498 – 1549) fu un intellettuale umanista transilvano di origine sassone. A lui si deve la diffusione della riforma luterana tra i tedeschi di Transilvania e un contributo essenziale per l’introduzione dell’arte della stampa in questa regione.

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Un inglese in Transilvania

Da pochi giorni  si è chiuso il Salone del Libro di Torino. Quest’anno i paesi ospiti erano due: la Spagna e la Romania. La presenza a Torino della Romania può essere letta come il suggello di un’annata davvero eccezionale per le  traduzioni in lingua italiana:   più di 20 opere apparse  nel solo 2011 (fino a qualche anno fa quando se ne stampavano cinque era già festa). Certo, spesso si tratta di libri  pubblicati da piccole case editrici e per questo non  sempre facilmente reperibili, ma  c’è lo spazio per crescere. A Torino, dove ovviamente non sono andato, si sono presentati parecchi autori e volumi romeni, alcuni sono vecchie conoscenze di Catrafuse (vedi Dan Lungu, Ana Maria Sandu o il divertissment grafico poetico  della la nobel Herta Müller  ecc.), altri   nomi quasi affermati come Mircea Cărtărescu o Ana  Blandiana. Non sono mancati i vecchi tromboni come Norman Manea e Dumitru Ţepeneag (il primo in verità più noto e apprezzato in occidente che in Romania). C’è stato spazio anche per  libri “romeni” inconsueti come la traduzione  (dal latino) delL’immagine irraffigurabile della scienza sacro-santa  del grande Dimitrie Cantemir  curato da Igor Agostini e Vlad Alexandrescu o per opere scomode come il saggio  “eretico” di Marco Costa Conducator: l’edificazione del socialismo romeno.  Tra le opere dedicate alla Romania, una avrà di  sicuro un certo successo, si tratta di  “Lungo la via incantata”[1], volume di  debutto di William Blacker pubblicato da Adelphi. Blacker è un giornalista inglese che dopo l’89 ha vissuto per alcuni anni prima in Maramureş e poi in villaggio sassone della Transilvania. Il Maramureş rappresenta  un viaggio nel tempo, o meglio fuori dal tempo. In Transilvania, invece, Blacker inizia ad avvicinarsi  alla comunità zingara. Gli si  apre un nuovo mondo. Dalla storia  d’amore con con Marishka nascerà anche un figlio e il libro: “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”.  Anche se a volte i toni di Blacker sono un po’ troppo romantici per  miei gusti, la sua avventura   stimola molte riflessioni. La situazione delle comunità rurali  romene è paradossale, un mondo che ha attraversato le tempeste della storia praticamente indenne, svanisce in soli  vent’anni sotto i colpi della globalizzazione e lo fa di buona voglia. Lo stesso è avvenuto con i sassoni di  Transilvana che, dopo aver creato una civiltà quasi millenaria,   in tre decenni sono quasi  scomparsi a causa delle migrazioni di massa verso il mito della  ricca e libera Germania. E molto si potrebbe dire anche sugli zingari di Romania che in occidente sono stati reinventati (probabilmente per il tornaconto di qualche opera pia) come nomadi.  Per entrare nelle atmosfere della via incantata  ho tradotto un  lungo articolo-intervista  di Andreea Pocotila    apparso  nel 2009 su Romania Libera [2].

La doppia vita William Blaker: per sei mesi scrittore inglese, per sei mesi zingaro romeno
Per sei mesi l’anno William Blacker fa lo scrittore e il giornalista freelance.. Firma i suoi pezzi su pubblicazioni prestigiose  come  il Times, Daily Telegraph e The Ecologist e vive in Gran Bretagna. Per gli altri sei mesi, lo stesso William Blacker fa il contadino che lavora la terra  presso una comunità di zingari insediatasi  in un villaggio nei pressi di Sighişoara. Qui il britannico  cresce  il   figlio,  nato da una relazione  con una giovane zingara di cui si è innamorato perdutamente.
Blacker racconta a Romania Libera come è stato battezzato dagli zingarelli “Signor Uigliam” e come, a dispetto dalle controversie  scatenate dalla sua storia d’amore, da molti considerata eccentrica, abbia piantato robuste radici in Transilvania, dove ormai ha rinnovato più di 200 case antiche, abbandonate dai sassoni all’inizio degli anni ’90. L’avventura romena  di William Blacker è descritta anche in un libro  in cui si narra come ci si può innamorare  di un paese con così tanti difetti. Un paese in cui, del resto, era arrivato  quasi per caso. Nel dicembre 1989 stava  andando a Berlino, per vedere  con i suoi occhi il Muro  caduto con il crollo del regime comunista. Poi si è diretto in Romania dopo avere sentito della rivoluzione e degli affreschi dei monasteri. E qui è rimasto.
In un paese transilvano nei pressi di Sighişoara, ogni sera la gente si raduna a chiacchierare, in centro, a due passi da “Privat”, la sola  bettola  del posto. Romeni,  qualche sassone e  parecchi zingari siedono  pigramente  su pietre, sulle casse di birra vuote o sulle assi  traballanti del ponticello che attraversa il letto  secco  del vecchio  fiumiciattolo. Da “Privat” si sente, come in sordina, una  canzone  tzigana, e alcune zingarelle ridono e corrono davanti al bar. Altre ballano schioccando le dita a ritmo di musica. Sulla strada, dei vecchi se ne stanno a fumare davanti alle antiche case sassoni, mentre le zingare  parlano ad alta voce e gesticolano agitate.   Ogni sera, tutti si radunano qui e attendono il ritorno delle mucche  dal pascolo.
All’improvviso, i bambini si fermano  e corrono verso un uomo che si avvicina in bicicletta: “Signor Uigliam, signor  Uigliam!!!”. L’uomo, vestito comodo, ma gradevole,  con un berretto bianco di tela e occhiali tondi, viene subito  circondato da una da una frotta di ragazzini. Sorride, li prende in braccio, li accarezza. I paesani che se ne stanno davanti ai portoni mormorano:  ” è arrivato l’Inglese a vedere l’amante zingara”. Il nuovo arrivato si chiama William Blacker. È  nato, 46 anni fa  nel sud dell’Inghilterra. Per sei mesi all’anno questo paesino costruito centinaia di anni fa dai sassoni, ed ora abitato soprattutto da zingari, per lui significa “essere a casa”. Vive qui da nove anni ed ha un bambino di 3 anni e mezzo, frutto di una storia d’amore con una giovane  zingara del villaggio.
“Signor  Uigliam”
Lo scrittore e giornalista William Blacker accetta di  raccontare gli eventi che lo hanno portato  ad abitare in un paese  sperduto della Transilvania, ad una condizione: il nome del paese, quelli del figlio e della della madre  non saranno pubblicati.  In Inghilterra sta per apparire un libro sugli anni trascorsi in Romania , qui il villaggio si chiama Halma, il figlio Constantin e  l’ex amata Marishka. “Per favore usateli anche voi. Altrimenti il mio tentativo di proteggerne l’intimità sarebbe vano. Non voglio che vengano a bussare alla loro porta  dei turisti o delle guide che hanno letto il mio libro.”
Signor Uigliam, Villiam o l’Inglese, come lo chiamano i paesani,  da molto tempo   è parte integrante del luogo. Un giornata della sua vita in campagna non assomiglia affatto a quella dei suoi amici in Inghilterra: lavora i campi tra gli zingari, taglia l’erba con la falce, ripara l’intonaco  delle vecchie case sassoni, cadute in rovina dopo la migrazione  degli ex proprietari in Germania.   La sera,  gioca a scacchi con gli anziani  del villaggio. A volte Blacker fa visita alla sua ex ragazza, Marishka, la giovane zingara che lo spinse a trasferirsi qui, non lontano da  Sighişoara. Sono rimasti in buone relazioni, ma non stanno più insieme da prima che loro figlio nascesse. Per questo, la donna, che ora vive con un altro,   cucina   e  lava ancora  i panni dell’inglese.  “Al ritorno da un viaggio in Inghilterra l’ho trovata incinta. All’inizio non pensavo di essere io il padre, ma come vede ci assomigliamo come due gocce d’acqua”, dice William,  poi  abbraccia Constantin che ha ereditato il suo sorriso e i suoi occhi azzurri. Il piccolo vive con la madre insieme alla sua famiglia di zingari musicisti, a pochi minuti dalla casa di Blacker. S’incontrano ogni giorno, mangiano assieme, e più volte l’anno vanno tutti e tre  a visitare la famiglia di William in Inghilterra.
Da Berlino a Satu Mare
Marishka ha 31 anni, ha fatto solo le elementari, occhi marroni, sorriso impertinente e non indossa, con delusione dell’inglese,  gonne colorate. “Lo chiamo William oppure Inglese. Che dire di lui, è ed è stato abbastanza imbranato”, racconta Marishka ridendo. Si sono conosciuti parecchi anni fa, nessuno dei due ricorda esattamente quando. “Vive qui da così tanto tempo, chi se lo ricorda quando è arrivato?”, spiega la ragazza mentre toglie il bricco del caffè dal fuoco. Il caffè è per William che se ne sta  in  cortile sotto il gelso  della casa dove un tempo ha vissuto assieme alla   numerosa famiglia dell’ex compagna. Si sta seduti direttamente sull’erba, le tazzine  con  loro piattini bianchi sono poggiate  con cura su un mucchietto di terra.
“Quando lo vidi la prima volta qui in paese,   risi di lui. Abitava da alcuni sassoni e  prendeva l’acqua dal pozzo. Con quegli occhiali grandi sembrava spaurito, aveva anche un bastone in mano. Si vedeva  lontano un miglio che era straniero”. Questo primo incontro  con lo «straniero» avvenne nel  1990, a circa un anno dalla prima visita di Blacker in Romania.
“Ho messo per la prima volta piede in Romania pochi giorno dopo la rivoluzione del dicembre 1989. Avevo lasciato l’Inghilterra con l’intenzione di visitare Berlino, il Muro era appena caduto”, racconta l’inglese. Le notizie in televisione sulla rivoluzione romena e la lettura di alcuni articoli sulla bellezza dei monasteri locali lo spinsero  più a est. L’itinerario scelto fu sinuoso: prima  passò per la  Cecoslovacchia, poi cercò di entrare in Ucraina, ma non gli diedero il visto. Alla fine transitò per  l’Ungheria ed  arrivò  in Romania. “Questo paese  mi è piaciuto  fin dalle prime chiacchiere scambiate alla frontiera con i romeni. Con loro  ho riso e mi hanno spiegato di cosa dovevo preoccuparmi”. Arriva a notte fonda a Satu Mare e dorme in un albergo senza elettricità, con una candela alla reception. Al risveglio rimane a  bocca aperta: “Nella piazza centrale della città c’erano solo cavalli e carretti. Mi è sembrato stupendo. Ho pensato che il mondo dovrebbe assomigliare a qualcosa del genere, senza camion orribili”. Blacker aveva già visto l’India e diversi paesi dell’America latina, ma la Romania lo ha affascinato più di qualunque altro posto. “Avevo letto i romanzi di Thomas Hardy e Tolstoj e quando sono arrivato in Romania mi sono detto: «Incredibile, adesso posso vedere con i miei occhi le cose che descrivevano », mi è sembrava straordinario. Inizialmente,  ritornavo qui ogni anno per brevi periodi, viaggiando  per i paesi del Maramureş e della Transilvania”.  Poi, dal 1996, Blacker, zaino in spalla,   si trasferisce qui.
Ho riso e pianto con la gente del Maramureş
Fu ospitato da una famiglia di contadini  a Breb, in   Maramureş. Più precisamente a casa di mihai, figlio di Gheorghe, che era figlio di Ştefan. “Mihai era un uomo affascinante, un vecchio molto saggio. È morto lo scorso anno, aveva più di 90 anni. Mi ha aiutato a comprendere la vita dei contadini. Era un gentleman, come la maggior parte dei vecchi  che ho conosciuto nei villaggi romeni”,  ricorda William. All’inglese non bastava conoscere la vita dei contadini,  voleva diventare uno di loro: “Dovevo farlo prima che l’Occidente  arrivasse fin qui. I romeni mi hanno accolto calorosamente, non ho mai incontrato  al mondo uomini così ospitali come in Maramureş, sempre pronti a darti da mangiar e ad  accoglierti in casa loro”[3]. I ricordi rimasti dei  quattro anni trascorsi in Maramureş sono tanti. Tristi, come l’annegamento di alcuni compaesani  in un lago vicino, altri  allegri, come la visita  compiuta  in un ufficio  del centro di Bucarest, indossando il  costume tradizionale del Maramureş. La guardia giurata lo scrutò a lungo, non voleva farlo entrare. “Dovevo ritirare dei soldi lasciati da un amico. Ero vestito  come uno del Maramureş, pastrano di montone, colbacco e ciocie, parlavo  in dialetto del Maramureş – la sola variante che  conoscevo –   con uno strano accento, e in più avevo gli occhiali. Lo riconosco dovevo essere una figura piuttosto bizzarra, ma erano i soli miei vestiti invernali.  Quando vide i documenti il custode rimase perplesso. «Sei inglese?!», mi chiese con gli occhi strabuzzati.  Risposi di sì, ma che vivevo in Maramureş. La cosa gli sembrò divertente e da persona  leggermente aggressiva, divenne affabile. Da allora mi salutò sempre dicendomi: «Buon giorno signor Pastore!»”. È rimasto in Maramureş quattro anni. È fiero di avere imparato a falciare, a zappare la terra,  a sarchiare. L’inglese, o “Willy”, come lo chiamavano a Breb, ha partecipato ai matrimoni, ai funerali, alle feste, all’uccisione del maiale: “Ho sofferto, ho pianto, ho riso assieme a loro. Ho sempre considerato che  i contadini del Maramureş e delle altre zone della Romania vivano  per davvero”.
“Mio figlio è per metà zingaro e per metà inglese
William Blacker è rimasto affascinato dallo stile di vita tradizionale del Maramureş, ma è stato sempre attratto, ineluttabilmente, dalla vita più turbolenta ed  esotica degli zingari  transilvani. Nel suo libro, “Along the Enchanted Way: A Romanian Story”,  descrive gli zingari come un popolo accattivante, posseduto dal principio del “dolce far niente”,  persone che sanno cantare e ballare divinamente e che considerano  la vita  troppo breve per faticare  tutto il tempo. Non sfuggono al suo sguardo nemmeno   gli aspetti violenti della loro vita, anzi  è stato testimone  di diverse risse  e accoltellamenti avvenuti  tra i  membri della comunità, soprattutto nella bettola del paese.
“Si spaccavano  le bottiglie di birra  in testa, il sangue scorreva sui loro volti, i coltelli perforavano  velocemente le budella. Le coltellate  erano così rapide che  capivi cos’era successo  solo a fatto compiuto”, racconta lo scrittore.  Nonostante ciò, William Blacker confessa di non aver potuto   stare lontano dagli zingari. Per un  lungo periodo, l’inglese ha fatto  avanti e indietro tra il Maramureş e il paesino della   Transilvania dove oggi risiede e dove viveva la giovane zingara  di cui si era innamorato. La vita nel paese di Halma ha l’aroma  di una telenovela. Lui si innamora di Natalia, una bella zingara, “con i capelli castani,  quasi biondi,  e con gli occhi color  nocciola”.
“Era  estenuante. Tutti i giorni, tutte le notti, si andava a una festa. Natalia  era un essere piuttosto impulsivo, selvatico,  direi. Gli uomini ronzavano attorno a lei e la cosa le faceva piacere”. Ben presto stanco  dei casini combinati da  Natalia, che era anche poco fedele, William tornò in  Maramureş. Venne di nuovo  a Halma un anno più tardi,  per  un’altra ragione. “Ho sempre  amato l’architettura di  Halma, le case secolari dei Sassoni, abbandonate negli anni ’90 e ora abitate dagli  zingari” dice. Scrisse anche un articolo  sulla drammatica situazione delle case di Halma e dei  villaggi circostanti e ottenne delle  donazioni  per la loro ristrutturazione. A quel tempo dirigeva la fondazione  “Mihai Eminescu”, finanziata dal principe Carlo[4]. “Non so quanti soldi abbiamo raccolto attraverso la fondazione dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, ma furono  sufficienti per la ristrutturazione di 200 abitazioni, 40 delle quali a Halma,”  spiega William.
Di giorno lavorava alla ristrutturazione delle case del villaggio assieme  ad alcuni   zingari e la serata andava a bere una  birra  al bar. Qui, un anno prima, aveva assistito a una scena che non avrebbe più dimenticato. “Natalia aveva un amico molto feroce, si chiamava Lad . Come ogni sera ero andato bere una birra. Parlavo  con Marishka, la sorella di Natalia. Stavamo seduti in un angolo mentre Natalia danzava provocatoriamente al centro del bar. Voleva farmi ingelosire. All’improvviso è entrato Lad, io  sapevo che era in prigione. Ha tirato fuori un coltello e si è scagliato contro  Natalia. Marishka è saltata immediatamente in mezzo a loro. Il coltello le ha squarciato il polso e il sangue è schizzato sulla gente che ballava, creando il caos”.  Da quel momento, l’inglese cominciò a pensare a Marishka in modo diverso. Ritornando a Hanima,  si ricordò di quella scena. Iniziò  a trascorrere sempre più tempo con lei. E così tornò a vivere   di nuovo tra gli zingari, anche se in  molti gli avevano detto di non farlo.   “Alcuni romeni del paese erano aggressivi. A loro non andava a genio  che abitassi con gli zingari, che vivessi con   Marishka. Gli sembrava scandaloso che avessi scelto di stare con loro. Da parte mia, semplicemente non potevo credere che gli zingari fossero così cattivi, come me li descrivevano”. Marishka e William si trasferirono  in una casa comprata  da un sassone,  poi ristrutturata e dipinta di azzurro. “Quando la nostra casa azzurra fu pronta, io e Marishka abbiamo  iniziato una vita spensierata”. Gestivano la casa assieme, andavano a mangiare sui prati o cavalcavano sulle colline vicine, a volte dormivano dal pastore che teneva le loro pecore . Non contava che Marishka  avesse fatto solo le elementari e che lui fosse laureato in una prestigiosa università inglese. L’ha convinta, non senza fatica, a leggere. “Le ho dato una  traduzione romena di “Orgoglio e Pregiudizio”. Dopo qualche giorno già faceva dei commenti sui personaggi: «Questo Darcy è così arrogante! E riponeva il libro, indignata. Man mano che lo leggeva, il volume  diventava sempre più sottile. Utilizzava le pagine per accendere il fuoco. Percorreva il racconto  come se fosse  un viaggio, erano dei momenti fugaci di piacere, gli stessi che può dare il ballo» racconta divertito lo scrittore inglese.
Accusato di istigare gli zingari alla rivolta
William e Marishka non si sono mai sposati. “Siamo zingari con la casa. Non seguiamo le regole degli zingari con le tende. Io non ho voluto sposarmi. Da noi la gente solitamente non si sposa. Possiamo stare con chi vogliamo, la famiglia non ci impone  nulla”, così spiega  Marushka la loro relazione. Anche se non erano sposati, dovettero affrontare le cattiverie degli altri abitanti  romeni del paese. Volevano allontanare l’inglese da quella che consideravano essere la feccia della società. Minacce, denunce, visite  della polizia  chiamata da compaesani malintenzionati,  non sono servite a nulla. “Trovavano diverse scuse per litigare. Ad esempio, dicevano che  i miei gli animali varcavano i  loro confini. In realtà non sopportavano  che io  vivessi con gli zingari. A loro pareva umiliante. Chiamavano anche la polizia che stava sempre dalla parte dei romeni. Un poliziotto una volta mi ha anche detto minaccioso che avrei avuto dei problemi se avessi continuato a stare  con gli zingari. Mi ha accusato di istigare alla rivolta gli zingari”, ricorda Blacker.
” È un uomo straordinario”
Ora, dopo molti anni, quei giorni sembrano essere dimenticati. A Halma le acque si sono calmate. Romeni, zingari e tedeschi, tutti parlano bene dell’inglese. Lo straniero sbarcato dal sud dell’Inghilterra ha aiutato il villaggio  finanziariamente, ha  riparato  le case e si è comportato bene con tutti. “È  un uomo straordinario. Noi zingari lo abbiamo accolto con amore. L’abbiamo portato alle nostre feste, dove si danza tutta la notte. Gli abbiamo insegnato a ballare e gli piace la nostra musica. Non ha mai evitato gli zingari, anche se  molti gli avevano riempito la testa con cattiverie sul nostro conto.  Ora va d’accordo con zingari e romeni.  William e Marishka non sanno se loro figlio rimarrà per sempre a Halima o se vivrà  un periodo anche in Inghilterra, per avere un’educazione migliore.  Per il momento l’inglese è soddisfatto per come il figlio vive  tra gli zingari  del paese.  Mentre narra le peripezie degli ultimi 20 anni, l’inglese ogni tanto  lo indica, mentre   corre  assieme agli altri bambini zingari: “Sinceramente, a volte credo che non esista piacere maggiore  che starsene  di fronte alla casa di Marishka e guardare come gioca con gli altri bambini.  Mio figlio è metà inglese e metà zingaro. A volte mi domando come sarà la sua vita qui, in mezzo agli zingari. Sicuramente, sono felice che viva qui, in campagna, anche se questo può sembrare eccentrico”. Certo, la scelta di vivere  in un villaggio fuori dal mondo, in un paese ex comunista,  è sembrata a molti amici di William Blacker abbastanza eccentrica. “Lo riconosco, i miei genitori non hanno fatto dei salti di gioia. Avevo trent’anni e volevano che avessi un lavoro  tranquillo, non che vivessi  in un villaggio lontano, in un paese di cui non sapevano nulla. Dopo essere  venuti qui, si sono rasserenati”. La sua famiglia è rimasta affascinata dal Maramureş e dal paesino sassone e va d’accordo con Marishka.  “Piace a tutti, sembra un posto esotico, ma nessuno rimane. Io invece rimango qui”, dice l’inglese quasi ringraziando.  William Blacker non crede che la sua decisione  di vivere in Romania  sia eccentrica, piuttosto “un po’ romantica”. Ha dovuto  spiegare molte volte le ragioni di questa scelta. “Può sembrare romantico, ma, semplicemente, mi sento molto bene qui. È il posto adatto a me”. Forse  potrebbe essere una spiegazione il fatto che suo padre, quando lui era piccolo, aveva   una fattoria con mucche, pecore e cavalli, poi venduta a causa di difficoltà materiali. “Credo che volessi solo vivere di nuovo in un posto bellissimo”.

[1]il titolo originale è Along the Enchanted Way: A Romanian Story, John Murray Publishers, 2009.

[2] In rete si trova una versione molto ridotta dell’articolo in lingua italiana sul sito presseurop

[3] Per esperienza personale confermo è (o era) proprio così.

[4]La Fondazione Mihai Eminescu, patrocinata dal principe Carlo d’Inghilterra, si occupa del recupero del patrimonio culturale e ambientale dei villaggi della Transilvania. Lo stesso Charles trascorre ogni anno parte delle sue vacanze in un paesino transilvano.


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