Posts Tagged 'Udine'

APNEA

Riemergo come Enzo Majorca dal mio soggiorno italo-friulano e come Majorca impreco davanti alla notizia della chiusura dell’osteria -con coloniali- Da Pozzo, una delle più vecchie di Udine, che sarà cancellata da un palazzaccio… Coloniali Da Pozzo, che nome! Negli ultimi vent’anni a conservare il fascino immutabile del locale ci hanno pensato quattro donne: tre sorelle e una cognata. Era una osteria-alimentari: l’unica della città. L’arredo – incluso il vecchio frigo – sembrava uscito da una canzone di Paolo Conte, risaliva agli anni venti. A volte mi piaceva pensare che anche i pacchi di pasta e le scatole di tonno che se ne stavano dietro il bancone risalissero a quell’epoca.
Nei primi anni ottanta questa splendida bettola divenne covo, ma va bene anche alcova, della mia-nostra-loro compagnia della forca punk-anarco-nazionalondefurlanista. La sala dietro all’ingresso a quei tempi ospitava spesso i destini tristi e allegri di una varia schiera di avvinazzati, compagnoni, ometti per bene e per male, giocatori di carte. I racconti spropositati e biascicatissimi dei primi si mescidavano con i sacramenti lanciati dopo una primiera mancata dagli ultimi. Così mi si rivelò il lato Hyde di un ex vicino di casa: un sarto gentiluomo con voce impostata, che, tra le onde del tressette – la notte, si tramutava in bestemmiatore olimpionico. Negli ultimi ann,i a singhiozzo, ho continuato a seppellire nel giardinetto retrostante ricordi, chiacchiericci e lunghe bevute. Un anno fa su questa osteria e sulla sua fine predestinata ne scrisse – bene – Toni CaP(u)ozzo. Amen. .

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Metafisica dello Spriz

Io lo chiamo spriz con la zeta e senza ti. Nel mio Friulistan lo spriz conosce svariate declinazioni: dal tradizionale vino bianco paradossalmente corroborato con il selz, all’Aperol con limone e oliva, fino ai beveroni più improbabili composti da altrettanto improbabili miscugli di superalcolici stemperati in acqua frizzante. sifon_vechi In un’Italia caratterizzata da talibanismo enogastronomico, lo spriz è bevanda poco amata dai gourmet  che, infatti,  la bollano come il  frutto perverso di un ecumenismo che unisce – eresia maxima – il vino all’acqua. In realtà questo malizioso dosaggio di vino e acqua gasata rivela prospettive inattese. Il territorio tradizionale dello spriz combacia grosso modo con lo spazio asburgico. In Italia infatti la culla di questo abbeveraggio corrisponde grossomodo al Nord-Est. Anche le propaggini italiane presenti in Slovenia e Croazia confermano il suo lignaggio imperiale. In Romania invece questa ricostruzione geopolitica entra in impasse: nelle regioni asburgiche della Transilvania e del Banato, infatti, lo spriz rimane un emerito sconosciuto, per ricomparire come  da una risorgiva carsica a Bucarest e nel resto della Valacchia, nella maledetta Balcania. Su questa curiosa circostanza aveva ragionato anni fa il filosofo Andrei Plesu in un articolo spiritoso che riconosceva nel consumo bucarestino dello spriz una sorta di anello di congiunzione tra il miraggio della civiltà mitteleuropea e lo spirito balcanico. Secondo Plesu lo spriz rappresenta il vero spirito della bisboccia, il diluente assoluto dello spleen da osteria. Nella sua triplice essenza – vino – acqua – aria- sonnecchierebbe una vera Weltanschauung della convivenza di identità eterogenee. Nel cicaleccio delle bollicine dello spriz, Plesu individuava un tentativo avventuroso di avvicinare il vino alla birra, di conferire alla sobrietà del primo il Witz della fermentazione dell’altra (e questo spiegherebbe la sua discendenza austro-ungarica). Secondo il filosofo romeno, postulato che tutti si beve per il gusto della piccola vertigine, lo spriz offrirebbe  l’alterazione dalle prospettive indefinite, permetterebbe la corsa lunga, il record chilometrico, il differimento continuo. Plesu vede in questa poetica del rinvio un tratto tipico dello spirito mitteleuropeo. Io credo che il modo di vivere lo spriz sia totalmente diverso tra Bucarest e, ad esempio, Udine o Trieste. Nel Nord Est italico lo spriz è inteso come una sorta di aperitivo consumato a metà mattino o nel tardo pomeriggio, insomma una premessa a qualcosa, l’introduzione verso un’altra tappa del giorno o della notte. In Valacchia invece lo spriz non premette, sospende. Così almeno lo intesi anni fa sui balconi dello Hanul lui Manuc. manucEravamo io e Mihai (oggi profugo in Lussemburgo). Ad iniziarci a questo rituale c’erano il pomeriggio infuocato di Bucarest, qualche secchiello ghiacciato con Riesling di Jidvei, l’immancabile sifon (= il selz) e la Curtea Veche. Di lì si naufragò oltre la notte alla caccia dei nostri fantasmi. Come dire: svanire è dunque la ventura delle venture…

LO ZIO IVAN

Ho sempre pensato che lo Zio Ivan conservasse nelle  tasche la mappa dei viottoli che ci possono condurre fuori da questo mondo. Di certo  tenendo tra le mani una Settimana Enigmistica, egli da questo  mondo scompariva.  Mi è capitato in diverse  occasioni  di incrociarlo nei luoghi più strani mentre compilava, rigorosamente a matita (proprio come fa Giampaolo Dossena), parole crociate senza schema, un Bartezzaghi, dei rebus astrusi. Tutte le volte ho avuto l’impressione che avesse abbandonato la zavorra del suo corpo fisico in questi luoghi improbabili (in cantina, in garage, in piedi vicino al pollaio) mentre il suo spirito si librava altrove. Un giorno lo Zio Ivan scomparve davvero: per circa due ore, dopo una visita a sua madre.  Si presume che abbia vagato nel traffico senza rendersene conto. Dico si presume, perché lo ritrovarono  davanti a casa con l’auto un po’ ammaccata e non seppe spiegare dove fosse stato o cosa fosse accaduto una volta uscito dall’appartamento di sua madre. Di certo non poteva essersi smarrito, poiché lo zio Ivan possedeva una conoscenza della città inusitata: sembrava avere impresso nella memoria tutta la piantina di Udine. Questa sua capacità era nota a tutti. In famiglia per risolvere eventuali dubbi sulla posizione di una via o di una piazza udinese, non si perdeva tempo: “Chiedilo a Ivan” si diceva (a nessuno sarebbe saltato in mente di aprire orrori tipografici come Tutto città). “Via Orologio?” “Via Alessandro Orologio – precisava – è alla fine di Via D’Artegna”. A volte mi piaceva metterlo alla prova e sfogliando uno stradario gli chiedevo: “Via Eustachio Celebrino?” “La quarta laterale a destra di Via Paolo di Brazzà”, rispondeva senza battere ciglio. “Zio, e via Lussemburgo ?” “Dunque, via Niccolò di Lussemburgo si trova a San Rocco, è una laterale di via Marquardo”. Lo zio Ivan mi prendeva per mano guidandomi attraverso vicoli, viuzze, ma soprattutto attraverso i suoni dei loro nomi e quei nomi si travasavano nella mia mente in forme, colori, odori, in occasioni per uscire dal tempo. La toponomastisca con lui diventava U-topia. Mi ricordo ancora di quando mi parlò per la prima volta di Borgo Grazzano, di come snocciolò una lista lunghissima di nomi: Vicolo del Cucco, Vicolo Pangrasso, Vicolo Chiuso, Vicolo dello Schioppettino, Vicolo Taschiutti, Vicolo del Paradiso (del Pa-ra-di-so), Vicolo Repetella … come se fossero gli ingredienti di una ricetta segreta. E di come quell’elenco di nomi iniziò ad animarsi di rumori, voci, ombre, figure: potevo vedere lo zio Ivan giochicchiare in braghe corte con suo fratello gemello Vassili sulle rive della roggia che scorreva ancora libera sotto il cielo del Borc dai Croz. Lo spiavo mentre correva  al suono dell’allarme aereo. Lo trovavo a  rovistare tra i calcinacci, mentre canticchiava vestito da Balilla … Mi aveva lasciato aperto il cancello del suo hortus  conclusus, lo spazio magico della sua infanzia. Di tanto in tanto, imboccando uno di questi vicoli lo zio Ivan mi fa  visita durante  i miei sogni …

copertura della roggia in Via Grazzano 1954

copertura della roggia in Via Grazzano 1954

UN’ALTRA FORMA DI ACCANIMENTO

eluana

Ognuno la può pensare come vuole sul caso Eluana Englaro. Da parte mia, anche se non comprendo come mai il papa ed i suoi accoliti, da sempre in trincea per la negazione della carne, insistano nel volere tutelare  non un essere animato,  ma un corpo – involucro biologico dipendente in tutto e per tutto da tubi e tubicini – rispetto chi esprime dubbi sul confine tra vita e morte o chi questi dubbi non se li pone perché,  attraverso la ragione oppure la fede,  li ha sciolti.
Quello che per me risulta davvero insopportabile in questa vicenda è invece l’accanimento cui è sottoposto Beppino Englaro, il padre di Eluana. E’ davvero disgustoso osservare rappresentanti del governo assumere improbabili provvedimenti nel tentativo di impedire a questo pover uomo non solo di portare a compimento la volontà della figlia, ma anche di attuare una sentenza definitiva scaturita dalla passaggio attraverso tutte le stazioni di una lunga via crucis giudiziaria. L’ultima vigliaccata l’ha partorita un paio di giorni fa il ministro Sacconi con il suo atto di indirizzo generale che vorrebbe vietare a qualsiasi struttura del Servizio sanitario pubblico, sia essa pubblica, convenzionata o privata abilitata, di interrompere idratazione e nutrizione ai pazienti che si trovano in stato vegetativo. Insomma un provvedimento ad personam, pensato, elaborato e, nelle speranze del ministro, da applicarsi contro Beppino Inglaro. Punto. Sacconi però, abile nel sincronizzare la propria carriera a quella della moglie (dal 2005 direttore generale di Farmindustria), sembra meno capace quando si tratta di coordinare le sue pensate alla realtà giuridica italiana. Tant‘è che dalla Corte di Cassazione si è subito fatto osservare come “l’atto di indirizzo emanato dal ministro del Welfare Sacconi è destinato solo alle strutture amministrative degli ospedali pubblici e privati e non può vanificare, in nessun modo, gli effetti di una sentenza esecutiva come quella con la quale la Corte d’appello di Milano ha autorizzato il distacco del sondino che alimenta Eluana Englaro“. Senza dimenticare poi che, come precisato dal Governatore del Friuli Venezia Giulia (dello stesso partito di Sacconi), la clinica “Città di Udine” dove dovrebbe essere trasferita Eluana opera in una una regione autonoma che risponde al sistema sanitario regionale e non nazionale. Davanti a queste obiezioni legali a Sacconi rimangono solo le minacce come ha raccontato il direttore della clinica disposta ad attuare la sentenza della Corte di Appello di Milano: ”Abbiamo ricevuto da un Ministro della Repubblica intimidazioni che hanno cercato di colpire l’azienda nel suo interesse vitale, arrivando a minacciare la sospensione dell’attività in accreditamento con il Servizio sanitario nazionale”. A Sacconi, Roccella (in gioventù autrice di un libro dal titolo memorabile – Aborto:facciamolo da noi) e ai vari chierichetti di Martini & Co  non importa che un cittadino abbia voluto affidarsi alla  Giustizia chiamata ad esprimersi su questioni sulle  quali  i paladini della pseudo-morale cattolica hanno sempre volutamente evitato di legiferare (vedi il testamento biologico), non accettano il gioco della democrazia che loro stessi si vantano di difendere. Da servi sanno solo riempirsi di rancore innanzi ad un uomo libero.

merende

Nel mio domicilio coatto udinese profitto delle ore d’aria (verso le 18:30) per trotterellare nelle viuzze cittadine scortato, spesso e volentieri, da monsieur Toniuttì. Parlottando e camminando, dopo un po’ – si sa – viene voglia di adagiarsi su una carega e magari davanti a un bicchiere… Un venerdì, dopo qualche mia esitazione topografica – che fosse premonizione ?- , abbiamo deciso di intrufolarci nella Buca di Bacco, da qualche parte in centro. L’ambiente – nel senso friulano del termine – sfoggiava: i soliti prosciutti alla Catellan pendenti dal soffitto, un tavolo occupato da similassessori o similindustrialotti friulani che, tra una telefonata e l’altra, un taglio e l’altro, sciorinavano imponenti moccoli contro la Santissima Trinità in svariate declinazioni, un paio di coppiette sgabellate, una tavolata di veterani a far bisboccia capeggiati – a detta di monsieur Toniuttì – dall’ex sindaco Bressani. Dietro il bancone Augusto dei Nomadi redivivo. Ristretti tra il festino di Bressani, che tra l’altro dovrebbe essere mio parente ( disconosciuto ) da parte di nonna, e il circolo del vituperio abbiamo trovato posto noi, i due assetati. Augusto ci guarda in attesa del nostro input.

“Due Cabernet”, fa il Toniuttì.

“Due Cabernet morbidi?”, lo titilla l’Augusto.

“Ma, neanche tanto”, gli si replica in coro.

“Due Cabernet morbidi neanche tanto”, chiosa l’Augusto.

L’Augusto si mette a rimescolare tra bottiglie stappate, ne estrae una e mesce nei soliti bicchieri a forma di pitale slanciato un buon rosso di cui ci celerà omertosamente le generalità. Dall’altra parte, nel banchetto dei reduci capeggiato da Bressani si lanciano ordinazioni spropositate, fioccano le bottiglie – sciampagnino, Cartizze, Franciacorta, gazzose, spume, chinotti – e si comanda quella che sembra essere la specialità di Augusto: mezzo metro di grissino bendato da altrettanto prosciutto crudo. L’Augusto si rintana dietro una Berkel, l’affettatrice per antonomasia, la rossa partorita dal macellaio olandese Wilhelmus Adrianus Van Berkel 110 anni fa, e affetta San Daniele a metri. Toniuttì et moi si prosegue nelle nostre scampagnate narrative e nel nostro Cabernet neanche tanto morbido. Dietro a noi un accolito del gruppuscolo degli imprenditori della bestemmia prima borbotta e poi reclama a pieni polmoni: “Una Ribolla gialla!”. Augusto, perso nella fasciatura dei suoi grissini, se ne frega. Sul versante delle istituzioni in pensione cede la prostata di qualche consigliere del primo cittadino: movimenti di sedie, fughe al bagno, ci vuole la chiave, chiedi la chiave, esci, dimentica di restituire la chiave… Noi due, i cabernetizzati, si decide, vista l’ora e gli assalti allo spazio vitale, di telare. Si avanza tra gli avventori per arrivare al banco. Augusto sgarfa (per gli allogeni vedere nota a fondo pagina) in un frigo tra le sue bocce sturate, estrae qualcosa, versa, ci ignora. “Quant’è ?”, facciamo noi. Silenzio, si affetta. “Due Cabernet morbidi neanche tanto”, si ribadisce. L’Augusto finalmente si degna e spara: “7 euro!”. Catrafuse et Toniuttì, colpiti e affondati, pagano sull’unghia. Per lo scontrino ovviamente ci sarà bisogno di un po’ di resistenza passiva. Due le domande. La prima: “Augusto, si può far pagare un taglio di nero (gli allogeni vedano sotto) 3 euro e 50 senza manco spifferarne i dati anagrafici? E dove siamo a un corso di sommelier ?”. La seconda: “Augusto, ma quanto ha pagato Bressani?”.

NOTE
ambiente
= locale pubblico. Mi sembra che a Cavalicco abbiano aperto un ambiente.

sgarfàre = rovistare affannosamente, creando disordine. Il gatto ti sta sgarfando nella borsa

tàglio = bicchiere di vino. Dammi un taglio di bianco. Da http://www.pengio.com/

carattere Poor Richard


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